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Il linguaggio dell’esasperazione

di FILIPPO CECCARELLI

E DUNQUE, a questo punto anche per la storia, varrà la pena di stabilire in via definitiva se l’evento fondante del Movimento 5 Stelle, a Bologna nell’estate del 2007, era intitolato «V-day», o «Vaffa-day» o addirittura «Vaffanculo-day».
C’È POCO da scandalizzarsi, essendo ormai l’osservazione giornalistica costretta a fare i conti con questo genere di dilemmi. Per cui nella scelta fra il pudore implicito in quella «V», il vorrei-ma-non posso dell’accorciamento e la più sonora e sdoganata scurrilità si misura il potenziale non solo espressivo, ma anche politico e antipolitico di una leadership allo stato nascente. Detta altrimenti: come parla Beppe Grillo?
La sua è senz’altro la lingua dell’esasperazione: «Non ce la faccio più», come risuona il ritornello del suo personalizzatissimo inno, «Un Grillo per la testa». Di qui si parte, ma proseguendo si può notare che almeno stavolta questa singolare figura di comico politico e predicatore si è anche trattenuto.
In precedenti occasioni, per nominare Napolitano, ha infatti usato una irriguardosa sineddoche chiamandolo: «La dentiera presidenziale». Così come altre volte l’imbarazzato Morfeo, come il dio del sonno che «dorme, dorme, poi di colpo di sveglia e monta». Oppure «digrigna la
dentiera»… Non di meno – strano a dirsi – sembra lui stesso più che suscettibile; sul suo blog ha scritto: «Vengo offeso tutti i giorni, in tutte le maniere, mi chiamano cultura pubblicitaria e televisiva, il pifferaio magico, l’arruffapopolo, parecchio Fantozzi, mi dicono demagogo, maiale, Pannella (che non a caso l’ha accusato di copiarlo), stronzo, non riescono più a trovare epiteti per definirmi. La verità è che hanno paura».
Questo può essere. Ma bisogna anche riconoscere che nessuno in Italia conosce più e meglio di Grillo l’arte di offendere i protagonisti storcendone i cognomi o inventando nomignoli, come pure
ridicolizzando l’aspetto e i tic dei suoi nemici. Ed ecco «Rigor Montis», «lo Psiconano», che sarebbe Berlusconi; «il Castoro della libertà» (Alfano), «Azzurro Caltagirone» (Casini), «il Nano Bagonghi con gli occhialini rossi» (Maroni, pure detto «l’Intimissimo di Bossi»). Una volta, ospite a pranzo all’ambasciata americana, Grillo si è compiaciuto «Belìn, che emozione!» – che i padroni
di casa sapessero che «Topo Gigio» era Veltronì. Di Gasparri ha detto: «Se lo fissi, ti viene la labirintite».
L’elenco potrebbe andare avanti a lungo. Ma tutto lascia pensare che ieri milioni di italiani siano rimasti colpiti dall’aver egli assimilato i partiti, tutti i partiti «in via di liquefazione» in un’unica e invero spaventosa «diarrea». Anche qui, di fronte alla persistenza della materia bassa nel suo discorso pubblico, la faccenda si fa delicata e complicata. E non solo perché in Italia il campo della volgarità politica è stato da tutti assai ben concimato. Senza ricorrere a Bachtin o alla semantica, si rileva che il linguaggio di Grillo è forse così corporeo da rivoltolarsi nelle sue estreme conseguenze, con il che trova due capisaldi nella merda, da una parte, e nella morte dall’altra.
Vedi la frequenza con cui nelle sue invettive menziona «le salme», la putrefazione e altre risorse performative culminate la scorsa estate nella deposizione di cozze marce davanti alla Camera.
Michele Serra ha scritto che trattandosi di un attore professionista, «il linguaggio comico di Grillo lavora sulla sintesi, procede per battute e brutali semplificazioni che possono anche essere fulminanti, ma solo in quel contesto».
Ma vederlo è ancora meglio perché ha i tempi, ha ritmo, fa smorfie irresistibili, come quando imita Bossi con la bocca storta; o quando in piedi sul palco e urlando come una scimmia arriva a dedicare un mostruoso autoerotismo al ministro Gentiloni, che ha avuto la civettuola debolezza di confessare il suo amore per Liala: «Aaah, Lialaaaa! Lialaaaa!» e via con la mano. Se ne vedranno delle belle, però anche delle brutte.
(Da La Repubblica, 9/5/2012).




16 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

LA STORIA<br />
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Tutti all'orcanotrofio <br />
Le frasi ricreate dai piccoli<br />
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Gli adulti sono incomprensibili e i ragazzini inventano formule nuove per 'tradurli': "Beccatori" invece di "peccatori", "indianetto" al posto di "in dialetto". Ora le hanno raccolte chiamandole "parole-chimera"<br />
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di STEFANO BARTEZZAGHI<br />
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IL GRIDO risuonò nel cortile: "Va', fanciullo". Non era l'esortazione di un educatore di altri tempi. No. Era il modo in cui un bambino ripeteva ciò che era riuscito a capire, fino a quel momento, del più diffuso insulto nazionale. Di fronte a ciò che non capiscono interamente, infatti, i bambini non si rassegnano e riadattano i frammenti a disposizione in una costruzione che possa apparire sensata. Agli adulti questo fa sempre molto ridere (ma chissà quanto ridono manganelliani dèi ulteriori delle nostre più abborracciate cosmogonie e teologie).<br />
Affascinante, temibile e potente: "L'incomprensibile" è il tema della settima edizione del Festival internazionale Tuttestorie, che si svolge a Cagliari e in altri quattordici comuni sardi da oggi al 10 ottobre (il nutritissimo programma si legge nel sito 1). <br />
Dedicato alla letteratura per ragazzi, il festival ha per presidente David Grossman, che anni fa lo aveva scelto per il suo ritorno alla scena pubblica, dopo il lutto per la morte del figlio in guerra.<br />
Cos'è davvero incomprensibile, per i bambini? Se lo è chiesto, in particolare, uno degli ideatori del festival, Bruno Tognolini. Poeta e scrittore, Tognolini ha acquisito grandi meriti presso l'infanzia, scrivendo poesie che sono formule magiche contro i malanni ("Vola libellula, vola parola / Portati via questo mal di gola / Cavalo fuori dalla mia bocca / Appeso alla filastrocca ") o per fare passare la rabbia ("Rabbia, rabbia / Fiato di sabbia / Sangue di gioco / Fiore di fuoco / Fiammeggia al sole / Consuma tutto / Lasciami il cuore / Pulito e asciutto").<br />
Proprio per la sua esperta fiducia nei poteri del linguaggio, Tognolini sa che il guaio incomincia quando le parole non servono più a spiegarci il mistero ma lo producono, essendo incomprensibili esse stesse. In questo caso, i bambini rispondono prontamente e inventano quelle che Tognolini chiama "parole-chimera", e che in vista del festival ha radunato in buon numero, grazie alla complicità di amici e informatori in rete. Sono versioni maneggevoli di parole misteriose.<br />
Una bambina chiama il secondo episodio della saga di Guerre stellari "L'Impero col Pisciancòra" - forse un mitico gigante fanta-urinario, come Gulliver a Lilliput. Un altro va in vacanza grazie ai buoni uffici di un bestione addomesticato, il Draghetto di Sardegna. <br />
Un'altra minacciava la sorella: se non avesse fatto la brava sarebbe venuto un orco a portarla nel locale Orcanotrofio. A volte i grandi si esprimono in un modo incomprensibile perché parlano "indialetto" (ma altrove un bambino era convinto che si trattasse dell'"indianetto", un piccolo genio dall'idioma forestiero). <br />
Molto spesso le parole-chimera sono formule che derivano da ragionamenti pieni di buon senso. "Il vestito mi va bene, le scarpe mi vabenano": lo ha detto un bambino alla mamma, che lo riferisce nel forum aperto da Tognolini. Sono costruzioni analogiche che possono portare a correggere il lessico adulto: quando servirà a volare lo chiameremo volante, ma fino a quel momento è più giusto chiamarlo guidante.<br />
Fra gli autori di queste divertite denunce (che poi sono spesso autodenunce), ci sono anche scrittrici, come Michela Murgia (che ha parlato di un moderno "maniglione antipatico") e Bianca Pitzorno, alle prese con la complessa sciarada che partendo dal difficile lemma "suffragi" forse allude a anime cinesi nell'Aldilà, menzionate nell'invito all'elemosina: "Su fra gialle anime del Purgatorio". <br />
Proprio la preghiera è uno dei campi più fertili. Ovviamente questo avveniva soprattutto quando le preghiere erano tutte in latino e proprio un grande sardo, Antonio Gramsci, parlava di quella Donna Bisodia che era entrata nel folklore verbale come piissima beghina, essendo citata nel Pater Noster (dove infatti si dice: "dona nobis hodie"). Con il passaggio all'italiano sono stati sciolti molti nodi, ma non tutti se qualcuno ha registrato un meraviglioso - e quanto pragmatico - "Dacci oggi il nostro pane, e poi vediamo".<br />
Rime, rassomiglianze di parole, ascolti approssimativi, aggiustamenti. Gesù diventa un personaggio certo strano ma amichevole nella preghiera "Gesù Mimetto nelle tue mani", mentre il canto dell'Adeste Fideles invita tutti in un certo paesello sardo: "Venite a Doremus ". Una garbata correzione scansa il pensiero poco rassicurante della "nostra morte" facendo terminare l'Ave Maria con un più consono: "Adesso e nell'ora della buonanotte". <br />
Perché poi una creatura che non ha nulla di cui pentirsi non dovrebbe ritrarsi con più fantasia e chiedere dunque alla Madonna: "Prega per noi beccatori "? Sono problemi teologici a volte anche complessi, calati nel mondo e nel linguaggio della quotidianità e resi così meglio comprensibili. "Invano", per un bambino, è una parola vuota. Non è forse molto più sensato raccomandare di "non nominare il nome di Dio in bagno"?<br />
(Da repubblica.it, 4/10/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Psg, Ibra entra nel vocabolario svedese con 'zlatanare'<br />
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L'ente della lingua di Stoccolma ha inserito tra i nuovi lemmi del 2012 un neologismo ispirato al centravanti del Psg: vuol dire 'dominare, fare qualcosa con forza’. La novità si è diffusa dalla Francia, dove l'attaccante sta impressionando<br />
"Dominare, fare qualcosa con forza", da oggi in svedese si dirà anche 'zlatanare'. Rigorosamente ispirato a Zlatan Ibrahimovic. Il centravanti del Psg fa il suo ingresso nel vocabolario e diventa a tutti gli effetti un verbo. Merito dello Sprakradet, l'ente custode della lingua svedese, che ha pubblicato la lista dei 40 nuovi vocaboli entrati nell'uso comune. Tra questi spicca appunto il nuovo verbo 'zlatanare', in svedese 'zlatanera', il cui significato si avvicina a 'dominare' o 'fare qualcosa con forza'.<br />
ANNO DA INCORNICIARE - Una sintesi perfetta del gioco dell'ex Juve, Inter e Milan, che nel primo anno al Paris Saint-Germain ha segnato finora 16 gol in 18 partite, trascinando la squadra in vetta alla Ligue 1 e agli ottavi di finale di Champions League. Anche con la casacca della Nazionale, Ibra ha vissuto recentemente una serata storica realizzando un poker strepitoso nell'amichevole vinta 4-2 con l'Inghilterra e impreziosita da una rete in rovesciata da 30 metri.<br />
"PER PRIMI I FRANCESI" - Con 'zlatanera', il 31enne di Malmoe conquista ora anche le pagine dei dizionari. Lo Sprakradet ha recepito e 'approvato’ la novità varata nelle scorse settimane dai media. Il neologismo si è fatto strada inizialmente in Francia. Poi, quando il centravanti del PSG si è aggiudicato per la settima volta il riconoscimento destinato al miglior calciatore del paese, la più importante agenzia di stampa svedese ha evidenziato che Ibra ha ''zlatanato all'annuale cerimonia di premiazione''. <br />
(Da repubblica.it, 27/12/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

NON SOLO I LEADER DELLE DEMOCRAZIE HANNO IMPARATO A CINGUETTARE <br />
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di Carlo Formanti<br />
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E’ il quarto rapporto sull’uso di Twitter da parte dei leader politici di tutto il mondo, redatto dal sito Digital Daya (il primo fu pubblicato nel 2009), rivela che la popolarità del social media presso governi e presidenti cresce in proporzione geometrica: alla fine del 2012, sono 123 i leader - i tre quarti di quelli dei 164 Paesi presi in esame - che hanno un account, personale o a nome dei rispettivi governi, su Twitter (un anno fa erano 69). <br />
Perché tanto successo? Gli estensori del rapporto ritengono che i governanti si siano accorti che Twitter non è solo una minaccia, uno strumento di mobilitazione nelle mani delle opposizioni, com’è avvenuto durante la Primavera Araba, ma costituisce anche un prezioso canale per diffondere informazioni e promuovere il consenso. Che rappresenti anche un fattore di partecipazione dei cittadini, come si argomenta in un paragrafo del rapporto, è tutto da verificare. Non solo perché Twitter viene sempre più utilizzato anche da parte dei leader di regimi non democratici, ma anche perché, nella Top Ten, la classifica dei dieci leader con il maggior numero di follower, troviamo, dietro a Obama, saldamente in testa con 24 milioni, Hugo Chavez (secondo), il presidente russo Medvedev (quinto) e lo sceicco Mohammed del Dubai (decimo). <br />
Le altre posizioni sono occupate dalla regina Rania di Giordania, da quattro residenti latino-americani (Brasile, Argentina, Colombia e Messico) e dal turco Abdullah Gul. Pochi e distaccati i leader europei (cui si è da poco aggiunto Monti, mentre la Merkel ha appena ribadito la propria idiosincrasia per il medium). E benché la maggior parte dei membri di questa classifica non siano classificabili come esponenti di regimi autoritari, è indubbio che condividano una forte impronta populista, il che, piuttosto che accreditare la presunta «interattività» del mezzo, ne conferma, al contrario, la compatibilità - se non addirittura la vocazione - con la comunicazione dall’alto verso il basso. Per cui appare condivisibile l’ipotesi che leggiamo in un altro paragrafo del report: ad apprezzare Twitter sono i leader che si sentono saldamente al potere, più che i fan della cyberdemocrazia. <br />
(Dal Corriere della Sera, 8/1/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

A FIL DI RETE<br />
I telecronisti del calcio e la strana «inerzia»<br />
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di Aldo Grasso<br />
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«Ma cos'è questa inerzia?», si chiederebbe il grande Achille Campanile. Da un po' di tempo, la parola chiave di ogni telecronaca di calcio è «inerzia». Se uno non seguisse la partita, potrebbe raffigurarsi uno di quegli squallidi zero a zero, una indisponente melina per far trascorrere il tempo, un finto tiqui-taca per portare a casa il risultato. E invece no, le cose non stanno così.<br />
Fateci caso, è scoppiata una moda, non c'è telecronista che non dica frasi del tipo «è cambiata l'inerzia della partita», «l'ingresso in campo di XY ha cambiato l'inerzia della partita» o cose del genere.<br />
Ora, non sono un fisico, ma tutti i principali dizionari della lingua italiana ci spiegano che «inerzia» significa stato d'inazione, d'inoperosità, di quiete, d'immobilità: inattività fisica o mentale (giocatori fermi a centrocampo). A sentire i telecronisti invece pare che questa inerzia indichi moto, una sorta di forza esterna che spinge in avanti una squadra. Forse vogliono dire «forza d'inerzia» (andare avanti senza che nulla ostacoli il movimento), ma nell'espressione c'è un'evidente punta di amarezza che contrasta con la baldanza del gioco.<br />
Qualcuno sostiene che la colpa è di Dan Peterson che nelle sue telecronache dei primi anni '80 riguardanti il basket NBA utilizzava l'espressione «spostare l'inerzia della partita» per significare il momento in cui una squadra toglieva l'iniziativa agli avversari e sperava di rovesciare le sorti dell'incontro. Ma il mitico Dan Peterson è americano, forse non conosce bene le sfumature dell'italiano.<br />
Nella lingua, in ogni lingua, l'uso è il vero padrone: se tutta una comunità decide che bagnasciuga vuol dire battigia, ci si adegua. Per ora, comunque, a questo uso stravolto di «inerzia» non voglio rassegnarmi. Ci siamo capiti?<br />
(Da corriere.it, 16/3/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

La lingua verminosa del becchino Marco <br />
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Le squadracce benpensanti e la morte presunta della Repubblica <br />
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Mentre le squadracce benpensanti addette alla pubblica morale insultano e minacciano deputati colpevoli di aver votato Napolitano (non Himmler, non Al Capone), tra un "bastardo!", un "traditore!" e un "li mortacci tua!", il funereo Grillo - che di morti (altrui) sempre parla - sul suo blog il trapasso dell’intera Repubblica ha annunciato: The Big Becchino. <br />
E’ da settimane che un linguaggio minaccioso e oscuro, da beccamorti mediatici, viene rovesciato addosso agli avversari politici con incoscienza e macabro godimento: un rimestare di cadaveri, uno scoperchiare di tombe, un affannarsi tra l’editoriale e la tumulazione. A parte l’inarrivabile capo a cinque stelle, e la balordaggine di qualche eletto del popolo tramortito dal suo vagare con i ditini sulla tastiera dello smartphone, è Marco Travaglio sul Fatto che quotidianamente s’incarica della pratica da necroforo, annunciando imminenti altrui esequie e dettagliando pratiche collaterali - tra la denuncia politica e YouPorn. Più che l’esposizione di una tesi, quella di un solo dubbio: inumazione o cremazione? Editoriale di domenica. Titolo (tanto per far intendere la questione): "Napolitano bis, Funeral Party". E, con la precisa sensazione di una passeggiata al Verano, si incrociavano riferimenti al "cadavere putrefatto" piuttosto che a quello "maleodorante", naturalmente con opportuno "sarcofago" ove si procede "inchiodando il coperchio dall’interno". Quindi l’inevitabile riferimento alla "puzza e i vermi", con adeguato richiamo alla “decomposizione" e idonea chiamata in causa del "becchino" (ovviamente individuato nel presidente Napolitano, "coetaneo di Mugabe", "voltagabbana" e "potenzialmente ricattabile"). Poi, a parte un propizio cenno all’inevitabile "estinzione", si procede all’ammasso del "governo di mummie". E siccome i cadaveri abbondano più delle virgole, nello scritto di Marco il Seppellitore, ecco la rievocazione di quello “imbalsamato e impagliato", vista l’età che sale, dell’attuale inquilino del Quirinale, tra "necrofili di sinistra" e (qui si fa quasi poetico, poggiando per un secondo la vanga) il "pedofilo di destra". Buffetto anche ai colleghi giornalisti, impegnati verso Napolitano "con lavoretti di bocca e di lingua sulle prostate inerti e gli scroti inanimati delle solite cariatidi". Per l’esultanza finale: "Le famose pompe funebri". Le quali pompe, s’intendono funebri, a Marco il Necroforo devono piacere molto, visto che ieri è tornato sul tema "pompe sfuse", rimettendo di mezzo "il coetaneo di Mugabe", sobriamente accompagnato da un forte richiamo ai "cronicari" e ai "reparti di geriatria", in un articolo vasto quanto il Monumentale di Milano. Titolo, va da sé, "La Domenica delle Salme". Ci voleva Dylan Dog, sul Colle, per calmarlo. Intanto, da mortali meglio toccarsi. <br />
(Da Il Foglio, 23/4/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

In che lingua pensa Barca <br />
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La sua prosa non sfugge all’effetto supercazzola, ma poi sulle élite... <br />
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Fabrizio Barca, accreditato da molti come il più credibile candidato a restituire al Partito democratico l’impronta di sinistra, è un economista e uno storico dell’economia abituato a un linguaggio oscillante tra lo specialismo e l’allusivo. Così, quando si avventura, in un’intervista rilasciata all’Unità, a descrivere la sua interpretazione dello "sperimentalismo democratico", seguire il corso del suo pensiero risulta piuttosto faticoso. Abbondano le critiche, condivisibili quanto ovvie, allo "stato arcaico e autoreferenziale, affetto da smania normativa, autoritario e non autorevole", ma si fatica a trovare il bandolo della matassa di una proposta di cambiamento. Una, sembra di capire, consisterebbe nel "rafforzare la legittimità democratica delle istituzioni dell’Unione europea", proposta che dovrebbe diventare un tratto identitario del Pd e della sua collaborazione con i partiti di sinistra europei. In realtà il tentativo più rilevante in questa direzione fu bocciato da un referendum francese in cui la sinistra confluì con l’estrema destra, per paura dell’invasione dei mitici idraulici polacchi. Il punto sul quale Barca intende applicare in modo più intenso lo "sperimentalismo democratico" è il metodo di governo che "consente di disegnare i beni pubblici a misura delle persone nei luoghi, di utilizzare le conoscenze diffuse tra utilizzatori e produttori". <br />
Qui si comincia a smarrirsi, come quando ci si imbatte nell’auspicio di "una tensione a un tempo competitiva e cooperativa tra i produttori" o della costruzione di uno "spazio di confronto pubblico e aperto e acceso con i cittadini che consenta l’apprendimento nelle fasi ascendente e discendente dell’azione pubblica, di usare le straordinarie potenzialità della rete per il monitoraggio". <br />
Tra fasi ascendenti e discendenti si rischia di non riuscire più a seguire un percorso descritto come semplificativo e che invece sembra complicarsi a ogni passaggio. Il Partito democratico deve diventare, secondo Barca, una "palestra capace di raccogliere dalla società gli impulsi e le soluzioni necessari a questo moderno modo di governare". La ginnastica comincia con un esercizio di "torsione forte del nostro modo di governare", che è senza dubbio necessaria, ma che molti pensano debba puntare alla rapidità e all’efficienza, come strumento per recuperare fiducia nella democrazia. Per Barca invece serve lo "sperimentalismo" con tanto di controllo in rete. Beppe Grillo almeno quando dice queste cose si fa capire. Ma su un punto Barca prova a sfuggire all’effetto supercazzola: quando <br />
dice che lo stato non deve essere "succube di élite che estraggono rendita dalla arretratezza". Lui nel recente tecno-governo delle élite è stato ministro della Coesione territoriale, la sua è con ogni evidenza una durissima autocritica. <br />
(Da Il Foglio, 16/5/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

SEBASTIANO MESSINA <br />
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LA SCOMPARSA DELLO SLOGAN <br />
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I candidati cambiano, i partiti pure, ma l’elettore che oggi guarda i manifesti perle comunali di Roma - nei pochi minuti che passano prima che gli attacchini della concorrenza li coprano con i loro - nota soprattutto una differenza estetica: la scomparsa dello slogan. Adesso, sempre più spesso, c`è solo il nome e la faccia di chi chiede il voto.<br />
Qualche donna prova anche a sedurre l’elettore, posando come una vamp e lanciando messaggi neanche tanto subliminali, mentre gli uomini giocano con la giacca, mettendosela sulle spalle se non se le sono tolta del tutto. Ma gli slogan stanno sparendo. Forse i candidati hanno capito quanto fossero ridicole le promesse fasulle. O forse, alla centesima campagna elettorale, hanno semplicemente esaurito il campionario. <br />
(Da La Repubblica, 22/5/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Il politichese doc sul flop alle urne <br />
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Da un conciliante «non mi sento di giudicare, ma una riflessione va fatta» a un più ottimista «non è un crollo, ma solo una battuta d`arresto» fino a un incredibile «non ho seguito». I commenti grillini ai risultati delle Comunali non fanno pensare certo ai giovanotti e alle fanciulle pieni di entusiasmo e novità che hanno «sconvolto» la politica solo tre mesi fa. Ma piuttosto al politichese da politici consumati della prima Repubblica. <br />
(Da Il Giornale, 29/5/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Perché non diciamo più per cortesia<br />
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di Michela Proietti<br />
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Individualisti, competitivi, poco educati La «logica efficentista» ha monopolizzato anche il nostro linguaggio Ecco le parole dimenticate<br />
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Contate quanti tra di voi usano spesso parole o frasi come «prudenza», «virtù», «decenza», «per cortesia», «forza d’animo» e «gratitudine». Ora invece pensate a chi frequentemente dice «io», «personalizzata», «unico», «disciplina», «posso farlo io», «io vengo prima». Secondo uno studio condotto da Google su un database di parole estratte da 5 milioni di libri pubblicati in tutto il mondo tra il 1500 e il 2008 si è scoperto come alcune parole siano lentamente state dimenticate e altre si siano invece imposte nel linguaggio comune.<br />
La ricerca, pubblicata dal Wall Street Journal in un articolo dal titolo «What words tell us» («Cosa le parole raccontano di noi»), restituisce l’istantanea di una società individualista, competitiva e poco educata.<br />
Parole come famiglia, collettivo, tribù, sono lentamente sfumate: il senso di comunità è stato sostituito da uno spirito competitivo che ci fa preferire i termini «auto», «mio», «personalizzata» oltre a inglesismi performanti come «standout».<br />
La coppia di studiosi americani Pelin e Selin Kesebir hanno scoperto che l’uso di parole come «coraggio» e «forza d’animo» è diminuito del 66 per cento, quello di «gratitudine» e «apprezzamento» del 49 per cento. Nel frattempo, l’utilizzo di parole associate con la capacità di produrre, come «disciplina» e «affidabilità» è invece aumentato.<br />
Usando un immaginario contaparole durante le nostre conversazioni quotidiane potremmo probabilmente mettere al primo posto la parola «io» (incipit di molte conversazioni), seguita da avverbi perentori come «assolutamente» (sì e no, vale in ogni direzione). Con il risultato di rimanere sorpresi quando ci imbattiamo in parole come «compassione», «gratitudine», «cortesia» e «umiltà».<br />
«Qualche sera fa ero al concerto di Cat Power ed è stato toccante sentire il mio vicino chiedermi, prima di accendere una sigaretta: “permette?”», racconta lo scrittore Mauro Covacich mentre passa in rassegna la scomparsa di altre parole cortesi. «C’è ancora qualcuno che quando risponde al telefono dice “pronto”? Riconoscendo già il nostro interlocutore dal nome che appare sul display abbiamo abbandonato quella formula di attenzione e esclusiva disponibilità che l’essere “pronti” prevedeva».<br />
Dietro alla scomparsa di alcuni termini e delle formule cortesi, «che fanno tanto azzimato», c’è la logica efficentista. «È come se parlassimo un linguaggio “palestrato”, tecnofunzionale, un modo di esprimersi che somiglia a un corpo costruito in laboratorio: dobbiamo mostrare i muscoli e certi modi di esprimersi sono utili a questo», osserva lo scrittore triestino.<br />
Al punto che anche l’uso di parole sconvenienti può diventare un modo incisivo di esprimersi. È fresco di stampa il libro della studiosa britannica Melissa Mohr (una laurea in letteratura inglese e a una specializzazione su Medioevo e Rinascimento) «Holy Sh*t», in cui si cerca di capire come le oscenità si siano impossessate del nostro modo di comunicare: la conclusione è a sorpresa assolutoria, l’imprecazione ha un suo scopo sociale e insultare una persona evita di canalizzare la rabbia in modi più gravi.<br />
La parola colorita può imporsi anche in contesti più che formali: la cancelliera Angela Merkel parlando di una polemica ha usato pubblicamente la parola «Shitstorm» (tempesta di m…), appena ammessa anche nell’autorevole dizionario Duden, che registra i mutamenti della lingua tedesca.<br />
«L’uso in politica di termini “giovani” è uno stratagemma per sembrare meno distanti, più alla mano», osserva Covacich. «Ma in realtà, quello che in ambito letterario può essere funzionale al tratteggio di un personaggio, nel colloquio di tutti i giorni è una caduta rispetto alla proprietà di linguaggio».<br />
Anche nei salotti, cartina di tornasole del buon conversare, si prende nota dei cambiamenti. «Colpa dell’uso improprio della tecnologia: difficilmente vengo compresa quando dico “mi rincresce” a un adolescente, persino se educato al collegio Mondragone o al Lycée Chateaubriand!», nota Marisela Federici, animatrice di un noto circolo di conversazione. «Solo in Toscana ancora resiste l’italiano gentile ma paradossalmente un delizioso “ti garba?” viene confuso con una formula dialettale e buffa». Assicura che le bastano pochi minuti per scoprire un eloquio sciatto dietro una facciata contemporanea e efficace. «Certe persone sono come un grande pacco: si toglie un fiocco, poi una velina, poi un incarto, poi ancora una velina, alla fine dietro al loro bla-bla non rimane che una misera sorpresa».<br />
Già nel 2010 lo Zingarelli denunciava l’estinzione di quasi 2.800 lemmi delle 120 mila parole presenti nel dizionario. Agiato, madido, ineffabile, ceruleo, blando: parole che secondo il curatore Mario Cannella potrebbero ancora essere in uso, ma di fatto stanno diventando desuete col rischio di andare perdute. Un linguaggio opportunista, figlio dei tempi, ma non così diverso da quello del passato: così il presidente dell’Accademia della Crusca Francesco Sabatini invita alla cautela nel decretare la morte di un linguaggio a favore di un altro.<br />
«Indagini come quelle di Google spesso non tengono conto della diversità delle fonti: la lingua del ’500 per esempio, ci è nota attraverso chi all’epoca scriveva libri, per la maggior parte religiosi, che sicuramente avevano un vocabolario ricco di parole come “pietà”, “umiltà” e “grazia”», osserva lo studioso, che rintraccia nei media e nelle molteplici fonti la causa della propagazione di certe espressioni aggressive e individualiste. «Esistevano anche una volta, ma rimanevano nelle cronache municipali. Mica vorremo immaginare una strage degli Ugonotti fatta a suon di “grazie” e “prego”… chissà che parole sono volate anche allora!».<br />
(Da 27esimaora.corriere.it, 13/7/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Stili, trucchi e artifici retorici così i leader evitano il buonismo <br />
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di Luca Ricci <br />
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Essere o non essere politically correct? E’ quello che tutti si chiedono dopo l’anatema scagliato <br />
da Grillo contro le parole plastificate della nostra politica. Di certo depurare il linguaggio da parole offensive o discriminatorie verso individui o gruppi d’individui dovrebbe essere considerato normale <br />
dalla politica. Allo stesso modo cercare un codice linguistico neutro – l’espressione angloamericana <br />
è nata molto prima che il muro di Berlino venisse giù a picconate, e si può parlare tranquillamente di <br />
uno spirito global ante litteram per poter dibattere, negoziare e persino legiferare nel rispetto comune <br />
dovrebbe essere ritenuto di vitale importanza. <br />
Tuttavia in Italia più che altrove il cittadino ha sempre visto con sospetto il politico ben educato, rispettoso: purificare il linguaggio non significa necessariamente purificare la società, ma può offrirne l’illusione. <br />
Così essere politicamente corretti è stato fin da subito percepito come un espediente machiavellico <br />
che la politica aveva escogitato per continuare a farsi i fatti propri a spese dei contribuenti; un altro <br />
modo per intendere quel linguaggio paludato che viene chiamato anche politichese, la volontà di <br />
parlar corretto per non voler parlare chiaro, fuori dai denti, o un andar di eufemismo in eufemismo,o <br />
anche predicare bene per continuare a razzolare male, oppure elevarsi così tanto rispetto al registro <br />
basso dell’uomo della strada da cambiar quasi lingua. <br />
<br />
SVICOLARE <br />
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In quest’ultima, particolare accezione, per così dire, il primo a parlare politicamente corretto fu Don <br />
Abbondio nei Promessi sposi (non a caso la Bibbia delle patrie lettere), il quale per spiegare a Renzo <br />
che il famoso matrimonio non s’aveva da fare "né domani, né mai", si mise a parlare in latino per <br />
non farsi capire, cioè sostanzialmente per non rispondere, per svicolare. <br />
Il politicamente corretto è anche tacciato di buonismo, malattia gravissima, specialmente negli <br />
ultimi anni. <br />
Anche per questa ragione, oltre a quelle già elencate sopra, la maggior parte dei nostri politici ha optato per dotarsi almeno di una personalità di scorta, più cattiva e politically uncorrect. La Lega Nord di questo approccio ne ha fatto un manifesto programmatico, e gli insulti di Calderoli alla ministra <br />
Kyenge sono lì a dimostrarlo. <br />
C’è chi decide di giocare la carta della cattiveria sui social, da Twitter a Facebook (utenza trasversale, <br />
retorica giovanilista molto ben accetta), sputando giustamente nel piatto dove mangia: Pippo Civati e <br />
Matteo Renzi su tutti (Renzi in particolar modo è il Re del politically uncorrect quando si lascia fotografare vestito da Fonzie per il settimanale Chi, o partecipa ad Amici, il programma della De Filippi). <br />
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LE DIFFERENZE <br />
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Ma ci sono differenze tra il linguaggio complessivo della destra e quello della sinistra? Quale parte è <br />
più politicamente corretta? Quale parte lo è meno? La destra dalla discesa in campo di Berlusconi in <br />
avanti, e non solo per i recenti sviluppi e condanne definitive, è percepita come più picaresca. Berlusconi stesso nel celebre video agli italiani del 1994 costruì la sua immagine in antitesi alla politica e ai suoi sotterfugi retorici: lui era un imprenditore milanese dai modi spicci, che parlava come mangiava. <br />
La sinistra invece ha avuto un conflitto più grave, ancora irrisolto, con il suo lato diabolico. La sinistra <br />
non può ammettere la propria cattiveria, neanche a fin di bene, cioè per aumentare il consenso <br />
elettorale. La sinistra, molto prima del disfacimento del Pci, ha affidato tutta la carica eversiva e persuasiva del politically uncorrect a un manipolo di comici simpatizzanti. <br />
Da Benigni che prende in braccio Berlinguer alla Guzzanti che balla travestita da D’Alema, fino alle <br />
imitazioni di Crozza per Veltroni e Bersani. <br />
Il caso ha voluto che Grillo lanciasse il suo anatema contro il politically correct proprio alla vigilia <br />
del sessantesimo compleanno di Nanni Moretti. In Palombella rossa - in una delle scene più celebri di <br />
tutta la sua filmografia- proprio Moretti prende a schiaffi una giornalista la cui unica colpa è di aver <br />
usato espressioni quali "Fuori di testa" o "Kitsch" o "Cheap", mettendosi a urlare (perfino al rallenty) <br />
che "le parole sono importanti". <br />
Ci può essere un politically correct cattivo e un politically uncorrect buono. La differenza per un politico la fa sempre la sincerità. <br />
La piccola parte di cui si può avere un riscontro, ovviamente.<br />
(Da Il Messaggero, 19/8/2013).

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