Linguaggi: la lingua nell’era dei social network, un passaggio epocale.

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Passaparola di SILVANA MAZZOCCHI.

La lingua nell’era dei social network, un passaggio epocale.

#Hashtag, cronache da un paese connesso di Marino Niola analizza i cambiamenti in atto nel modo in cui ci esprimiamo e di conseguenza in quello in cui pensiamo. Ma soprattutto la necessità di un processo di alfabetizzazione, di “civilizzazione” e regolamentazione della rete.

Sono ormai numerosi i libri che si occupano di comunicazione digitale. E’ cambiato il modo di rappresentare la realtà e dunque anche quello di esprimersi. I social network hanno trasformato l’uso della grammatica e del linguaggio, che è diventato quello della rete. E nulla sarà più come prima. Del resto, avverte l’antropologo Marino Niola nel suo nuovo libro#Hashstag, “i grandi passaggi epocali hanno sempre prodotto un sobbalzo nella lingua, un cambio di regime e di destinazione delle parole, nonché del loro rapporto con la realtà”. In breve le parole vengono ormai a noi, per parlare in nostra vece”. E la nostra mente si adegua, per riformattare il senso di quello che s’intende dire su forme e spazi che diventano i motori del moderno modo di comunicare.

Con #Hastagh, Marino Niola propone però un punto di vista nuovo, un percorso che può cambiare secondo l’uso individuale che se ne fa. Si procede a gruppi di parole, ciascuna ne chiama altre e, insieme, producono riflessioni che mettono in relazione corpo e tecnologia, scrittura e identità collettiva.

E’ l’Italia dei social network, del nuovo linguaggio, con le sue regole, i suoi vantaggi, e anche gli inevitabili pericoli. La comunicazione digitale, infatti, non è ancora stata metabolizzata. E’ necessario insegnarla e va resa commestibile e utilizzabile e, soprattutto, liberata dal suo potenziale di credulità assoluta, che è il rischio attuale. Sottolinea Niola nell’intervista che segue: “Oggi siamo solo all’inizio dell’evoluzione di homo digitalis ma credo che l’avvio di un processo “civilizzazione” – e di regolamentazione – della rete sia solo questione di tempo”. Ben venga dunque l’inevitabile èra dell’hashtag, ma come è sempre stato e sarà, dinanzi a ogni grande trasformazione, per affrontarla al meglio è innanzi tutto necessaria una buona istruzione. E#Hashstag, cronache da un paese connesso, pagina dopo pagina, aiuta il lettore a entrare, lungo questa strada maestra, nel nuovo mondo digitale.

La comunicazione digitale ha cambiato il modo di informare e ha trasformato il linguaggio. A che punto siamo?
“La comunicazione digitale formatta il linguaggio e, di conseguenza, formatta il pensiero. Questo è vero per qualsiasi forma di comunicazione. Perché in una certa misura il mezzo modifica sempre il messaggio. È stato così per la scrittura, per la stampa e tutte le altre rivoluzioni comunicative. Si acquista qualcosa e, inevitabilmente, si perde qualcos’altro. Il problema è di calcolo costi-benefici. Se devo restare dentro i 140 caratteri di twitter la riduzione a slogan è quasi fisiologica. La questione di fondo non riguarda questo o quel social in particolare. Quella che si profila è la possibilità di una progressiva digitalizzazione della mente, con la contrazione degli spazi che diventa contrazione del senso. E il 2.0 che da dispositivo comunicante si trasforma in modo di pensare, di sentire e di essere”.

Nel libro, si possono scegliere parole chiave per osservare da vicino questo mutamento. Quali sono quelle che metterebbe in cima a un’ipotetica scala da 1 a 10?
“Nell’ordine:#connessionepermanente, multitasking, community, selfiemademan, viralità, immagine, corpo, salute, giovinezza, sicurezza”.

Come usufruire al meglio della connessione infinita? Ma anche come difendersi?
“Alfabetizzare i migranti digitali, abbattere il digital divide e insegnare, per quanto è possibile, a orientarsi nel mare del web. Le nuove tecnologie offrono straordinarie possibilità a costi relativamente contenuti. Il problema, politico e culturale, è che questa potenzialità democratica non si rovesci in uno stato di natura digitale. O in una democrazia delle credulità. Per cui sono sempre di più gli utenti che vivono nella sindrome da complotto, diffidano dell’autorità e della scienza ufficiali. Ma sono disposti a fidarsi del primo guru che promette di farci essere sempre belli, giovani, longevi, sereni, vincenti, performanti. Ieri come oggi la lotta contro gli oscurantismi passa attraverso una buona istruzione. Che è possibile e auspicabile. Oggi siamo solo all’inizio dell’evoluzione di homo digitalis ma credo che l’avvio di un processo di “civilizzazione” – e di regolamentazione – della rete sia solo questione di tempo. Un bel segnale in proposito è quello del ministro della giustizia tedesco, Heiko Maas, che ha chiesto a Google di rivelare l’algoritmo che classifica i risultati delle nostre ricerche”.
(Da repubblica.it/rubriche/passaparola, 24/9/2014).

 




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