Linguaggi: il turpiloquio come arma politica.

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Gli obiettivi, le parole.

Il turpiloquio come arma politica.

Obiettivi e parole Salvini. ha un tono greve, bieco, vagamente minaccioso, anche quando vorrebbe essere ironico. I buoni e i cattivi sono nettamente distinti: da una parte immigrati e rom, dall’altra «I derubati dallo Stato».

di Aldo Cazzullo

Pare un imitatore di Grillo: per il turpiloquio, ancora più fastidioso, e i continui vaffa; per il collaudato schema «noi» contro «loro», basso contro alto, piccoli contro grandi, artigiani contro banchieri; per la commistione destra-sinistra, CasaPound-don Milani.
E per lo splendido isolamento, «non abbiamo bisogno di alleati, i nostri alleati sono sessanta milioni di italiani»; ma allora come conta Salvini di vincere le elezioni e realizzare il Paese meraviglioso in cui tutti pagano il 15% di tasse e sono gli svizzeri a portare i soldi?
Il turpiloquio è ancora più fastidioso proprio perché Salvini non è Grillo, cioè un comico. Il suo tono, anche quando vorrebbe essere ironico, è greve, bieco, vagamente minaccioso. Il linguaggio è a volte tecnicamente neofascista, come quando parla di «zecche» e «infami», a volte tecnicamente neogrillino: «Questo sfortunato Paese…», «ci stanno rubando il futuro…». Sugli immigrati i due leader la pensano quasi allo stesso modo, di suo il leghista aggiunge una facile invettiva contro i rom, invitati sotto la minaccia delle ruspe ad «andare a fare i rom da un’altra parte», suscitando il frenetico entusiasmo delle camicie nere romane nella piazza che fu di Giorgio Almirante (il quale per i rom aveva simpatia: “Zingari” si intitolava un film romantico diretto dal padre Mario Almirante, protagonista la cugina Italia Almirante).
Il mondo di Salvini è diviso nelle due parti già individuate da Grillo a San Giovanni. L’Europa e il suo servo sciocco Renzi, le grandi banche, Il Sole 24 Ore, Marchionne, i grandi giornali, la Rai, Equitalia, i falsi invalidi, la grande finanza, l’Agenzia delle Entrate, «quelli che hanno la villa a Cortina, mandano i figli alla scuola privata, hanno il portafoglio pieno a sinistra», e «quelli che hanno letto un sacco di libri ma non li hanno capiti»; di qua, «quelli che lavorano sedici ore al giorno», «quelli che si alzano alle quattro del mattino», «quelli che tirano su la saracinesca all’alba e la tirano giù la sera» categorie che esistono ma a cui non appartiene Salvini -, «i derubati dallo Stato», i veri invalidi, le banche popolari «che Renzi si vuole fottere», quelli che sparano ai rapinatori «perché se entri in casa mia in piedi devi sapere che puoi uscirne steso», e «noi che di libri ne abbiamo letti solo due, ma li abbiamo capiti». Le categorie amiche avranno protezione sociale; agli altri, «calci in culo», «un mazzo così» e analoghi simpatici destini.
La confusione ideologica è massima. «Chi non salta è comunista», «i professori di sinistra hanno insegnato tutto dei fenici e nulla delle foibe»; però al pantheon leghista sono annessi don Milani, Mauro Corona, Marco Paoliní (Salvini chiama Mauro pure lui) e Oriana Fallaci, «non solo la Fallaci de “La rabbia e l’orgoglio” ma pure quella del libro più bello che abbia mai letto, “Un uomo”, sulla storia di Alekos Panagulis»; poco importa che Panagulis fosse un oppositore di sinistra (sia pure non comunista) ai colonnelli greci graditi a CasaPound, e che la Fallaci definisse Bossi «il becero con la camicia verde e la cravatta verde che non sa nemmeno quali siano i colori della bandiera italiana». Salvini invece ha il polsino tricolore e indossa una felpa per chiede re la liberazione dei marò, ma si rifiuta di dire «Italia», meglio «le Italie»: veneti e sardi, lombardi e salentini devono avere «libera determinazione», insomma possono andarsene in qualsiasi momento, non si sa bene dove. Invece del «Va’ pensiero», musica da kolossal hollywoodiano; il posto d’onore a fianco del capo non è per Bossi, salito sul palco verso la fine a fare pateticamente le corna a Maroni nelle foto, ma per Buonanno, ex missino come Borghezio.
Intendiamoci: in piazza del Popolo sono rappresentate paure e inquietudini autentiche. E in qualche passaggio è difficile dissentire da Salvini, ad esempio quando ricorda che la natalità è crollata alla quota del 1861, e «un popolo che non fa figli muore». Ma subito il livello di demagogia risale oltre il sopportabile, quando sono messi in mezzo prima i fanti della Grande Guerra caduti per proteggere i confini oggi indifesi, poi il Papa: «Cosa gliene frega al Vaticano se le prostitute esercitano per strada o in casa?». Chiusa in linea con il nuovo corso nazionale e antieuropeo: «grazie Roma», «smonteremo Bruxelles».
Di strategia politica si è parlato poco; e non solo perché la priorità era scaldare la piazza. A Salvini interessa presidiare la destra, non tessere alleanze; far saltare il sistema, non governarlo. Ieri ha confermato che la Lega è in salute; ma non ha dissipato l’impressione che, se l’opposizione è questa, l’odiato Renzi resterà «sulla sua comoda poltrona» ancora a lungo.
(Dal Corriere della Sera, 1/3/2015).

 

 

 

 

 




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