Linguaggi: «I 10 vizietti dell’informazione»

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Il decalogo politically correct

Dal vocabolario gay spariscono lesbiche, outing e famiglia gay

Guai a definire «madri» le donne omosessuali con figli: loro sono «mamme»
Dare del «fidanzato» è vietatissimo a meno che questo abbia già fatto «outing»

di GIANLUCA VENEZIANI

D’ora in poi non sapremo più come chiamarli. D’ora in poi anche i termini «lesbica», «trans» e «famiglia gay» saranno considerati offensivi e discriminatori nei confronti del mondo omosessuale.
Questo almeno sostiene il manifesto «I 10 vizietti dell’informazione» presentato a Roma e Milano nel corso del seminario«L’orgoglio e i pregiudizi», organizzato da Unar e Redattore Sociale e patrocinato da Odg e Fnsi. Nel decalogo stilato dal giornalista Claudio Rossi Marcelli viene individuato l’uso di parole omofobe nel lessico giornalistico e quindi definito un vocabolario tutto nuovo, per chi non voglia offendere la sensibilità delle persone LGBT.
L’aspetto singolare è che vengono «condannati» anche termini neutri, finora utilizzati solo per indicare e definire, e non certo per discriminare.
Si parte dal termine «outing», considerato improprio non solo a livello grammaticale (si dovrebbe usare infatti l’espressione inglese più corretta «coming out»), ma anche a livello semantico, visto che il termine significherebbe, a detta dell’autore del manifesto, «sputtanamento».
È ancora più gustosa la demolizione di alcune parole che credevamo patrimonio non solo del linguaggio di stampa, ma anche del lessico comune. In primis, il sostantivo «lesbica». Secondo gli organizzatori del seminario, «la stampa italiana usa il termine per un atteggiamento maschilista». La parola «lesbica», infatti, «è usata sia come definizione che come insulto». Per questo meglio evitarla, insieme ai suoi aggettivi correlati «lesbo» e «saffico», e ricorrere al termine più inclusivo «gay» sia per gli uomini che per le donne.
In secondo luogo c’è l’espressione «il trans». Secondo Marcelli, «chi fa un percorso per diventare donna va chiamata al femminile», cioè «la trans». Eppure «su questo argomento c’è ancora chi tende alla battuta facile o cerca un riferimento al mondo della prostituzione, e per questo usa erroneamente «il trans».
Neppure la «famiglia gay» si salva dalla selezione linguistica proposta da Redattore Sociale. Usare questa formula significherebbe estendere «l’orientamento sessuale su tutta la famiglia, compresi i figli», per cui sarebbe più opportuno adottare «famiglia omogenitoriale», oppure scegliere un’altra soluzione lessicale: «Far decadere gli aggettivi e parlare di famiglia e basta».
L’utilizzo della parola «gay» viene sconsigliato anche se associato a due sostantivi come «comunità» e «icona». La prima espressione, «comunità gay», farebbe pensare a un unico mondo omosessuale, che «non c’è, perché è troppo variegato». La seconda invece si riferisce a personaggi che hanno «un grande seguito di pubblico omosessuale», ma «diventano icone loro malgrado»: in questo caso sarebbe proprio il termine «icona» a offenderli.
Quando si tratta di gay, bisognerebbe perfino evitare termini quali «madre» e «fidanzato». La madre, infatti, indicherebbe soltanto l’aspetto biologico, discriminando quindi i maschi che, nelle coppie gay, svolgono il ruolo di «mamma»; la parola «fidanzato», invece, dovrebbe essere usata solo quando la coppia decida di fare outing (pardon, coming out). Altrimenti sarebbero preferibili espressioni come «amico intimo» e «amico vicinissimo», quali sono state usate per definire il rapporto di Marco Alemanno con Lucio Dalla.
Spiace all’autore del manifesto anche il ricorso ad alcune immagini legate all’omosessualità, di cui «si fa un uso stereotipato», in quanto si ricorre «quasi sempre a foto tratte dai gay pride, alimentando un’immagine folcloristica e ostentata delle persone gay o trans». Le quali tuttavia – andrebbe ricordato – partecipando ai gay pride, hanno appunto scelto il folclore.
L’ultima nota riguarda l’uso di locuzioni che diventano ingiuriose solo se utilizzate nei confronti degli omosessuali. Una di queste è il verbo «tollerare» che andrebbe sostituito con «rispettare»; l’altra è l’espressione «gusti sessuali», che parrebbe indicare più un’inclinazione che un’effettiva identità sessuale.
È superfluo commentare che questo catalogo ci lascia letteralmente senza parole.
(Da Libero Quotidiano, 20/10/2013).

 




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