Lingua: un diritto di tutti.

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Lingua un diritto di tutti

Tullio De Mauro

La legge 482 lascia fuori gli arberesche dall´interpretazione della Carta il tema “Isole e minoranze culturali”: la tutela di chi viene a lavorare in Italia

Da un punto di vista linguistico molto generale ciò che possiamo dire dell´incontro tra culture diverse si colloca tra due estremi. Da una parte sta la meditata affermazione di Ivor Richards, il coautore famoso di “Meaning of Meaning”, secondo cui il passaggio da una lingua all´altra, il tradurre, è «l´atto più complesso possibile nel cosmo». Pubblichiamo uno stralcio dell´intervento di al convegno “Isole. Minoranze culturali, migranti, globalizzazione” che si tiene oggi nella Società di Storia patria.
All´altro estremo sta l´affermazione di Wilhelm von Humboldt, secondo cui ogni essere umano trova nella sua lingua la chiave per intendere ogni altra lingua. Da molti anni ho cercato di sostenere che il compito di una buona teoria del linguaggio sia quello di collocarsi al centro di questi estremi e di mostrare in che modo il possesso di una qualunque lingua ci apra sempre la strada a capire altri diversamente parlanti, per quanto arduo possa essere il compito.
Confortano su questa strada le considerazioni di Soren Kierkegaard quando, in Stadi sul cammino della vita, ricordava che la «lingua di casa», la «lingua del mercato», con le sue parole trite è quella che ci apre sempre la strada a lottare contro l´inesprimibile, portando a significazione ogni possibile nuovo senso; e di Roman Jakobson che ci mette dinanzi al fatto che sempre è problematico intendere altri e farci intendere da altri, anche entro una medesima comunità linguistica, talché il parlare è sempre un tradurre e la traduzione da una lingua all´altra, la traduzione esolinguistica, è un caso particolare della traduzione endolinguistica che sempre ci accompagna in ogni «stadio del cammino della vita». Chi giustamente non dimentica le eredità del passato potrà dire che tracce, intuizioni aurorali di questo punto di vista possono trovarsi già nel De vulgari eloquentia di Dante, anzi più indietro nel tempo in Cicerone, che riecheggiava idee degli epicurei campani che, a loro volta, avevano messo a frutto, in un´età di incontro e scontro tra lingue e culture diverse, indicazioni del monolingue ma geniale Aristotele.
Nel nostro presente non dovremmo lasciare cadere nel nulla queste riflessioni. Esse ci devono confortare nel ritenere che le possibilità dell´intesa sono aperte dinanzi all´esperienza umana purché lo si voglia. (…)
Un passato fatto di comprensione e costruzione comune di nuove culture ci appartiene, appartiene ai paesi che si aprono a ospiti d´altre terre e culture e appartiene ai nuovi arrivati migranti. Lo sapevano bene, io credo, quei padri costituenti che sessant´anni fa, nel redigere la Costituzione della nostra Repubblica, nell´articolo 6 scrissero: «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche». Nel linguaggio della Costituzione e del diritto Repubblica, come si sa, non significa solo «stato», significa ogni articolazione centrale o locale della sfera pubblica, significa governi centrali e locali, regioni e comuni, uffici e scuole, fino a sfumare nel concetto di intera comunità nazionale in quanto articolata e ordinata. E minoranza linguistica significa, gruppo che si riconosca nativamente in un idioma diverso da quelli prevalenti nel paese, come sono stati prevalenti a lungo tra noi solo i nostri splendidi dialetti e come ormai, anche nella realtà quotidiana, pur sopravvivendo i dialetti, è prevalente, nella varietà delle sue forme, l´italiano.
Come si sa, quell´articolo ha creato a più riprese difficoltà per la sua attuazione in «apposite norme». Dopo decenni di discussione, la legge 482 del l999 ne dette una interpretazione a dir poco restrittiva: restrittiva perché guardava non a chi parla una lingua meno diffusa ma al territorio in cui essa inizialmente è stata più parlata e lascia fuori quindi arberesh, sardi, neogreci, sloveni che risiedono a Milano, Torino, Napoli, Trieste, in gruppi demograficamente più consistenti di quelli restati nei territori d´origine; restrittiva perché ha escluso pregiudizialmente anche alcuni gruppi di antico arrivo in Italia, come gli zingari; restrittiva perché ha brutalmente limitato le norme di tutela a soli gruppi di antico insediamento. Pur con queste e altre limitazioni la legge 482 fu certamente un passo avanti rispetto al nulla di fatto decisionale dei decenni anteriori. Ma poiché ho avuto il privilegio di seguire dal 1971 l´elaborazione di altri e assai più rifiniti progetti di legge fermatisi per strada, vorrei ricordare che tra anni Settanta e Ottanta, parlamentari come Loris Fortuna, Marino Raicich, Giuseppe Chiarante, si erano battuti perché a minoranza linguistica venisse dato il suo senso ovvio, sancito anche internazionalmente, di gruppo minoritario di parlanti di lingua nativa diversa dall´italiano e dai suoi dialetti, senza che sia chiesto l´anno di ingresso sul suolo italiano dei parlanti d´altra lingua o dei loro più diretti progenitori.
La legge 482 è stata, a mio avviso un passo avanti. Ma solo un passo. Un giurista illustre, Stefano Rodotà, ha detto una volta che la nostra Costituzione è una costituzione «presbite», che per tanti aspetti ha saputo vedere lontano, Parlando senza specificazioni di minoranze linguistiche ha visto nel futuro la presenza preziosa tra noi anche di donne, uomini, bambine e bambini di altre parti del mondo. Ha pensato anche a loro.
Sarebbe una cosa assai buona se dal convegno così articolato e importante cui ci accingiamo venisse un richiamo a questa ampia visione che i costituenti ebbero: un richiamo ad andare avanti sulla strada di una piena attuazione dell´articolo 6, dunque sulla strada dell´elaborazione di una legge che tuteli i diritti linguistici nativi di chiunque venga a lavorare e vivere, cittadino e cittadina pleno iure tra noi che già ci onoriamo del privilegio esserlo, sul suolo della nostra Repubblica.


La repubblica. Palermo

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