Lingua straniera? L’italiano – È l’International School

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Lezioni in inglese e un «paletto» per tutti: «Open mind, mente aperta»

Qui non si pone il problema del tetto del 30 per cento di stranieri per classe, perché ci sono bambini di tutte le parti del mondo. Non si sentono neppure gli effetti della riforma Gelmini, perché si segue un programma internazionale, in gran parte in inglese. L’unico cruccio è potersela permettere questa scuola: si pagano dai 6 ai 12 mila euro all’anno per frequentarla. «Non siamo però una scuola d’élite, tanti genitori fanno sacrifici per mandare i figli da noi».

Parola di Conal Atkins, neozelandese, dall’anno scorso preside dell’International School of Bologna. Aperta nel 2004, la scuola è stata appena certificata dall’Organizzazione per il Baccalaureato internazionale e dal Council of International Schools. È quindi l’unica scuola a Bologna in grado di insegnare un programma internazionale riconosciuto da un sistema che ha quasi duemila scuole nel mondo. Dal prossimo anno poi, affiancherà alla materna e all’elementare anche il primo anno di scuola media.

Via D’Azeglio 55, ingresso del Collegio San Luigi. «Non c’entriamo nulla, paghiamo a loro solo l’affitto dei locali», precisano all’ingresso. L’International School è frequentata quest’anno da 113 bambini, dai 2 fino ai 10-11 anni, quattro classi di materna e cinque di elementare. Il 65 per cento ha entrambi i genitori italiani, il 20 per cento ne ha uno straniero e il resto li ha entrambi. Dirigenti, manager, professionisti che girano il mondo, ma anche campioni sportivi, in primis quelli delle due squadre di basket, mandano qui i loro pargoli. «Ci sono anche famiglie che vogliono dare un’educazione internazionale ai figli — spiega il preside —, sono consci che per il loro futuro conta un’istruzione di qualità e conoscere molto bene la lingua inglese. Qual è il prezzo che può avere un’educazione di questo tipo?». Certamente non è basso. Nel corridoio della scuola sono in mostra disegni e piccoli dipinti: li hanno fatti i bimbi di 5 anni dopo aver visto le opere di Matisse, Picasso, Monet.

«Do you want some cake?»: si sta anche festeggiando un compleanno e un bimbo va in giro ad offrire fette di torta. La quinta elementare sta facendo lezione con un’assistente americana e una inglese, «qui non c’è la cattedra e le file di banchi davanti, l’interazione è massima — fa notare il preside —, e durante la lezione si passa dall’inglese all’italiano con naturalezza». Ci sono bimbi indiani, cinesi, iraniani, francesi, ovviamente italiani. No, qui la riforma Gelmini proprio non si sente.

Open mind. Parte da qui, dalla «mente aperta», il learner profile. Se non si mastica l’inglese è un problema: per i genitori, s’intende. Perché i figli comunicano i risultati scolastici, o fanno gli approfondimenti con il babbo o la mamma solo in lingua. Le regole per crescere in un mondo senza frontiere sono anche messe per iscritto, in giro per la scuola: essere bilanciati, comunicare, avere principi, aiutare gli altri, fare domande per imparare cose nuove… «Qui si celebrano i bambini che rischiano, anche se sbagliano — dice Atkins —, è importante per imparare una lingua nuova». La scuola offre anche il programma d’italiano. «Le lezioni sono in italiano, come l’esame di quinta», spiega l’insegnante Silvia Bedodi. Fuori dall’aula però si parla inglese. Mentre si fa musica, arte, ginnastica. E si impara a diventare bilingui.




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