Lingua senza compromessi.

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Conosci Firenze?

di Maurizio Naldini.

Lingua senza compromessi.

La patria dell’italiano? Si fa per dire. I fiorentini sono talmente convinti di parlar bene anche quando sarebbe necessario l’indicativo, usano mille espressioni gergali, per non dire poi del turpiloquio. Ma quel che è peggio non ammettono l’errore. Altro che bel parlare, la loro è presunzione. Maria Cristina Fallani
Vero verissimo, ed è una questione antica come il ben noto “discorso sulla lingua” di manzoniana memoria. E infatti, due anni dopo – il Manzoni presentò la sua relazione al governo nel 1868 e La Nazione ne dette ampio risalto nell’edizione del 6 marzo di quell’anno – il nostro giornale tornava sull’argomento e cercava di trarne le prime conclusioni. “Ebbene – scrive l’articolista, probabilmente il grande Yorick – è vero che i fiorentini fanno uso disinvolto dell’italiano, e abituati a dargli del tu spesso cadono in errori grossolani. Infatti all’arco di San Piero una donna volenterosa ha scritto “Vendita di mignatte e si attaccano alle case” con ciò volendo indicare che lei – non le mignatte per proprio conto – va a casa degli interessati per svolgere la delicata operazione. O ancor di più, è vero che un parrucchiere ha messo un’insegna con su scritto “Francesco Giovannelli fa la barba che pare impossibile”.
Ma è davvero un errore? Oppure l’espressione “che pare impossibile” è piuttosto una sottolineatura, a dir poco geniale, delle capacità del Giovannelli? Insomma i fiorentini sbagliavano e sbagliano per troppa sicurezza, forse per presunzione, ma sono pur sempre comprensibili.
Mentre i piemontesi, e in genere i burocrati che affollavano i ministeri in quei giorni di Firenze capitale facevano ben altro. Essi si annodavano sulla frase, la rinforzavano quando non c’era bisogno, si attorcigliavano attorno a un’idea di per sé banale, e alla fine, superata la soglia del ridicolo, entravano nella dimensione del grottesco. Un esempio? Yorick nel suo articolo ne fornisce a decine, noi ne scegliamo una fra le tante. Eccola “La direzione del genio militare di Firenze dà in appalto certi lavori che dovranno essere conclusi nel termine di giorni 30 a partire dal giorno successivo a quello in cui verrà notificato il giorno del loro incominciamento”. Non è sublime un aggrovigliamento del genere? Perché se i fiorentini usano una parola o un tempo verbale in modo improprio, gli altri sono talmente persi nel grande lago delle definizioni, che mettono pezze su pezze a sostegno di una debole idea, e alla fine fanno crollare l’edificio. Miseramente.
(Da La Nazione, 9/7/2017).

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