“Lingua italiana bistrattata sui banchi di aule in macerie”.

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La poetessa rilancia la critica “Lingua italiana bistrattata sui banchi di aule in macerie”.

“IL SISTEMA SCOLASTICO È STATO SMANTELLATO, GOVERNO DOPO GOVERNO” DICE PATRIZIA VALDUGA “SI ESCE DALLE MEDIE SENZA SAPERE LA GRAMMATICA, DALLE SUPERIORI SENZA CONOSCERE LA SINTASSI E ALL’UNIVERSITÀ NON VA MEGLIO”.

«Italiani, imparate l’italiano!». E’ un verso scritto nel 1996 da Patrizia Valduga. Un verso che dà il titolo ad un libro di prose al vetriolo che una delle nostre più note e importanti poetesse contemporanee ha scritto con l`obiettivo di ricordare che «una nazione si fa innanzitutto con la sua lingua e la sua cultura».
Oggi quel verso è più attuale che mai considerato lo stato di salute in cui versa la nostra lingua, quotidianamente sempre più vilipesa da neologismi orripilanti e indebolita da una sorta di sudditanza nei confronti delle parole inglesi.
  Per certi versi, è questo il motivo che ha spinto la Valduga a riesumarlo. Lo ha fatto per un’occasione speciale: la 60° edizione del Premio Napoli per la Lingua e la Cultura italiana, presieduto dallo scrittore e saggista Gabriele Frasca. Un riconoscimento importante – alla stregua del Premio Georg Bùchner in Germania e del Premio Schiller in Svizzera – che la poetessa ha ricevuto quest’anno insieme al vignettista Francesco Tullio Altan, allo scienziato Guido Barbujani e all’attore-regista Fabrizio Gifuni.
  «A chi mi chiede come sta oggi la lingua italiana – sottolinea la poetessa – io rispondo che sta malissimo. Potrebbe essere altrimenti in questo povero Paese dove la scuola- primaria, secondaria e superiore – viene progressivamente, inesorabilmente depredata di risorse economiche e intellettuali?». Non usa mezzi termini, la Valduga.
E’ il suo stile, pungente, che si esplica anche quando discetta sullo stato di salute della scuola italiana: «Il nostro sistema scolastico che era uno dei migliori al mondo – è stato smantellato, governo dopo governo – spiega – Ora, non ci sono che macerie. Si esce dalle medie senza neanche sapere la grammatica, dalle superiori senza neanche sapere la sintassi, e l’università accoglie questa massa di giovani e li ributta fuori con un’infarinatura di luoghi comuni. Oggi, i corsi sono di tre mesi! Cosa può imparare uno studente in tre mesi? La scuola, che dovrebbe insegnare a pensare, purtroppo non insegna neppure a parlare».
  Di chi è la colpa? «Della cattiva politica», taglia corto la Valduga. Sollecitata, la poetessa rincara la dose: «I nostri politici sono il prodotto, della nostra scuola, sono degli ignoranti. Se avessero letto i classici, i grandi scrittori, i grandi poeti, i grandi storici, se avessero ascoltato la grande musica, sarebbero delle persone consapevoli, serie e oneste.
“Chi parla male pensa male”, diceva il gesuita Giacomo Lubrano. Un verso peraltro già citato da Giovanni Raboni, e copiato in un secondo momento anche da Nanni Moretti. E chi pensa male vota male, aggiungerei io».

(v.d.c.).
(Da Affari&Finanze (La Repubblica), 24/11/2014).

 




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