Lingua italiana all’estero

Posted on in Politica e lingue 6 vedi

Una passione (mondiale) per l’italiano

Popolarità in aumento: è la quinta lingua più richiesta Il ruolo e le difficoltà degli 89 Istituti di cultura all’estero

di Dario Fertilio

Uno studio della Fondazione Rosselli, realizzato per il Corriere della Sera, porta con sé buone nuove sull’immagine internazionale dell’Italia. I dati più confortanti riguardano la popolarità e l’interesse della nostra lingua: siamo quinti nella classifica degli idiomi più richiesti dagli studenti. Il che non corrisponde, naturalmente, alla diffusione reale (colossi come il cinese o l’hindi viaggiano nell’ordine inarrivabile delle centinaia di milioni di parlanti). Ma se consideriamo il numero di coloro che hanno deciso di leggere Dante o Pirandello nell’originale, oppure per passione culturale o interesse economico si sono iscritti ai corsi, ecco che l’onda lunga di cultura, cucina, artigianato, arte di vivere ci porta in alto: seguiamo a distanza, certo, l’inglese (ovvio), lo spagnolo (quasi altrettanto ovvio), e siamo anche alle spalle del tedesco e del francese; però, subito dopo, ci siamo noi. Da qui la necessità di consolidare una rete adeguata di Istituti di cultura all’estero. Ma la ricerca della Fondazione Rosselli fotografa una situazione ambivalente: da un lato crescenti successi promozionali, oltre all’aumento degli studenti; dall’altro ritardi strutturali e, ancor più, mancate riforme. Lo studio mette in evidenza le crescenti richieste di chi vuole imparare l’italiano: settemila sono i corsi «venduti» dagli Istituti durante il 2007. Risalta l’aumento degli eventi collegati alla promozione annuale della cultura, la «Settimana della lingua italiana nel mondo»: si è passati dai 309 del 2001 ai mille del 2005, sino a sfiorare i 1600 l’anno scorso (quest’anno la tendenza alla crescita appare confermata). Tuttavia, se si analizza la rete globale degli 89 Istituti, salta agli occhi una distorsione geografica. La maggioranza dei centri culturali (54%) è concentrata in Europa (con una punta di otto nella sola Germania). Un po’ come se la battaglia politico-culturale si continuasse a combattere lungo la Cortina di ferro, e come se non esistessero i programmi Erasmus e uno scambio costante fra i cittadini della Ue, si immagina ancora che gli avamposti dell’Italia debbano trovarsi a Londra, Barcellona o Parigi anziché Rio, Nuova Delhi, Shanghai o Kazan. E infatti l’Africa subsahariana ottiene in tutto il 4 per cento delle presenze, quella mediterranea e mediorientale si ferma all’11, mentre il blocco Asia-Oceania raccoglie un modesto 10. Bassa in proporzione (21%) la presenza degli Istituti di cultura nell’area culturalmente e linguisticamente più affine all’Italia, quella delle Americhe (in molti Paesi, dal Venezuela in giù, l’italiano potrebbe legittimamente aspirare a vedersi riconoscere il terzo posto come lingua ambientale, dopo lo spagnolo e il portoghese). Crescono, insomma, le aspettative, ma l’organizzazione non è all’altezza. Un raffronto con i «concorrenti» (soprattutto inglesi, tedeschi e spagnoli) si conferma problematico. Fuori categoria la Francia, con un numero impressionante di sedi ma una politica linguistica del tutto differente, la distribuzione degli enti culturali, su scala globale, ci vede lontani dal British Council e dal Goethe Institut, anche se davanti al Cervantes. Resta il fatto che la riforma tanto attesa per rilanciare l’azione del nostro Paese continua a languire. La Spagna, ad esempio, ha investito molto nel potenziamento della sua rete, con l’obiettivo di rafforzare la «strategia Paese». L’Italia, invece, non ha ancora messo a punto la sua riforma. Sulla quale Renato Cristin, che ha guidato per anni l’Istituto di Berlino tenendovi a battesimo Palazzo Italia, ha alcune idee precise: «Meglio organizzare meno eventi ma dare maggiore qualità alle manifestazioni; aumentare considerevolmente i direttori di chiara fama, con capacità manageriali e politico-culturali, riducendo il numero dei promossi per anzianità di servizio e in virtù di carriere interne ministeriali; soprattutto è la presidenza del Consiglio che dovrebbe investire, e mettere il ministro degli Esteri in condizione di includere la cultura italiana all’estero nelle priorità strategiche del Paese». E poi sarebbe necessaria un’azione capace di coinvolgere tutti gli enti che oggi ci rappresentano: i ministeri (Esteri, Beni culturali, Turismo), ed Enit, Ice, Camere di commercio. L’obiettivo: puntare su un’immagine unica e una rete di alleanze con le istituzioni culturali e scientifiche più prestigiose. Su un punto, invece, i progressi appaiono sensibili: nella capacità degli Istituti di conquistarsi finanziamenti e sponsorizzazioni locali. Pur muovendo da risorse limitate e all’interno di un quadro normativo invecchiato, i direttori degli Istituti sono riusciti complessivamente a svecchiare l’immagine collettiva del Paese. E i dati dimostrano come fra il 2005 e il 2007 sia avvenuta un’inversione di tendenza: la crescita dell’autofinanziamento ha dapprima avvicinato, poi quasi pareggiato, infine (nel 2007) superato la cifra complessiva stanziata dallo Stato. Un dato di cui gli Istituti possono andare orgogliosi, soprattutto se accompagnato dall’altro che riguarda il numero delle sole manifestazioni culturali, cresciute del 19 per cento dal 2007 al 2008. Si è passati infatti da 6049 a 7203, ma qui non è tutto oro quello che luccica: perché il moltiplicarsi degli eventi potrebbe essere spia di un certo provincialismo. Meglio puntare sull’eccellenza, ricalcando dove possibile il modello vincente «Italia in Giappone», già replicato nel 2006 in Cina, e negli anni successivi in Vietnam e Corea. Resta invece irrisolto il problema del ritardo nel promuovere la cultura scientifica e tecnologica. Dovrà essere colmato – sottolinea la ricerca – attraverso eventi che mettano a confronto scienziati italiani e stranieri, e favoriscano accordi tra università. Un ultimo capitolo messo in rilievo dalla Fondazione Rosselli riguarda il dialogo proficuo aperto dagli Istituti con le regioni: nel 2008 sette su dieci hanno realizzato manifestazioni culturali sul tema delle identità locali. Qui è ormai alle porte un nuovo «Brand Italia» variamente articolato: c’ è il turismo accompagnato dall’arte enogastronomica, ma anche un nuovo impulso all’esportazione di prodotti locali. L’Emilia-Romagna, attraverso un’esposizione sul Made in Italy, ha promosso la produzione della moto Ducati a Tokio; la Confartigianato veneto ha organizzato all’interno dell’Istituto di Ankara un convegno volto alla promozione del tessuto produttivo locale.

(Dal Corriere della Sera, 9/12/2009).

[addsig]




1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Una passione (mondiale) per l'italiano<br /><br />
<br /><br />
Popolarità in aumento: è la quinta lingua più richiesta Il ruolo e le difficoltà degli 89 Istituti di cultura all'estero<br /><br />
<br /><br />
di Dario Fertilio<br /><br />
<br /><br />
<br /><br />
Uno studio della Fondazione Rosselli, realizzato per il Corriere della Sera, porta con sé buone nuove sull'immagine internazionale dell'Italia. I dati più confortanti riguardano la popolarità e l'interesse della nostra lingua: siamo quinti nella classifica degli idiomi più richiesti dagli studenti. Il che non corrisponde, naturalmente, alla diffusione reale (colossi come il cinese o l'hindi viaggiano nell'ordine inarrivabile delle centinaia di milioni di parlanti). Ma se consideriamo il numero di coloro che hanno deciso di leggere Dante o Pirandello nell'originale, oppure per passione culturale o interesse economico si sono iscritti ai corsi, ecco che l'onda lunga di cultura, cucina, artigianato, arte di vivere ci porta in alto: seguiamo a distanza, certo, l'inglese (ovvio), lo spagnolo (quasi altrettanto ovvio), e siamo anche alle spalle del tedesco e del francese; però, subito dopo, ci siamo noi. Da qui la necessità di consolidare una rete adeguata di Istituti di cultura all'estero. Ma la ricerca della Fondazione Rosselli fotografa una situazione ambivalente: da un lato crescenti successi promozionali, oltre all'aumento degli studenti; dall'altro ritardi strutturali e, ancor più, mancate riforme. Lo studio mette in evidenza le crescenti richieste di chi vuole imparare l'italiano: settemila sono i corsi «venduti» dagli Istituti durante il 2007. Risalta l'aumento degli eventi collegati alla promozione annuale della cultura, la «Settimana della lingua italiana nel mondo»: si è passati dai 309 del 2001 ai mille del 2005, sino a sfiorare i 1600 l'anno scorso (quest'anno la tendenza alla crescita appare confermata). Tuttavia, se si analizza la rete globale degli 89 Istituti, salta agli occhi una distorsione geografica. La maggioranza dei centri culturali (54%) è concentrata in Europa (con una punta di otto nella sola Germania). Un po' come se la battaglia politico-culturale si continuasse a combattere lungo la Cortina di ferro, e come se non esistessero i programmi Erasmus e uno scambio costante fra i cittadini della Ue, si immagina ancora che gli avamposti dell'Italia debbano trovarsi a Londra, Barcellona o Parigi anziché Rio, Nuova Delhi, Shanghai o Kazan. E infatti l'Africa subsahariana ottiene in tutto il 4 per cento delle presenze, quella mediterranea e mediorientale si ferma all'11, mentre il blocco Asia-Oceania raccoglie un modesto 10. Bassa in proporzione (21%) la presenza degli Istituti di cultura nell'area culturalmente e linguisticamente più affine all'Italia, quella delle Americhe (in molti Paesi, dal Venezuela in giù, l'italiano potrebbe legittimamente aspirare a vedersi riconoscere il terzo posto come lingua ambientale, dopo lo spagnolo e il portoghese). Crescono, insomma, le aspettative, ma l'organizzazione non è all'altezza. Un raffronto con i «concorrenti» (soprattutto inglesi, tedeschi e spagnoli) si conferma problematico. Fuori categoria la Francia, con un numero impressionante di sedi ma una politica linguistica del tutto differente, la distribuzione degli enti culturali, su scala globale, ci vede lontani dal British Council e dal Goethe Institut, anche se davanti al Cervantes. Resta il fatto che la riforma tanto attesa per rilanciare l'azione del nostro Paese continua a languire. La Spagna, ad esempio, ha investito molto nel potenziamento della sua rete, con l'obiettivo di rafforzare la «strategia Paese». L'Italia, invece, non ha ancora messo a punto la sua riforma. Sulla quale Renato Cristin, che ha guidato per anni l'Istituto di Berlino tenendovi a battesimo Palazzo Italia, ha alcune idee precise: «Meglio organizzare meno eventi ma dare maggiore qualità alle manifestazioni; aumentare considerevolmente i direttori di chiara fama, con capacità manageriali e politico-culturali, riducendo il numero dei promossi per anzianità di servizio e in virtù di carriere interne ministeriali; soprattutto è la presidenza del Consiglio che dovrebbe investire, e mettere il ministro degli Esteri in condizione di includere la cultura italiana all'estero nelle priorità strategiche del Paese». E poi sarebbe necessaria un'azione capace di coinvolgere tutti gli enti che oggi ci rappresentano: i ministeri (Esteri, Beni culturali, Turismo), ed Enit, Ice, Camere di commercio. L'obiettivo: puntare su un'immagine unica e una rete di alleanze con le istituzioni culturali e scientifiche più prestigiose. Su un punto, invece, i progressi appaiono sensibili: nella capacità degli Istituti di conquistarsi finanziamenti e sponsorizzazioni locali. Pur muovendo da risorse limitate e all'interno di un quadro normativo invecchiato, i direttori degli Istituti sono riusciti complessivamente a svecchiare l'immagine collettiva del Paese. E i dati dimostrano come fra il 2005 e il 2007 sia avvenuta un'inversione di tendenza: la crescita dell'autofinanziamento ha dapprima avvicinato, poi quasi pareggiato, infine (nel 2007) superato la cifra complessiva stanziata dallo Stato. Un dato di cui gli Istituti possono andare orgogliosi, soprattutto se accompagnato dall'altro che riguarda il numero delle sole manifestazioni culturali, cresciute del 19 per cento dal 2007 al 2008. Si è passati infatti da 6049 a 7203, ma qui non è tutto oro quello che luccica: perché il moltiplicarsi degli eventi potrebbe essere spia di un certo provincialismo. Meglio puntare sull'eccellenza, ricalcando dove possibile il modello vincente «Italia in Giappone», già replicato nel 2006 in Cina, e negli anni successivi in Vietnam e Corea. Resta invece irrisolto il problema del ritardo nel promuovere la cultura scientifica e tecnologica. Dovrà essere colmato - sottolinea la ricerca - attraverso eventi che mettano a confronto scienziati italiani e stranieri, e favoriscano accordi tra università. Un ultimo capitolo messo in rilievo dalla Fondazione Rosselli riguarda il dialogo proficuo aperto dagli Istituti con le regioni: nel 2008 sette su dieci hanno realizzato manifestazioni culturali sul tema delle identità locali. Qui è ormai alle porte un nuovo «Brand Italia» variamente articolato: c' è il turismo accompagnato dall'arte enogastronomica, ma anche un nuovo impulso all'esportazione di prodotti locali. L'Emilia-Romagna, attraverso un'esposizione sul Made in Italy, ha promosso la produzione della moto Ducati a Tokio; la Confartigianato veneto ha organizzato all'interno dell'Istituto di Ankara un convegno volto alla promozione del tessuto produttivo locale. <br /><br />
(Dal Corriere della Sera, 9/12/2009).<br /><br />
[addsig]

You need or account to post comment.