Lingua e letteratura yiddish

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Letteratura Da Saul Bellow a Mel Brooks, la docente di Harvard si confronta con i grandi classici e con i maestri della «comic revolution»

Una risata yiddish salverà l’America

di Alessandra Farkas

«Senza di lei la letteratura yiddish rischiava di scomparire», ha detto Cynthia Ozick, uno degli autori immortalati in The Modern Jewish Canon. A Journey through Language and Culture (University Of Chicago Press, 2000), il libro di critica letteraria in cui la settantatreenne Ruth Wisse sostiene che «conoscere la letteratura yiddish è fondamentale per capire l’ebraismo moderno»…Considerata dagli americani la massima autorità in materia di letteratura yiddish – che insegna ad Harvard dal 1993, dopo decenni tra McGill, Stanford, New York University e Università di Tel Aviv – la Wisse è autrice di classici quali The Liberal Betrayal of the Jews, dove imputa il revival dell’antisemitismo ai liberal ebrei. E Jews and Power, storia della politica ebraica da re Davide a oggi, definito «un testo indispensabile per capire la rinascita di Israele» da Angelo Pezzana, fondatore dell’influente sito ebraico InformazioneCorretta.com. «Mi considero il prodotto della millenaria cultura yiddish, che nel XIX secolo si diffuse dall’Europa agli Stati Uniti», spiega la Wisse, nata nel 1936 a Czernowitz, la città dell’Ucraina (un tempo parte della Romania e prima ancora dell’Impero austro-ungarico) che ha dato i natali a intellettuali e letterati del calibro di Aharon Appelfeld, Gregor von Rezzori e Paul Celan. Tra il 1870 e la Seconda guerra mondiale la popolazione ebraica di Czernowitz superava il 30 per cento del totale e nel 1908 la città fu sede della prima conferenza sulla lingua yiddish. «Nella nostra casa si parlava lo yiddish e si leggevano gli innumerevoli classici di quella lingua», precisa l’autrice. Suo padre, di origine lituana, possedeva una fabbrica di gomma. Aveva ricevuto dal re di Romania una medaglia per meriti sul lavoro e per questo nel 1940, quando i sovietici stavano avanzando, gli fu consentito di lasciare il Paese. In un primo momento la famiglia vive da apolide a Lisbona, per emigrare poi a Montreal, dove il padre nel frattempo aveva acquistato un’industria tessile in disuso. Dopo aver studiato letteratura yiddish alla Columbia University di New York, nel 1969 la Wisse consegue un PhD in letteratura inglese alla McGill di Montreal, con una tesi dal titolo Shlemiel as Hero in Yiddish and American Fiction («Lo sciocco come eroe nella fiction yiddish e americana»). «Tranne la Columbia, nessuna università nordamericana a quei tempi offriva corsi di letteratura yiddish o studi ebraici», ricorda. Ispirata dal poeta yiddish Abraham Sutzkever, di cui, nel lontano 1959, aveva organizzato il primo e trionfale book tour nordamericano, la Wisse convince il dipartimento di inglese alla McGill a introdurre prima un corso di letteratura yiddish e poi un programma di studi ebraici che comprendeva l’apprendimento del Talmud. Il resto è storia. Il merito di far conoscere all’America la cultura yiddish, secondo molti, è suo. «Non è così – si schermisce lei – nel mondo da cui provengo questo tipo di letteratura era già studiata e venerata». Alla vigilia della Seconda guerra mondiale lo yiddish era parlato da quasi 13 milioni di persone. Oggi esse raggiungono a malapena un milione. «Purtroppo molti di coloro che lo usavano sono morti o sono stati uccisi e gli ebrei ultraortodossi che attualmente lo parlano non vogliono avere nulla a che fare con la tradizione laica che da ormai due secoli lo caratterizza». Anche se gli ebrei hanno inventato lo yiddish per mantenere vivo il giudaismo, servendo Dio a modo loro, la letteratura yiddish degli ultimi 200 anni è veltlech, ovvero laica e mondana e spesso rifiuta la religione. «Paradossalmente, chi sarebbe interessato ad apprenderla – dice la Wisse – non può perché non conosce la lingua. Ecco perché la mia missione ad Harvard non è solo dissotterrare i grandi del passato, ma anche renderli accessibili, aumentando la conoscenza dell’idioma». Ad Harvard i suoi studenti non sono solo ebrei. «Tra i migliori ho avuto due professori cinesi. È un fenomeno nuovissimo: Pechino vuole diffondere la letteratura yiddish nel Paese». Però anche lei tiene ai distinguo: «Io adoro lo yiddish, ma riconosco che è solo uno strumento. Non un Dio, come sostenevano i socialisti ebrei guidati da Chaim Zhitlowsky, fondatore del Partito socialista rivoluzionario russo e leader del cosiddetto yiddishismo, il movimento secondo cui lo yiddish conteneva l’essenza del giudaismo ed era più importante dell’ebraismo stesso». Il suo Canone, tradotto anche in cinese, non s’ ispira al Canone Occidentale di Harold Bloom: «Il mio approccio è diverso. Io non opero solo scelte personali, ma cerco di includere i classici universalmente riconosciuti, ponendomi la domanda: “Che cosa contraddistingue la grande letteratura ebraica?”»… Ma i veri eredi della grande tradizione yiddish, secondo la Wisse, sono i comici ebrei, da Mel Brooks a Woody Allen, passando per Groucho Marx e Jerry Seinfeld: il prodotto dell’intreccio post-assimilazione tra identità ebraica e cultura americana. «Negli anni Settanta quasi l’80 per cento dei comici americani – spiega – erano ebrei. Il fatto che l’humour ebraico resta una delle caratteristiche più importanti e distintive della cultura Usa fornisce la misura di quanto profonda e capillare sia stata l’influenza degli ebrei in questo Paese». Il pioniere della comic revolution? «Saul Bellow: ha cambiato la direzione della fiction americana, trasformando il “timore e tremore” di Kierkegaard nell’ebraicissimo “ilarità e tremore”. Forse la sua più grande eredità letteraria». Anche i fratelli Coen sono tra i debitori dell’autore di Herzog. «Il loro ultimo film, A Serious Man, è anche il più ebraico: un adattamento del Libro di Giobbe in chiave comica. La prima volta che un film hollywoodiano contiene dialoghi in yiddish sottotitolati». Isaac Bashevis Singer meritava il Nobel? «Anche suo fratello Israel Joshua – replica la Wisse – era uno scrittore di enorme talento. Ha ragione Bloom: non puoi permettere alla giuria del Nobel di dettare gli standard della grande letteratura mondiale. Il comitato del Nobel non legge nelle lingue delle minoranze che premia e sicuramente non ha letto Imre Kertész in ungherese. Perlopiù risponde alla pressione culturale e a petizioni di gruppi. Il Nobel è quello che è. Ha sempre avuto un connotato politico e sarebbe ingenuo credere il contrario». … Anche se negli ultimi tempi non perde occasione per dare addosso ai liberal ebrei, la sua vera crociata resta la battaglia per il futuro dello yiddish. «Non farà la fine del sanscrito – assicura – ed è in una posizione migliore rispetto ad altri idiomi, perché è stato assorbito dall’ebraico in Israele, dal tedesco in Germania e persino dall’inglese in America. Pertanto non morirà mai».

(Dal Corriere della Sera, 5/12/2009).

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