Lingua e integrazione.

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Il progetto.

Al Cara di Mineo in 1.600 a scuola per leggere e scrivere in italiano.

Scuola e lavoro. È la parola d’ordine che si cerca di insegnare al Cara di Mineo. E dei circa tremila ospiti sono almeno 1.600 quelli che frequentano le 42 classi aperte all’interno della struttura. La frequenza non è obbligatoria, ma le lezioni si
tengono dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 14 e dalle 15 alle 17, con distribuzione nella classi legate a conoscenze personali e capacità di apprendimento. Un corso a parte, per esempio, è stato tenuto per due analfabeti. Tra i banchi è seduto anche Maxwell, 21 anni, nigeriano, da tre mesi al Cara di Mineo. Parla l’inglese, e già dice qualcosa nella nostra lingua. «Per me è importante parlare l’italiano dice in inglese – perché voglio farmi capire e devo capire quello che mi dicono. Ho imparato per primo a contare: e dico – aggiunge in italiano – uno, due, tre, quattro… piano piano… Io sono Mawell, sono nigeriano, io sono straniero… grazie, grazie, grazie…» «Noi ci prendiamo cura di loro – mI spiega una delle vicedirettrici del Cara, Ivana Galanti – cerchiamo di fargli superare il trauma che hanno vissuto prima, durante e dopo il viaggio.
La scuola è un momento importante, noi ne siamo certi e anche loro, visto che partecipano assiduamente alle lezioni. Chi comincia non lascia, mai. La lingua è il primo strumento per l’integrazione e noi vogliamo dare valore al loro tempo».
(Da Il Messaggero, 6/8/2017).

Migranti. I servizi qualificati per fare integrazione (con i fondi statali) prevalgono al Sud.

Lingua, lavoro, corsi: solo il 5% dei sindaci fa accoglienza doc.

Sprar frenato da carenze progettuali e di strutture ma anche dal dissenso.

I Comuni evitano l’accoglienza qualificata, finanziata dallo Stato, inclusiva di formazione e integrazione, dei migranti. Quella che si chiama anche «accoglienza integrata» ed è rappresentata dallo Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati): si trova solo nel 5% dei centri urbani in Italia. La denuncia arriva da una ricerca della Fondazione Leone Moressa: «Meno del 15% dei migranti accolti in Italia è ospitato in centri Sprar» si legge nel documento. Eppure i Comuni avrebbero tutto l’interesse a dare seguito a questo sistema. L’adesione è volontaria. Consente l’accesso al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo. Prevede l’istruzione degli immigrati adulti, a partire dalla lingua, l’iscrizione a scuola dei minori migranti, «servizi volti all’inserimento socioeconomico delle persone» attraverso «percorsi formativi e di riqualificazione professionale per promuovere l’inserimento lavorativo» come si legge sul sito www.sprar.it. Un’architettura dove il ministero dell’Interno, l’Anci (Associazione nazionale Comuni d’Italia), i singoli centri urbani, gli altri enti territoriali e il terzo settore condividono e coordinano i progetti. E i Comuni sono comunque i protagonisti.
Le statistiche elaborate dalla Fondazione Moressa, tuttavia, sono sconfortanti. I dati presi a riferimento sono gli ultimi resi disponibili sull’accoglienza dal dicastero guidato da Marco Minniti, aggiornati al 23 gennaio. Annoverano 175.500 migranti accolti in Italia, oggi siamo a quota 200mila circa. Anche perché al 4 agosto, secondo il Viminale, sono giunti dall’inizio dell’anno 95.811 immigrati (-3,24%). Ma da gennaio a oggi l’incremento nell’ospitalità di richiedenti è quasi tutto in capo ai Cas, i centri di assistenza temporanea: ricercati in fretta e furia dai prefetti, obbligati a distribuire la quota di migranti destinata dal Viminale dopo ogni sbarco. Nei Cas, dunque, c’è la quasi totalità dell’accoglienza dei 3.183 Comuni- su 8mila – finora impegnati nell’ospitalità dei richiedenti asilo e rifugiati. Qualche segnale positivo sembra arrivare: si parla di 153 nuovi progetti, che coinvolgono 350 Comuni, a tre mesi dall’ultimo bando Sprar. Il paradosso – solo apparente – è che grazie alla «clausola di salvaguardia» della direttiva n ottobre 2016 dell’allora ministro Angelino Alfano, poi confermata da Minniti, i centri urbani disponibili a entrare nello Sprar non possono vedersi imporre dalle prefetture nuovi Cas. La realtà tuttavia ha un’altra faccia: per troppi sindaci è meglio mostrare di subire gli atti del prefetto che esporsi in prima persona sui migranti.
Tra i primi 15 Comuni con maggior ipresenze nello Sprar prevale il Sud: come ricorda la Fondazione Moressa sono «quattro in Sicilia, tre in Calabria e in Campania, due in Puglia e nel Lazio». A Riace (Reggio Calabria) l’incidenza maggiore con 175 migranti di un progetto Sprar su una popolazione di 2.345 abitanti. Segue Vizzini (Catania), con 344 migranti su 6.164 abitanti e S. Caterina dello Ionio (Catanzaro) con 57 migranti su 2.194 abitanti. M.Lud.
(Da Il Sole 24 Ore, 6/8/2017).

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