Lingua e diritto per Giovanni Nencioni

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Elzeviro Un ricordo di Giovanni Nencioni

LINGUA E DIRITTO LE VIE PARALLELE

Il presidente della Crusca si laureò con Piero Calamandrei

di Natalino Irti

La ristampa anastatica della prima edizione (Venezia, 1612) del Vocabolario degli Accademici della Crusca è dedicata, su autorevole iniziativa di Francesco Sabatini, al grande studioso Giovanni Nencioni (1911-2008), che per quasi trent’anni tenne con alto prestigio la presidenza di quell’antico e celebre sodalizio. Anche un giurista ha qualche titolo per discorrere di Nencioni, e ricordarne la nobile e generosa figura. Già per le pagine, da lui riservate, nel fondamentale saggio del 1946 (Idealismo e realismo nella scienza del linguaggio), all’intima affinità tra diritto e lingua: istituzioni, ambedue, che si muovono nella dialettica fra oggettività e soggettività, fra norme e concreta applicazione. Come nella lingua il singolo parlante attinge elementi dal «vocabolario», custode di modi e forme dell’esprimersi e del dialogare, e si fa obbediente alla costante oggettività dei significati e alle regole della grammatica; così nel diritto il singolo atto (negozio giuridico, testamento, o sentenza) trae la propria validità dall’adeguarsi alla legge, dall’essere quale la legge vuole che sia. In ambedue i campi, l’uomo deve negare se stesso per essere veramente se stesso, perdersi come individuo per riconoscersi nella socialità del dire e del fare: alla lingua come codice del parlare corrisponde il diritto come grammatica dell’agire. E in ambedue, anche gli atti «illeciti», gli atti di disobbedienza e di rivolta, giovano alla vita dell’istituzione e ne stimolano lo sviluppo. E questo dà ragione all’odierna crisi, che travolge lingua e diritto, e entrambi piega al frammentismo e all’occasionalismo. Non più la pagina e il periodo stretti nel vincolo della coerenza linguistica e della proprietà espressiva; non più, dall’altra parte, le leggi raccolte in organiche e razionali unità. Comune il destino delle due istituzioni, che sarebbero chiamate a garantire i rapporti del convivere: uomini che parlino e s’ intendano fra loro; e uomini che agiscano l’uno verso l’altro secondo misure costanti e predefinite. Crisi della lingua e crisi del diritto sono profili della medesima realtà, e insieme si riconducono alla crisi della parola, che vediamo surrogata da segni telematici, gerghi tecnici, nomenclature convenzionali. C’ è poi un, più personale e biografico, legame fra Nencioni e il mondo giuridico. Giacché egli seguì studî di legge nell’Università fiorentina, e fu allievo («discepolo infedele», amò definirsi) di Piero Calamandrei, laureandosi il 1933 con una tesi su un grave e oscuro argomento di diritto processuale civile (l’intervento volontario litisconsorziale!). La tesi, giudicata degna di stampa, segnò l’esordio pubblico di Nencioni, sicché i suoi studî linguistici mossero, quasi a prova della profonda contiguità dei due àmbiti, dalle aride rive del diritto. Il formalismo del processo civile educava, nel suo oggettivo rigore, all’analisi e all’istituzionalità della lingua. La vita del diritto è, a ben vedere, vita di parole: applicare norme non si può se non interpretando parole; comandare non si può se non dicendo parole. L’autore di questo elzeviro ama ricordare che nel 1997, avendo inviato a Nencioni un suo libro sull’interpretazione dell’atto giuridico, ne ebbe in risposta una lettera di densa e commossa sincerità. Dove egli evoca l’«amato e ammirato maestro Piero Calamandrei» e – se è lecito cedere alla lusinga dell’elogio – si compiace che un giurista «con forte vocazione speculativa porti un nuovo consenso e sostegno alla mia concezione istituzionale della lingua». Elogio generoso, perché l’autore del libro entro quella concezione aveva svolto la propria indagine, e ad essa era rimasto strettamente e pienamente fedele. Così Nencioni non cancellava dalla propria storia la pagina giuridica, ma anzi trovava in essa il fondamento e la ragione dell’ulteriore cammino. Studî giuridici e studî linguistici apparivano in intrinseca continuità, fraterni nel riconoscere la capacità unificatrice e costruttiva della parola.

(Dal Corriere della Sera, 24/10/2008).

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