Lingua e dialetto

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CULTURA

Serenissima lingua italiana

L’idioma nazionale si intreccia per secoli con quello veneziano. Un saggio di Tomasin racconta la storia di una pacifica convivenza

di Beppe Gullino

I dialetti veneti, si sa, non conoscono la pronuncia «gl», che è toscana. Pertanto qui da noi non esistono termini come moglie, voglia, figlio e così via. Prendiamo «figlio». I veneti dicono fìo,fiòl, fiòlo, per cui un tempo questo creava problemi all’incondito scrivente quando si trovava a dover rendere la pronuncia italiana, magari sotto dettatura. Allora ecco cosa succedeva: le prime due lettere andavano via liscie: «fi», poi sentiva che il suono richiedeva una «l», e scriveva «fil». Qui cominciavano i guai, ci voleva una «g» da qualche parte, e ce la metteva; il risultato è che, a leggere certi documenti, ci imbattiamo in esiti singolari, per cui troviamo scritto filgio, molgie, familgia. Luigi Luzzatti, il grande ministro dell’economia, aveva il vezzo, con gli amici veneti, di dire elgi anziché egli, fidando nella loro dottrina, o forse mettendola alla prova. Oltre ad annotazioni e curiosità di tal sorta, un’agile, ma completa – e condotta con scrupoloso rigore filologico – Storia linguistica di Venezia, Carocci Editore, Roma 2010, ci viene ora offerta da Lorenzo Tomasin, penna ben nota ai lettori di questo giornale. Allora, mentre qualche studioso discute ancora se si possa parlare di lingua, a proposito del veneziano (e veneto), oppure se queste testimonianze letterarie debbano essere relegate in ambito dialettale, con il suo libro Tomasin presenta ed esamina una documentazione così robusta in favore del nostro passato linguistico, da sgombrare il campo da futuri dubbi. Ma non è questo il suo assunto.
Da linguista qual è, egli intende piuttosto ripercorrere la genesi e la storia del veneziano, la cui dignità e diffusione sono stati sempre ben presenti ai maggiori filologi, e basti citare il Vocabolario del veneziano di Carlo Goldoni di Gianfranco Folena, edito nel 1993 e, in tempi più recenti (2007), il Dizionario veneziano della lingua e della cultura popolare nel XVI secolo di Manlio Cortelazzo, che per la sua consistenza (1557 pagine) si pone quale fondamentale compendio non solo linguistico, ma in qualche misura antropologico della società lagunare cinquecentesca. Un esempio su cui si sofferma Tomasin: la parola ciao, forma confidenziale di saluto che sta affermandosi anche fuori dai confini della Penisola. Ebbene, il nostro ciao risale al veneziano s’ciao, cioè «schiavo», nel senso di «servo vostro», forse per contaminazione con il turco chiaus (pronuncia ciàus), che voleva dire, appunto, «schiavo». Ora, come attestano le fonti, gli ambasciatori che la Sublime Porta inviava alla Serenissima erano denominati ciaus, per il semplice motivo che nell’Impero c’era un solo uomo libero, e cioè il sultano, mentre tutti gli altri erano suoi schiavi Gli apporti furono reciproci. A indicare la diffusione del veneziano, in ambito mediterraneo, sta la risposta fornita nel 1530 dal Gran visir all’ambasciatore Tommaso Mocenigo, che chiedeva in quale lingua avrebbe potuto rivolgersi a Solimano il Magnifico: «Parlè venezian – disse il visir – che il Gran Signor ve intendarà». Un prestigio, quello della nostra lingua, che neppure l’affermarsi del toscano quale modello linguistico-letterario nazionale riuscirà a scalfire, forse anche per la mancanza, nella Dominante, di una corte che fungesse da catalizzatore; anzi, le due lingue riusciranno a convivere assieme: nelle assemblee del Maggior Consiglio ci si esprimeva in italiano, ma subito dopo quegli stessi uomini si riappropriavano della parlata tradizionale.
Poi venne la fine della Serenissima e, con essa, il ruolo di egemonia politica e culturale esercitato dalla ex Dominante nei confronti della terraferma. Donde l’attenuarsi, nel corso dell’Otto-Novecento, del legame in precedenza intercorso tra il veneziano e le altre varietà regionali. Qui l’autore si ferma, onde evitare l’ipertrofismo, tipico della recente storiografia, di un’espansione progressiva della trattazione quanto più ci si avvicina nel tempo. Una lezione di stile, serietà e coerenza con cui Tomasin ha fatto dono alla cultura veneta di una significativa, inelusibile acquisizione.
(Da Corrieredelveneto.it, 21/12/2010).




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