Lingua e dialetto in De Amicis

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Nel dibattito italiano sull’opportunità o meno di valorizzare i dialetti, trova giusto spazio una posizione come quella qui espressa dal prof. Baldo. La pubblichiamo volentieri, ben sapendo che la questione della lingua Veneta, e del Veneto in generale, non è compresa in questo dibattito trattandosi – appunto – di un problema di nazionalità, essendo il Veneto una realtà diversa rispetto al processo unitario d’Italia (il Veneto fu colonizzato dall’Italia dal 1866 in poi, e aveva alle spalle molti secoli di indipendenza statuale) ed avendo la lingua Veneta una dignità storica documentale e letteraria sconosciuta ai vari dialetti italiani. Lo spazio per altri interventi è aperto….

Edmondo De Amicis (Oneglia, 21 ottobre 1846 – Bordighera, 11 marzo 1908), lo scrittore di fine Ottocento noto soprattutto per il testo Cuore, pubblicò numerosi libri, di viaggio, di riflessione, sempre cercando di coinvolgere tutti i lettori di ogni censo e di ogni grado di istruzione. Proprio questo suo carattere “popolare” non lo porta ad essere oggi apprezzato dagli intellettuali, mentre la sua prospettiva pedagogica, espressa proprio nel più famoso romanzo, sarebbe da tener presente, perché ritiene fondamentale l’acquisizione di strumenti per elaborare e non di elaborare “a fantasia”, che spesso è solo una volizione del momento e non porta con sé nemmeno la capacità di fantasticare.

Dopo gli studi primari, fu all’Accademia Militare di Modena e considerò sempre la disciplina militare un modello per lo sviluppo della vita di una persona, ossia senza la capacità di ben ordinare non si ha la possibilità di costruire qualche cosa. Lasciato l’esercito, ricordiamo che partecipò alla battaglia di Custoza nel 1866, divenne inviato per la Nazione di Firenze, assistendo tra l’altro alla presa di Roma nel 1870. In questo periodo le sue corrispondenze andarono a formare i libri di viaggio Spagna (1872), Ricordi di Londra (1873), Olanda (1874), Marocco (1876), Costantinopoli (1878/79), Ricordi di Parigi (1879). Verso il 1890 iniziò a simpatizzare per il socialismo e aderì al Partito Socialista Italiano nato nel 1892. Le ultime cose che scrisse furono L’idioma gentile (1905), Ricordi d’un viaggio in Sicilia (1908), Nuovi ritratti letterari e artistici (1908).

Proprio il testo L’idioma Gentile, affronta il problema della lingua nello paese italiano. La lingua è tutt’uno con il proprio paese e per questo la si deve amare; infatti “ E’ inseparabilmente congiunto l’amore della nostra lingua col sentimento d’ammirazione e di gratitudine che ci lega ai nostri padri per il tesoro immenso di sapienza e di bellezza ch’essi diedero per mezzo di lei alla famiglia umana, e che è la gloria dell’Italia, l’onore del nostro nome nel mondo.” Un’eredità sacra, storia e cultura si congiungono e i giovinetti, cui queste parole sono destinate si nutriranno non alla forma della lingua, ma alla sostanza che è “ la nostra nutrice intellettuale” e quindi “dobbiamo studiar la lingua anche per dovere di cittadini”. Ciò in linea anche con quanto aveva espresso nelle Relazioni al ministro della Pubblica Istruzione Alessandro Manzoni all’indomani della proclamazione dell’Unità. De Amicis va oltre lo stesso Manzoni, perché affronta anche il problema della lingua italiana in famiglia e del dialetto. In famiglia ci si sforzi di parlare bene la lingua italiana, senza far barbarismi come fanno i piemontesi introducendo i francesismi, né “baldoria linguistica” non curandosi né del vocabolario né della grammatica. Infatti, con precisione afferma lo scrittore “ o ripigliate il dialetto in casa o mettetevi d’accordo, tu e tuo marito, per frenare la licenza linguistica dei vostri rampolli.” Così il dialetto non è negato, ma assume un valore nella famiglia. Così vengono forniti da De Amici consigli perché i ragazzi di diverse regioni d’Italia abbandonino gli stilemi del dialetto, usati nella lingua italiana. Questa “Signora” è importante ed è, come lei stessa vuole esser chiamata “sorella” del dialetto”, non dominatrice, appunto ”Signora”. Infatti, molte spesso il dialetto vien vituperato e per onorar la lingua italiana, si disprezza il dialetto, anche se poi si ricredono affermando che il dialetto di questa o quella zona è addirittura “ più espressivo della lingua e che col proprio dialetto, soltanto riesce loro di dire tutto quello che vogliono, d’esprimere tutte le particolarità d’ogni loro pensiero”, ecc. No! Queste non son vere questioni, lasciamo, dice la sorella al dialetto, le diatribe e ognuna abbia l’onor che merita:”Il tempo renderà giustizia”, ma attenti a non far della lingua o dei dialetti vanità, ma esser consapevoli ognuno del proprio valore, anche se “nell’atto di salutarti – dice il dialetto alla Lingua – il mio amor fraterno è sovrappeso da un senso di riverenza. Dietro di te, vedo Dante” Il Poeta per eccellenza ben sapeva la lingue e non ne abusava, né faceva mostra di intellettualismo, utilizzando a sproposito i congiuntivi, come fan i saccenti, ma sapeva che dire “ Io credo ch’ei credesse ch’io credessi” non era artificio, ma stile. Ecco quindi che lo scrittore ottocentesco ci indica una via ben precisa, dando i meriti sia alla lingua sia al dialetto, non confondendoli, ma rendendoli fraterni tra loro. Una lezione che oggi non ricordiamo, ma che ,rivisitata, ci aiuterebbe a comprendere la storia e il valore della lingua italiana e la storia e il valore dei dialetti, ambedue capaci di renderci veramente familiari nel nostro Stato.

Italo Francesco Baldo

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