L’inglese tramonta e il russo si espande

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Q uali saranno di qui a una generazione gli esiti di quella che Louis-Jean Calvet ha chiamato in un suo fortunato libro «la guerra delle lingue in Europa»? Il Laboratoire européen d’anticipation politique prevede per il 2025 una serie di «tendenze» suscettibili di dare all’Europa un nuovo assetto linguistico. Alcune di esse, per la verità, si possono constatare sin da oggi. Ad esempio il «grande ritorno del tedesco», che già domina nell’Europa orientale ed è da sempre la lingua «forte» della Ue, estendendosi ben oltre i confini della Germania, come è noto, la quale, diversamente dalla Francia, non ha al suo interno minoranze linguistiche. Tutt’altro che scontata è invece la previsione di una «rivitalizzazione» della lingua francese, che sembra dettata più dalla speranza, o dall’amor patrio, che da un’analisi della realtà. IL Leap prevede, più verosimilmente, «il tramonto dell’angloamericano come lingua egemonica della modernità» a causa della fine dell’ordine mondiale nato dopo il 1945. Il destino che si sta profilando per l’inglese è quello di una lingua veicolare con un uso piuttosto informale e un vocabolario limitato. Di contro lo spagnolo, pur restando debole in seno alla Ue causa la frammentazione linguistica della Spagna, rafforzerà il suo ruolo internazionale, minacciando in America la supremazia dell’inglese. Nel 2020 il parternariato Russia-Ue produrrà l’entrata del russo nel «purgatorio» linguistico europeo in veste (non ufficiale) di lingua veicolare dei Paesi slavi. Ma secondo il Leap né questo né la pressione delle altre lingue muteranno il sostanziale bilinguismo della Ue, anche perché la presenza del francese impedirà l’ascesa delle altre lingue neolatine. Linguisticamente, insomma, si rafforzerà l’asse Francia-Germania.
Benché l’italiano sia anche, grazie alla Chiesa, una lingua internazionale, nelle previsioni del Leap non c’è traccia della nostra lingua. Indubbiamente l’italiano non è stato una lingua «imperiale» come spagnolo, francese e inglese, ma non è neppure una lingua nazionale di seconda o terza grandezza come ad esempio il danese (5 milioni e mezzo di parlanti) o l’albanese, che accerchiato, per così dire, da una dozzina di lingue di maggior prestigio, ha solo 600 parole non di prestito. L’italiano conta 57 milioni di parlanti, più della Francia e della Gran Bretagna, con un bacino potenziale di utenza valutato sui 120 milioni di parlanti. È una delle lingue ufficiali della Confederazione Elvetica. La Corsica, che fino al 1768 faceva parte della repubblica di Genova, è stata ed è in parte di lingua italiana. L’italiano, infine, è ancora vivo a Malta e non è del tutto sparito nelle ex-colonie africane, né nell’ambito del Mediterraneo. Il Leap constata che «le lingue possiedono delle dinamiche internazionali fondate essenzialmente sulla forza di attrazione della loro cultura di origine» e questo calza a pennello per l’italiano. La nostra, giova ripeterlo, è una grande lingua di cultura (una delle otto più studiate nel mondo).
Il punto è che gli italiani sembrano non avvedersene: immemori del loro passato, apparvero ad Aldous Huxley come «comparse sullo sfondo di un grande affresco storico». «Questa povera Italia, scriveva nel dopoguerra Vincenzo Cardarelli, che non è riuscita ad accordarsi colla propria tradizione in maniera da poter contare sopra una solida e ben radicata coltura nazionale, è divenuta così babelica a un tratto che tutto ci si può riscontrare, fuorché la certezza del linguaggio!».
In realtà, con la caduta del fascismo si era interrotta la storia dell’italiano come lingua legata alla coscienza nazionale italiana. Come tante altre realtà simboliche (la bandiera, l’inno di Mameli) suscettibili di evocare il concetto di «patria», l’italiano era stato messo nel cassetto dai costituenti, diventando una lingua per così dire ufficiosa, specchio delle difficoltà degli italiani a riconoscersi in una storia unitaria. Di qui cominciano tutte le sue debolezze e da ultimo la sua clamorosa assenza sulla scena europea.

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