L’inglese, gli italiani e il dilemma degli accenti.

Posted on 8 gennaio 2018 in Politica e lingue 54 vedi

Italians.

Lettera L’inglese, gli italiani e il dilemma degli accenti.

Caro Beppe, diseducati dal tradizionale costume consistente nel doppiare cartoni, videogiochi e film, da sempre noi italiani siamo in difficoltà sulla pronuncia delle amate parolette angloamericane. Alle vecchie éxport, ímport, réport, éxpress, cóntrol, pérformance e contínental, in anni recenti si sono aggiunti réset, íphone, róckstar, scréenshot, smártphone, ínternet, ínclusive, fórmat e così via. Pronunciamo le parole inglesi spostandone indietro l’accento tonico, e, nel caso di quelle composte, che colà hanno sempre due accenti (ínternét, smártphóne, íphóne, ípád), noi ne mettiamo uno solo. Il professor Sabatini, Presidente onorario dell’Accademia della Crusca, ha detto che quando «tiriamo in su» l’accento di una parola, spostandone indietro la sillaba tonica, vogliamo «darle importanza». Insomma il nostro insistente sdrucciolare indicherebbe soggezione di fronte a parole che ci appaiono lontane, strane e misteriose. Tutto ciò non aiuta la nostra Generazione Erasmus (19-40 anni) quando va all’estero e diventa importante essere capiti, o anche semplicemente essere presi sul serio: pensiamo alla severa Inghilterra, dove una pronuncia incerta può pregiudicare una job interview, un approccio galante, un acquisto in farmacia. In attesa dell’abolizione del doppiaggio per i bambini, i nostri “giovani talenti” potrebbero usare seriamente YouTube: già il leggendario video nel quale Steve Jobs presenta l’iPhone, potrebbe aiutarci in pochi minuti a correggere una mezza dozzina di diffusi difetti, http://alturl.com/8zvoq . Anche il Traduttore Google e quello di Apple, ulteriori meraviglie del presente di cui noi baby boomers non disponevamo, ci fanno sentire la pronuncia più comune di qualsiasi vocabolo, semplicemente cliccando sull’icona dell’altoparlante. Ma a sospingerci devono essere la consapevolezza delle nostre limitazioni e la voglia di imparare: senza queste socratiche qualità non c’è intelligenza artificiale che tenga.
Paolo Magrassi , info@magrassi.net

italians.corriere.it | 8.1.2018




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