L’inglese e i dialetti dei cani di Dino Buzzati.

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Il «BESTIARIO» in due volumi (Mondadori).

Cuccioli inglesi e altri «cagnozzi»: gli animali di Buzzati hanno l’anima.

di Lorenzo Viganò.

«Ha appena compiuto tre mesi e sta fra l’ippopotamo, la cornamusa, il baule e gli angiolini di Raffaello Sanzio. Chi lo vede ne resta attanagliato. Arriverà molto, ma molto in alto, lasciatemelo credere». Così, in un brano inciso per la Rai nel 1959, Dino Buzzati presentava il suo cane Cicci, un bulldog «nero mogano» proveniente da un allevamento inglese. All’inizio lo scrittore non era intenzionato all’acquisto («In casa ho altri due cagnozzi e per un terzo non c’è assolutamente posto», aveva risposto a chi glielo proponeva); ma poi cambiò idea, soprattutto dopo aver visto le foto che ritraevano il cucciolo. «Si tratta effettivamente di una creatura celeste. Non vedo l’ora che sia arrivato in buona salute. Unico inconveniente sarà che nei primi giorni, trovandosi con i miei cani, l’angiolino che parla inglese si troverà imbarazzato. I miei parlano soltanto un dialetto strettissimo». Questo episodio personale rispecchia e riassume bene il rapporto di Dino Buzzati con i cani e più in generale con gli animali. Un rapporto stretto, intimo, di rispetto e di cuore; basato e sviluppato su un’intesa profonda, che cresce e si consolida con il passare degli anni. Tanto a livello personale che letterario. Se infatti la sua vita, dal secondo Dopoguerra in poi, è stata scandita e accompagnata dalla presenza degli otto, amatissimi cani, dall’altra gli animali sono fin dall’inizio dell’attività di scrittore una presenza forte (e in alcuni casi centrale) della sua narrativa dove si comportano spesso da veri e propri personaggi. Come uomo, Buzzati sa coglierne e sentirne quelle qualità – dalla dolcezza alla devozione, dalla fedeltà alla purezza, dallo spirito di sacrificio alla vulnerabilità – che ne fanno dei compagni prediletti, degli esempi di comportamento cui ispirarsi e dai quali imparare; come scrittore se ne serve per evidenziare ed esaltare le nostre contraddizioni e i nostri difetti – la meschinità, la crudeltà, l’egoismo con cui spesso li trattiamo -, ammonendoci e invitandoci a riflettere sul bene e sul male, e su quella arroganza che spesso porta l’uomo a ritenersi un essere superiore. Lo dimostrano gli scritti, – racconti, elzeviri, articoli di giornale, introduzioni a libri – che attraversano la sua vita in un arco di tempo che va dal 1932 al 1970, oggi raccolti nel cofanetto Il «Bestiario» di Dino Buzzati (due volumi, Oscar Mondadori) che aiuta a ripercorrere (e ricostruire) la relazione dello scrittore con il mondo animale, anche attraverso vicende personali. Accendendo così una luce su un aspetto poco trattato del Buzzati uomo, che appare come un animalista ante litteram , con uno spiccato senso etico e morale e una sensibilità mista a tenerezza difficile da immaginare dietro al suo rigore di stampo ottocentesco. Si possono distinguere due periodi nel rapporto dell’autore del Deserto dei tartari con gli animali. Il primo, giovanile, durante il quale la sua empatia nei loro confronti e i suoi sentimenti «zoofili» – come si diceva allora – non sono ancora sbocciati, tanto da portarlo a dedicarsi con soddisfazione alla caccia. Il secondo, legato alla maturità, durante il quale il suo atteggiamento cambia radicalmente e lo porta a instaurare con le creature delle altre specie un legame stretto e intenso, schierandosi per la loro tutela. Su questa presa di coscienza, affiancata da un trasporto affettivo che diventa negli anni sempre più forte ed esplicito, pesano da un lato la Seconda guerra mondiale, che lascia in lui ricordi, paure, esperienze che cambiano il suo personale sguardo sulla vita; e dall’altro i primi contatti ravvicinati con i cani, la prima convivenza diretta con loro. Grazie anche alla relazione con Carla Marchi (la donna conosciuta a Messina che alla fine della guerra riuscì a rintracciare e a far trasferire a Milano) con la quale divide la gestione dei suoi boxer e barboni. Durante questo periodo – siamo negli anni Cinquanta – non c’è lettera o cartolina che Buzzati le spedisca senza una richiesta di informazioni sui «cagnolini», un saluto, un pensiero, una battuta; senza che li ritragga a matita e a colori. Come un padrone affettuoso e premuroso…
(Dal Corriere della Sera, 8/11/2015).

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