L’inglese declina, tutto si polverizza.

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Una, dieci Una, dieci, mille internet: tramonta il mondo globale.

Il francese Frédéric Martel è l’autore dell’indagine “Smart”: “Ora questa è la parola chiave”.

L’inglese declina, tutto si polverizza.

Internet non appiattisce affatto il mondo. Semmai è il mondo a nutrire la Rete di complessità, diversità, ricchezza, tanto che sarebbe opportuno parlare ormai di reti, al plurale. «Il luogo comune — spiega Frédéric Martel — prevede che il digitale venga associato sbrigativamente a un unico fenomeno mondiale, che accelera la globalizzazione cancellando le differenze. Il mio libro dimostra il contrario: le reti e la cultura digitale sono frammentate in funzione delle culture, delle lingue, delle regioni. L’inglese, per esempio, è sempre meno dominante, perché la maggior parte delle conversazioni si svolge nella lingua madre degli utenti. L’attenzione è pigramente rivolta ai grandi protagonisti americani del business, da Amazon a Google, ma intanto nel mondo cresce il numero dei connessi non anglofoni, che piegano la Rete alle loro necessità locali e rafforzano siti e servizi come Yandex e VKontakte in Russia, Baidu, Alibaba o Weibo in Cina, Orkut in Brasile o Taringa in Argentina».
«La Lettura» incontra il saggista francese — autore nel 2010 del fortunato Mainstream (edito in Italia da Feltrinelli) e ora di Smart. Enquête sur les internets, appena uscito in Francia (Stock, pagine 406, € 22) — nella sua casa del Marais, a Parigi, di ritorno da uno dei suoi molti viaggi. Smart è un’inchiesta sul campo.

Quanti Paesi ha visitato?
«Una cinquantina, dal Messico al Libano, dalla Russia al Brasile, da Gaza a Cuba, oltre ovviamente agli Stati Uniti e alla Cina. Non volevo fare un libro troppo teorico: le conclusioni dicono una cosa precisa, ma ci sono arrivato alla fine di una lunga ricerca. Ho incontrato centinaia di persone e credo che questo dia una certa freschezza al racconto. Le reti sono fatte di persone calate in una realtà per niente virtuale, mi piaceva guardarla con i miei occhi e poi descriverla».
Perché il titolo «Smart»?
«Perché è la parola chiave del presente e del futuro, dagli smartphone alle smart city. Da quelle vere come la Silicon Valley o ancorate comunque alla realtà come Porto Digital a Recife, in Brasile, a quelle un po’ artificiali come Skolkovo alle porte di Mosca. Le città digitali stanno nascendo ovunque: Palermo Valley a Buenos Aires, Media City ad Amman, Chilicon Valley a Santiago del Cile, Cyberjaya in Malaysia».
Quali Paesi ha trovato più interessanti?
«Sono affascinato dal Medio Oriente, che mostra alla perfezione come il digitale in sé non sia né buono né cattivo, e possa essere usato per fare una cosa e il suo contrario. Si è molto parlato di Facebook e Twitter al servizio delle Primavere arabe; ma ho incontrato anche Leila Mazboudi, caporedattrice del sito almanar.com.lb, la voce degli integralisti islamici libanesi Hezbollah. A Beirut Sud sono entrato nel negozio Dar Al Manar, che vende i dvd con i discorsi di Hassan Nasrallah (il capo di Hezbollah, ndr) e pure i videogiochi Special Forces 1 e 2, calcati sul modello Battlefield 2. Special Forces creato da Electronic Arts a Los Angeles: se nell’originale i soldati americani uccidono i miliziani di Hezbollah, nel clone libanese accade ovviamente il contrario».
Nel libro si parla anche di Israele, la «start-up nation».
«Un altro caso di realtà irripetibile, fondata su condizioni locali uniche, che si impongono sulla presunta globalizzazione. Il deputato Nitzan Horowitz mi ha accompagnato lungo boulevard Rothschild, nel cuore di Tel Aviv, e mi ha parlato dell’importanza di internet in un piccolo Paese di 8 milioni di abitanti isolato dai vicini, e che ha più start-up di Canada, Gran Bretagna, Francia, Germania, Cina, India o Giappone. Gli studenti-ingegneri di un’università all’avanguardia come Technion prestano il loro servizio militare di tre anni nelle unità di élite come Talpiot o come la celebre Unità 8200, una specie di Nsa israeliana specializzata nella guerra elettronica, la crittografia e i virus. Gli hacker e i fondatori di start-up israeliani sono passati per la maggior parte dalla scuola di queste unità di Tsahal (le forze armate). Anche così sono nate applicazioni come Waze, Viber o Google Suggest».
Qual è invece un esempio di uso autoctono di internet in India?
«Si parla spesso del distretto tecnologico di Bangalore, e della delocalizzazione in India dei call center americani e indiani. Ma c’è anche il dottor Devi Shetty, cardiologo di reputazione mondiale, che ha organizzato un gigantesco servizio di telemedicina per ovviare alla vastità del Paese e alla sovrappopolazione degli ospedali. Gli esami di base vengono effettuati dai medici locali sparsi nei villaggi, e inviati online al centro di Shetty, che fa diagnosi a distanza. Oppure, ho incontrato Srikanth Nadhamuni, il fondatore di Khosla Labs e del progetto Unique ID: una carta d’identità e un numero identificativo per ciascuno del miliardo e 300 milioni di indiani, entro il 2017. Unique ID registra i dati, le impronte digitali e l’iride. Milioni di indiani smetteranno di essere fantasmi e potranno accedere a una vera cittadinanza».
Lei è un tecno-ottimista?
«Direi di sì. Non per ideologia, ma per constatazione. Negli ultimi tempi va di moda il catastrofismo o almeno la critica alla cultura digitale o moderna tout court. Il premio Nobel Mario Vargas Llosa, per esempio, in La civiltà dello spettacolo (edito in Italia da Einaudi, ndr) cita il mio libro precedente Mainstream, in cui sostengo che la globalizzazione non uccide le culture locali, per dirsi convinto del contrario. Oppure in Francia c’è Alain Finkielkraut, che tratta internet e i telefonini — che non usa e non conosce — come espressione e causa del declino contemporaneo. E ancora il filosofo italiano Raffaele Simone (Presi nella Rete, Garzanti, ndr) o il bielorusso Evgeny Morozov partecipano a questo grande concerto di angoscia anti-internet. Io penso che le preoccupazioni siano legittime, ma che i fatti possano rassicurarci».
Il governo francese e il suo ministro della Cultura Aurélie Filippetti sono spesso in prima linea nel difendere l’«eccezione culturale» contro la globalizzazione di Amazon o Google. Una posizione di retroguardia anche quella?
«Il ministro Filippetti chiede spesso la mia consulenza, come anche il presidente della Commissione europea, Barroso. Detto questo, credo che si tratti semplicemente di stabilire dei rapporti di forza. Lo fa lo stesso governo americano, il primo a porre barriere, non tariffarie e poco conosciute. Non esiste un mercato libero e aperto turbato dal protezionismo francese: ognuno fa i suoi interessi, e credo che Bruxelles in particolare avrebbe potuto fare di più per proteggere quelli europei, come Washington tutela quelli americani. Comunque, l’America è e resterà il nostro interlocutore privilegiato, siamo certo più vicini a loro che a realtà come Cina, Venezuela o Iran».
Se l’appiattimento del mondo di internet è un falso mito, secondo quali confini si articolano i contenuti?
«Se alcune piattaforme restano globali, i contenuti lo sono raramente, tutto sommato. Questi possono basarsi su linee spesso non geografiche: una lingua, una subcultura (dai gay agli appassionati di manga), un problema specifico. Gli europei talvolta usano Twitter come secondo schermo per commentare le trasmissioni tv; a Monterrey, in Messico, la gente twitta per segnalare crimini o narcotrafficanti. La sera, prima di uscire, danno un’occhiata all’hashtag #Monterreyfollow, dove si trovano messaggi come «Tre cadaveri sotto al tal ponte», oppure «Sparatoria nella tal via», e si regolano di conseguenza. Nel bene e nel male, il mondo digitale mi sembra ben poco piatto e globalizzato».
Twitter @Stef_Montefiori
Stefano Montefiori
(Da lettura.corriere.it,5/2014).




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