L’inglese che ci cambia la vita

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Premessa essenziale (ndr): ENGLISH TODAY Martedì con il «Corriere» in omaggio la prima uscita della nuova collezione

«C’ è smog, weekend senza shopping» Così l’inglese ha cambiato la nostra vita

Il linguista: ha una capacità di sintesi che manca all’italiano

di Gabriela Jacomella

«C’ è troppo inquinamento nell’aria, questo fine settimana niente giro di acquisti». Oppure: «Troppo smog, questo weekend niente shopping». Alzi la mano chi, tra le due versioni, non userebbe istintivamente la seconda. Quella infarcita di -ing e doppie v e kappa, quella dove metà delle parole sono in corsivo, segnale caratteristico dei vocaboli stranieri. A quasi quindici anni dal grido d’allarme di Giovanni Nencioni, allora presidente dell’ Accademia della Crusca, l’inglese la fa da padrone anche fuori dai meeting dei manager, dagli scambi di fax tra esperti di marketing, dai box dei team di Formula Uno. Irrompe tra i drink di un happy hour, nei centri fitness, nei discount e negli outlet. Parliamo in inglese, scherziamo in inglese, viviamo (un po’) in inglese. Magari senza conoscerlo. FORESTIERISMI – «La lingua italiana si sta imbastardendo e va difesa dall’uso sconsiderato ed eccessivo di termini anglosassoni» così suonava l’appello di Nencioni. «Ma quando una parola si insedia in una lingua, voler tornare indietro è un gioco ozioso» commenta il linguista Michele Cortelazzo, docente all’Università di Padova. Una semplice ricerca su Wikipedia, l’enciclopedia «autogestita» in Rete, elenca 142 voci nella categoria «forestierismi in italiano»: dalla A di abstract alla Y di yachtsman. Vocaboli per cui la traduzione non è impossibile, ma di certo meno immediata dell’uso diretto. «La tendenza al forestierismo esiste in tutte le lingue europee – spiega Cortelazzo -. Da noi, però, c’ è una massiccia influenza di termini inglesi, anche quando potrebbero essere sostituiti con efficacia dai corrispettivi italiani: non ci si ferma a pensare se trend voglia dire la stessa cosa di “tendenza”, se flop si può dire “fiasco”…». Prima di dare sfoggio del proprio vocabolario, insomma, meglio chiedersi se esista una traduzione e se a prevalere non sia il fascino esotico della parola straniera. «Che invece, se usata a sproposito, denota provincialismo. Senza contare il rischio di errori».

RICCHEZZA E SINTESI – Però: come si traduce, esattamente, smog (che già in inglese nasce dalla fusione di smoke, fumo, e fog, nebbia)? E fitness (qualcuno, tempo fa, proponeva «attanza», senza riscuotere grande successo)? E ancora: cd, stress, email, free press («Giornale gratuito? Non funzionerebbe, troppo lungo» chiude Cortelazzo), afterhour… «Ci sono vocaboli, come mobbing, in cui concetto e parola nascono insieme: assurdo tradurli. Soprattutto, l’inglese ha una possibilità di sintesi che manca all’ italiano» spiega Cortelazzo. Via libera all’ invasione britannica (o statunitense), dunque? «L’importante è non esagerare con i vezzi. E conoscere la lingua che si sta utilizzando. In Italia servirebbe una sorta di “centro di orientamento” che studi il fenomeno, aiuti a capire in quali casi l’inglese è la soluzione migliore, in quali no. Non per normare, non si può obbligare chi parla a non usare un vocabolo; ma per evitare eccessi e distorsioni. Farebbe bene: sia al nostro italiano sia al nostro inglese».

(Dal Corriere della Sera, 8/10/2006).

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