L’Inghilterra e la Scozia divorzio di vecchi coniugi.

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L’INGHILTERRA E LA SCOZIA DIVORZIO DI VECCHI CONIUGI.

Vedo con simpatia i desideri di indipendenza politica della Scozia e penso che se gli scozzesi voteranno per il sì, Londra finirà per trovare un rapporto di collaborazione e di buon vicinato con il nuovo stato vicino. Quanto all’Unione europea, sappiamo che gli scozzesi sono più europeisti degli inglesi. Mi sembra che il loro ingresso in Europa sarebbe una formalità, visto che in quanto “nazione” della Gran Bretagna, già vi appartengono. Se la Cecoslovacchia a suo tempo è riuscita a divorziare amichevolmente, perché non il Regno “unito”? La paura di Cameron è che il Paese conterebbe di meno sulla scena internazionale. Ma ha ragione di temerlo?
Teofilo Broma

Caro Broma, Vi furono momenti in cui gli inglesi trattarono gli scozzesi come un popolo conquistato e asservito. Non passò molto tempo, dopo l’Unione dei due regni nel 1707, prima che il Parlamento di Londra decidesse la recinzione (enclosure) delle terre comuni. Il provvedimento servì a creare un nuovo capitalismo agricolo, più efficiente e redditizio, ma colpì soprattutto la pastorizia degli altipiani scozzesi. Privati dei loro antichi diritti feudali, molti abitanti di quelle regioni furono ridotti a scegliere fra l’emigrazione nelle Americhe o in Australia e il mestiere delle armi nell’esercito o nella marina di Sua Maestà britannica. Buona parte del movimento indipendentista ricorda gli anni delle enclosures come una tragedia nazionale e una incancellabile macchia sull’immagine dell’Inghilterra. Ma la Scozia fu anche per molti aspetti il gioiello della Corona. Gli inglesi amavano i suoi fiordi e le sue brughiere, riconoscevano l’importanza dell’illuminismo scozzese per la loro storia culturale, leggevano avidamente i romanzi storici di Walter Scott e le poesie di Robert Burns, riconoscevano agli scozzesi il diritto di parlare inglese con un forte accento regionale. Vittoria e il suo principe consorte (Alberto di Sassonia Coburgo Gotha) decisero di trascorrere in Scozia, nel castello di Balmoral, i mesi estivi. Sedotto dal folclore locale, Alberto si dedicò alla ricostruzione e alla catalogazione dei tartan (il tessuto a riquadri, attraversati da righe di vario colore con cui vengono confezionati i gonnellini scozzesi) e assegnò a ciascuno di essi il nome di una gens locale. Non tutto era documentabile, ma quella tradizione inventata da un principe tedesco divenne parte integrante della identità nazionale della Scozia. Alberto morì a 42 anni nel 1861, ma Vittoria rimase legata a Balmoral e alla Scozia anche da una affettuosa relazione con John Brown, un servitore scozzese che fu lungamente il suo migliore amico e consigliere. Posso comprendere, caro Broma, che tutto questo non abbia per gli indipendentisti scozzesi alcuna importanza. L’Unione europea e la globalizzazione hanno considerevolmente ridotto i poteri dello Stato e in molti altri Paesi europei (Spagna, Francia, Belgio, Italia, persino Germania), hanno risvegliato dal loro sonno le piccole patrie che erano state gradualmente assorbite dagli Stati centralizzatori. Ma là dove molti vedono un irrefrenabile amore di patria, io vedo soprattutto le ambizioni di nuovi ceti politici. Non basta. Quando un patto nazionale si scioglie, occorre dividere la roba — crediti e debiti, forze armate, servizi gestiti nell’interesse di tutti, demanio pubblico — e raddoppiare la burocrazia. Siamo davvero sicuri che ne valga la pena? Sergio Romano
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 12/9/2014).

 




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