L’incredibile linguaggio della tribù Pirahã

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Brasilia – La lingua più semplice e strana mai ascoltata tra le 6000 che si parlano nel mondo è adottata in Amazzonia. È talmente singolare la lingua dei Pirahã, una tribù di appena 200 individui che abitano sulle rive del fiume Maici che, come confermano le osservazioni di Daniel Everett, professore di fonetica e fonologia all'Università di Manchester, porterà alla fine del dominio della teoria della Grammatica Universale di Noam Chomsky, attorno alla quale si sono formati i linguisti di mezzo mondo.

Senza numeri, senza pronomi, senza colori, senza tempi verbali, senza proposizioni subordinate e con solo otto consonanti – sette nel caso delle donne – e tre vocali, i Pirahã riescono a comunicare tra loro. “Parlo bene la loro lingua e posso dire qualsiasi cosa voglio, soggetto solo alle limitazioni illustrate”, assicura nei propri scritti Daniel Everett, che ha vissuto per più di 25 anni tra questi indigeni.

Le ricerche sono iniziate nel 1977 quando Everett navigava il fiume Maci ed era entrato in contatto con alcuni individui che comunicavano “cantando, fischiando, canticchiando”.

Quello che ascoltava era talmente diverso da qualsiasi altra cosa che questo linguista in missione evangelica decise di rimanere a vivere tra gli indigeni con la moglie e i tre figli. Le sue scoperte nel corso di questi anni sono affascinanti. I Pirahã non hanno i numeri nella loro lingua se non qualche termine che implica il contare, vale a dire che non hanno parole che esprimano 'tutto', 'ogni', 'maggioranza' o 'qualche'.

Inoltre, su richiesta degli stessi indigeni, gli Everett cercarono di insegnare loro a contare fino a dieci in portoghese per facilitare le relazioni con i commercianti del fiume.

Dopo otto mesi di lezioni, gli stessi Pirahã rinunciarono. Nessuno fu capace di contare oltre il tre, né di rispondere correttamente alla somma di uno più uno o tre più uno. “Abbiamo teste diverse”, dissero quindi gli indigeni. Così diverse che definiscono se stessi 'teste dritte', mentre gli stranieri per loro sono 'teste storte'.

Nella testa dritta dei Pirahã non rientrano i colori, né i tempi verbali, né la finzione, né qualsiasi altra lingua. Sono monolingue nonostante il contatto con i colonizzatori e le tribù di origine Tupì – Guaranì da più di 200 anni. La mancanza di tempi verbali, di passati o futuri, influisce probabilmente sull'assenza di una coscienza storica, l'inesistenza di dei o miti sulla creazione fino alla formazione del sistema di parentela più semplice mai documentato. “Tra i Pirahã non esiste una memoria individuale o collettiva che vada più in là di due generazioni e nessuno è capace di ricordare il nome dei quattro nonni”, scrive Everett.

Nemmeno Dio è entrato nelle loro teste. “Chi ha creato le cose?”, gli chiese Everett. “Tutto rimane uguale”, risposero gli indigeno, intendendo, sempre secondo lo studioso, che niente cambia e quindi niente è stato creato.

Infine, e forse è il dato più importante per i linguisti, i Pirahã sembrano incapaci di creare proposizioni subordinate, mancando di ciò che Chomsky chiama 'ricorsività'. Senza questa capacità ricorsiva, che consiste fondamentalmente nel poter introdurre senza limiti proposizioni in altre proposizioni, la lingua Pirahã non è in grado di creare, astrarre, generare altre idee al di là dell'esperienza. Fino ad ora la ricorsività era stata identificata in ogni lingua e Chomsky la considerò come un elemento chiave del cervello umano, portandolo ad affermare che esiste una 'grammatica universale', uno stesso modo in cui tutti gli esseri umani utilizzano il linguaggio.

“Limitano la comunicazione all'esperienza immediata”, spiega Everett. In altre parole, i Pirahã sarebbero empiristi radicali, apologeti del “carpe diem”, incapaci di distaccarsi e creare finzioni. Infatti, non hanno arte, pittura e scultura.

Di fronte a tante “limitazioni”del linguaggio delle “teste dritte”, è inevitabile chiedersi se quella che colpisce questi indigeni non sia una disabilità. “Nessuno dovrebbe trarre la conclusione che il linguaggio Pirahã è primitivo -scrive Everett-. Hanno la morfologia verbale più complessa che io possa immaginare e un sistema prosodico alquanto complicato. La tribù dei Pirahã è la gente più brillante, gradevole e divertente che conosca. L'assenza di finzione formale, miti, eccetera, non significa che non intervengano, mentano o non possano farlo. Infatti, trovano molto piacere nel farlo, soprattutto a mie spese, sempre con buone intenzioni. Mettere in discussione le implicazioni della lingua Pirahã per la progettazione del linguaggio umano non equivale a mettere in discussione la loro intelligenza o la ricchezza della loro conoscenza ed esperienza culturale”.

Coloro che hanno cominciato a mettere in discussione il lavoro di Everett, specialmente dopo la pubblicazione di un articolo sulla rivista “New Yorker”, sono altri linguisti, soprattutto i discepoli di Chomsky del Massachussets Institute of Technology, che lo accusano di elaborare non una teoria ma un'ipotesi che hanno definito “scientificamente fragile”, oltre a pubblicare dati e conclusioni che divergono con quelle degli altri ricercatori.

Traduzione dell'articolo "El increíble lenguaje de la tribu de los pirahãs"
BRASILIA.- El idioma más simple y extraño jamás escuchado de entre los cerca de 6.000 que se hablan en el mundo vive en el Amazonas. Tan rara es la lengua de los pirahas, una tribu de apenas 200 individuos que habitan en la ribera del río Maici, que, de confirmarse las observaciones de Daniel Everett, profesor de fonética y fonología en la Universidad de Manchester, supondrá el final del reinado de la teoría de la gramática universal de Noam Chomsky, bajo la cual se han criado los lingüistas de medio mundo.

Sin números, sin pronombres, sin colores, sin tiempos verbales, sin oraciones subordinadas y con sólo ocho consonantes —siete en el caso de las mujeres— y tres vocales, los Pirahãs consiguen comunicarse. "Hablo bien su idioma y puedo decir cualquier cosa que necesito, sujeto únicamente a las limitaciones expuestas", asegura en sus escritos Daniel Everett, que ha vivido durante más de 25 años entre estos indígenas.

Las investigaciones comenzaron en 1977 cuando Everett navegaba el río Maici y contactó con unos individuos que se comunicaban "cantando, silbando, tarareando".

Lo que oía era tan diferente a cualquier otra cosa, que este lingüista en misión evangélica decidió quedarse a vivir entre los indígenas, con su mujer y sus tres hijos. Sus descubrimientos a lo largo de estos años son fascinantes. Los Pirahã no sólo carecen de números en su idioma, sino de cualquier término que implique contar, es decir, no hay palabras para ‘todo’, ‘cada’, ‘mayoría’ o ‘algunos’. Es más, a petición de los propios indios, los Everett trataron durante más de un año enseñarles a contar hasta diez en portugués, para facilitar sus relaciones con los comerciantes del río.

Tras ocho meses, de lecciones, los propios Pirahã abandonaron. Ninguno fue capaz de contar más de tres, ni responder correctamente a sumas de uno más uno o tres más uno. "Tenemos la cabeza diferente", dijeron entonces los indios. Tan diferente, que se llaman a sí mismos "cabezas rectas", mientras los extranjeros son para ellos "cabezas torcidas".

En la cabeza recta de los Pirahãs no caben los colores, ni los tiempos verbales, ni la ficción, ni cualquier otro idioma. Son monolingües a pesar de tener contacto con colonizadores y tribus de origen Tupí-Guaraní desde hace más de 200 años. La ausencia de tiempos verbales, de pretéritos o futuros, influye probablemente en la ausencia de cualquier conciencia histórica, en la inexistencia de cualquier dios o mito de creación, y hasta en la formación del sistema de parentesco más simple jamás documentado. "No hay entre los Pirahãs memoria individual o colectiva más allá de dos generaciones y ninguno es capaz de recordar los nombres de sus cuatro abuelos", escribe Everett.

Respecto a Dios, tampoco les entra en su cabeza. "¿Quién creó las cosas?", les preguntó Everett. "Todo es lo mismo", respondieron los indios, queriendo decir, siempre según el estudioso, que nada cambia y por lo tanto nada fue creado.

Por último, y quizá más importante para los lingüistas, los Pirahã parecen incapaces de crear oraciones subordinadas, carecen de lo que Chomsky llama ‘recursividad’. Sin esa capacidad recursiva, que básicamente consiste en poder intoducir oraciones en otras oraciones sin límite, la lengua Pirahã es incapaz de crear, abstraer, generar otras ideas más allá de la experiencia. La recursividad había sido hasta ahora identificada en todos los idiomas y Chomsky la consideró un elemento clave del cerebro humano, lo que le llevó a afirmar que existe una ‘gramática universal’, una misma manera en que todo los humanos utilizamos el lenguaje.

"Restringen la comunicación a la experiencia inmediata", explica Everett. Dicho de otro modo, los Pirahã serían unos empiristas radicales, apologetas del ‘carpe diem’, incapaces de abstraerse y crear ficciones. De hecho, carecen también de arte, pintura o escultura.

Ante tantas "limitaciones" del lenguaje de los ‘cabezas rectas’, es inevitable preguntarse si no es una discapacidad lo que define a estos indios. "Nadie debería extraer la conclusión de que el lenguaje Pirahã es primitivo —escribe Everett—. Tiene la morfología verbal más compleja de la que yo sea consciente y un perturbadoramente complicado sistema prosódico. Los Pirahã son la gente más brillante, agradable y divertida que conozco. La ausencia de ficción formal, mitos, etcétera, no significa que no jueguen, mientan o no puedan hacerlo. De hecho, disfrutan mucho haciéndolo, particularmente a mis expensas, siempre con buena intención. Cuestionar las implicaciones de la lengua Pirahã para el diseño del lenguaje humano no equivale a cuestionar su inteligencia o la riqueza de su conocimiento y experiencia cultural".

Quienes han comenzado a cuestionar el trabajo de Everett, en especial tras la publicación de un artículo en la revista 'New Yorker', son otros lingüistas, sobre todo los discípulos de Chomsky del Massachussets Institute of Technology, que le acusan de elaborar no una teoría sino una hipótesis que definen como "científicamente frágil", además de publicar datos y conclusiones que discrepan con las de otros investigadores.

(di IÑIGO GARCÍA, "El Mundo", 8 maggio 2007)




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