L’imam Mourou: «Ai musulmani dico imparate l’italiano»

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RAMADAN L’AVVOCATO DI ENNAHDA PARLERÀ AGLI ISLAMICI MILANESI

L’imam Mourou: «Ai musulmani dico imparate l’italiano»

di Alessandra Coppola

Cittadini, non stranieri: «I musulmani siano il tessuto del Paese in cui vivono». Parlerà di Ramadan, autocontrollo e comportamenti individuali stamattina Abdelfattah Mourou, come ci si aspetta da un imam. Ma anche di partecipazione, di unione nelle differenze e di modernità, com’ è nel linguaggio di un uomo politico dagli ampi orizzonti. Avvocato, 64 anni, fondatore del partito islamico moderato Ennahda in Tunisia, sheick Mourou ha conosciuto le prigioni di Ben Ali ed è stato tra i protagonisti della primavera araba, difendendo (non senza difficoltà) una linea progressista e innovativa. Tono pacato, francese pulito, jilbab color crema lungo fino alle caviglie e grande carisma – sul volto ha ancora il segno della recente aggressione da parte di un estremista – ci accoglie nella hall dell’albergo che lo ospita in questi giorni a Milano. Ha visitato la «moschea» di via Quaranta, ha guidato la preghiera in Cascina Gobba, è stato al Palasharp, ha incontrato i fedeli bengalesi. Oggi terrà il sermone dell’Aid el Fitr all’ Arena civica, la data più importante nel calendario islamico. La prima volta in cui la maggioranza dei musulmani milanesi pregherà unita, in un solo luogo. Mourou annuisce: «È molto interessante, dà l’ indicazione che la comunità è coesa, malgrado le provenienze diverse». Che cosa dirà? «Dirò, innanzitutto, che durante il Ramadan ci abituiamo a mantenere il controllo, ma non dura solo un mese: dà la possibilità di imparare a controllare i propri comportamenti tutto l’ anno, nella vita». Parlerà anche della condizione degli islamici in un Paese europeo? «Certo, dobbiamo vivere insieme ai fratelli italiani, dirò, dobbiamo tendere la mano. I musulmani devono partecipare alla vita del Paese, comportarsi come cittadini, non come stranieri. Il nostro Paese è dove viviamo». Partecipare in che modo? Incoraggia la formazione di partiti politici islamici? «Non necessariamente. C’ è tutto un lato culturale in cui si può esprimere la propria confessione. Quanto alla politica, possiamo dire che cosa pensiamo, accettando la decisione della maggioranza». Al di là delle diffidenze locali, sono spesso gli islamici a sottolineare le differenze, a isolarsi… «Il problema viene dal fatto che gli immigrati in Europa restano attaccati alle origini: devono invece capire che vivono altrove. E che le differenze di lingua e religione non sono un ostacolo. Spesso sono i governi dei Paesi di origine ad alimentare le divisioni, per mantenere il controllo sui propri connazionali. E così i marocchini, per esempio, sono obbligati a restare marocchini. Ci sono Paesi che non vogliono che i propri emigrati si aprano». In alcuni casi, però, integrarsi comporta un cambiamento di usi e costumi molto faticoso, se non scioccante. Come alleggerire questo processo? «Con l’istruzione. Siamo qui per sposare nuovi modi di vivere. Chi è istruito capisce che bisogna accettare gli altri malgrado le differenze. Molti immigrati arrivano senza aver studiato e una volta qui non vanno avanti. Io chiedo sempre: avete imparato l’italiano? Incontro tunisini partiti da vent’anni che non parlano bene la lingua: non è accettabile». Le sembra che le sue prediche trovino ascolto? «Sono discorsi nuovi nelle moschee. Gli imam si limitano spesso a parlare di comportamenti individuali. Io metto l’ accento sull’ avvenire dell’ Islam. E sulla modernità. Dobbiamo entrare nella civilizzazione dalla porta principale, dobbiamo studiare, non possiamo restare sottosviluppati. Dobbiamo diventare cittadini del mondo moderno. Dio ha voluto che vivessimo nel XXI secolo, non nell’antichità! Non c’ è antinomia tra l’essere in un Paese civilizzato ed essere musulmano. Molti non lo vogliono accettare. Sono consapevole che ci vorrà tempo, ma siamo sulla giusta strada». nuovitaliani.corriere.it
(Dal Corriere della Sera, 19/8/2012).




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