L’identità controversa e gli esperanti planetari dell’inglese

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UN TEMA CHE FA ANCORA DISCUTERE
L’IDENTITÀ IDEA CONTROVERSA

di FRANCO BREVINI

Oggi si fa un gran parlare di identità, forse per il timore di un anonimato in cui la società odierna ci ha nostro malgrado gettato, consegnandoci alla deriva alfanumerica di password e pin code. In verità di identità si parla, e purtroppo non ci si limita a questo, anche fuori dal mondo occidentale, dove, in nome di presunte identità, il sangue continua a scorrere a fiumi. Ma ciò che potrà parere contrario al senso comune, e per molti francamente sconcertante, è che le identità non sono «naturali», ma rappresentano mere costruzioni culturali, invenzioni o narrazioni, come ci hanno spiegato gli studi post-coloniali. Prendiamo l’esempio dell’identità italiana. A inventarla sono stati gli uomini del Risorgimento, che hanno proiettato retroattivamente sulla storia della penisola un’idea di continuità, per secoli esclusivamente affidata alla lingua impiegata dagli scrittori. Una nazione senza Stato, dove la retorica aveva preso il posto della politica. Nel frattempo quelli che noi sprezzavamo come barbari stavano costruendo l’Europa moderna.I popoli che per secoli vissero negli Stati in cui era suddivisa l’odierna Italia nutrivano un unico vincolo di lealtà: verso il loro legittimo sovrano. Di diventare italiani non gli passava neppure per l’anticamera del cervello. A caratterizzare quei popoli dal punto di vista antropologico erano i dialetti parlati e le rispettive culture, che formavano un babelico mosaico, destinato a sopravvivere, nel bene come nel male, ben oltre l’Unità. Contro l’endemico atomismo delle mille Italie dei municipi, D’Azeglio raccomandò, fatta l’Italia, di fare gli italiani. De Sanctis inventò la letteratura italiana e Artusi la cucina italiana, ma solo a patto di non trascurabili forzature: mettere insieme scrittori e piatti molto diversi fra loro, esattamente come l’Unità aveva riunito entro un unico confine genti con storie e civiltà disparate. Si cercò di ridurle tutte a una cifra comune, a dire il vero con risultati non molto apprezzabili. Viene da dire, per fortuna, se la grande ricchezza del nostro paese, dall’arte all’enogastronomia, è costituita proprio dalla varietà delle sue tradizioni.Oggi anche l’identità nazionale pare avere esaurito il suo ciclo, pressata dall’alto dalla globalizzazione, dal basso dai microsciovinismi localistici. Cosa ci resta allora? Restano le differenze, quelle vere, quelle sedimentatesi nel tempo, quelle che ci ritagliano senza posa nel mutevole scenario in cui viviamo. Visti i danni causati dalla parola identità, che sa troppo di sangue e zolla, meglio riferirsi al più neutro differenza. È una parola che non separa, ma unisce. Ci aiuta a cogliere tutta la multiforme ricchezza del nuovo villaggio globale in cui siamo immersi, dove gli esperanti planetari dell’inglese e del Web, delle multinazionali e del turismo, si accompagnano ai dialetti locali, fatti di idiomatico e di comunitario, di stili di vita e di modi di alimentazione. La differenza arricchisce perché allarga la mente: è uno specchio, che ci aiuta, per contrasto, a capire meglio chi siamo.
(Dal Corriere della Sera, 28/11/2012).




1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

IL CASO <br />
IL LAVORO DEL QUIRINALE HA FATTO RIEMERGERE UN SENTIMENTO CHE GIÀ ESISTEVA. I CITTADINI SANZIONERANNO CHI NON È DEGNO DEL NOME<br />
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Il «brand» Italia che piace tanto ai partiti<br />
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di ALDO CAZZULLO<br />
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Si chiamano tutti «Italia». La patria bene rifugio. Non c'è partito a non volere che il suo nome assomigli almeno un po' a quello del nostro Paese. E quindi in ogni logo ci deve essere l'Italia, in ogni simbolo il tricolore. L'associazione Italia Futura di Montezemolo genera la lista Italia civica. Futuro e libertà per l'Italia di Fini si federa con l'Udc nella Lista per l'Italia (Casini aveva pensato a Partito della Nazione, rimbrottato dal fratello rivale Follini: «È un ossimoro. Il partito è di parte, la nazione è di tutti»). Berlusconi, il primo a inaugurare il genere, chiude il Pdl e nel disperato tentativo di resistere torna a Forza Italia (in alternativa, Forza italiani). Il Pd, chiusa l'era botanica di querce, margherite e ulivi, ha per simbolo la bandiera italiana. E il motto delle primarie, l'unico che potesse unire l'arco che va da Vendola a Tabacci, è «Italia bene comune». Ovviamente, se la riscoperta dei valori nazionali rappresenta una buona notizia, non è merito dei partiti, ma degli italiani. I partiti li rincorrono, e cercano di adeguare il loro marchio alla domanda. Se il grado di compattezza del Paese si misurasse dalla spinta propulsiva dell'Alleanza per l'Italia di Rutelli, o delle tante sigle allo studio degli ex An, non ci sarebbero grandi ragioni per rinfrancarsi. Ma la riscoperta della patria e del suo nome da parte di neofiti e veterani della politica è un segno del cambiamento accaduto nel profondo della società. Ancora pochi anni fa, pareva che il futuro fosse nel localismo o nell'internazionalismo. La Lega voleva la secessione, tutti predicavano il federalismo ora naufragato con i fasti dei Penati e dei Fiorito, e chi fondava un nuovo partito si richiamava semmai all'Europa. Nascevano così l'Udeur di Mastella, destinato ai noti trionfi, e Democrazia europea, guidato dall'ex segretario Cisl D'Antoni, dal senatore a vita Andreotti e dall'ex ministro Ortensio Zecchino, che portava il nome di un fiore desueto e di una moneta fuori corso: annunciarono la rinascita della Democrazia cristiana; presero il 2,3%.Quando comandava la Dc, quella vera, la parola Italia - come patria, inno e tricolore - aveva una connotazione di parte, quasi di estrema destra. Richiamava i cortei per Trieste italiana (o al più la festa popolare dopo la vittoria sulla Germania ai Mondiali del '70). È vero che nel simbolo del Pci spuntava, sotto la bandiera rossa, una timida strisciolina tricolore. È vero che la donna difesa dallo scudo crociato nei manifesti elettorali democristiani era ovviamente l'Italia. Ma i simboli che contavano davvero erano falce e martello e appunto lo scudo anticomunista. E le fedeltà ideologiche andavano oltre i confini nazionali: verso la grande madre sovietica, rimpiazzata con la Cina da un gruppo destinato alla radiazione; e verso l'alleato d'America, oltre ovviamente alla protezione vaticana. Quando poi Craxi fece suonare «Viva l'Italia» alla fine di un congresso socialista, si dimenticò di chiedere il permesso a Francesco De Gregori, che protestò. Rispetto ad allora è cambiato tutto. Il mondo globale è ormai un fatto. Ma gli italiani hanno capito che possono affrontarlo solo consapevoli della loro cultura e identità, compresi i simboli. Il lavoro politico-culturale compiuto in questi anni dal Quirinale ha fatto riemergere un sentimento che già esisteva, ha reso chiaro che il legame con la piccola patria non è incompatibile con quello che ci lega alla patria comune, e ci si può sentire - come Ciampi - «livornesi, toscani, italiani ed europei», oppure portare - come Napolitano - la propria città nel nome, farsi rispettare nel mondo ma mettersi innanzitutto al servizio dell'Italia. Che sia questa la priorità dei nuovi partiti che si chiamano «Italia», è da dimostrare. Il rischio è l'abuso. Ma la «svolta nazionale» ci dovrebbe insegnare almeno questo: la politica è specchio della società; la responsabilità delle sue degenerazioni è anche nostra. Chi è tanto ambizioso da darsi il nome di un Paese unico al mondo dovrebbe anche esserne degno. Sta a noi sanzionare chi non lo è.<br />
(Dal Corriere della Sera, 27/11/2012).

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