Lezioni solo in inglese? No, grazie

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Lezioni solo in inglese? No, grazie
Nel 2012 il rettore del Politecnico di Milano, insieme con l'allora ministro Francesco Profumo, annunciò che entro due anni, nei corsi di laurea magistrali del suo ateneo, le lezioni si sarebbero tenute esclusivamente in inglese.

Di Fabio Minazzi

Ora i giudici del Tar, accogliendo un ricorso di un centinaio di docenti contrari a questa svolta, ha sospeso la delibera del Senato accademico e ripristinato il primato delle lezione in lingua italiana sancito dalla Costituzione. La motivazione con cui Giovanni Ardizzoni difende la sua proposta è la seguente: "perché dobbiamo formale capitale umano di qualità in un contesto internazionale per rispondere alle esigenze delle imprese e a quelle degli studenti che chiedono di essere pronti per un mercato mondiale del lavoro". Il che, però, non giustifica l'abbandono della nostra lingua, perché, semmai, richiederebbe che gli studenti conoscano bene, oltre all'italiano, un'altra lingua come l'inglese. Se invece si vogliono trasformare tutte le lezioni in inglese lo scenario cambia radicalmente. E cambia perché a questa motivazione se ne aggiunge una seconda: fornendo lezioni in inglese i nostri atenei diventerebbero appetibili per studenti di lingua inglese. Tuttavia, bisogna chiedersi quali studenti di lingua inglese verrebbero da noi. Non è difficile osservare che arriveranno studenti che non saranno riusciti ad entrare nelle loro università. Così gli studenti scartati da questi atenei potrebbero venire da noi. Ma è evidente che questi studenti, una volta conclusi gli studi, ritornerebbero nei loro paesi di provenienza. Così il nostro Paese si troverebbe nella posizione di aver investito per la formazione di giovani che non restituirebbero nulla al paese che si è impegnato per garantire loro una formazione. Inoltre questi studenti, vivendo in Italia senza apprendere la nostra lingua, non avrebbero la capacità di riportare nel loro paese d'origine perlomeno la nostra cultura e le nostre tradizioni. Da questo punto di vista il bilancio italiano sarebbe doppiamente negativo: avremmo speso senza alcun ritorno. Di contro se i nostri studenti saranno agevolati nell'inserimento internazionale, tuttavia la loro formazione specialistica si realizzerà inoculando l'idea che la lingua, la cultura e la storia italiana costituiscano un ostacolo. Anche questo risultato non può che essere negativo, perché contrasta con la storia della nostra cultura e della formazione delle scuole italiane. Questa storia ci ricorda che gli studenti italiani non sfigurano nel confronto con i loro coetanei del resto mondo, proprio perché hanno alle spalle una formazione che altri paesi spesso ci invidiano. Inoltre occorre tener presente anche il profondo legame che sempre esiste tra una lingua, una cultura e una storia. Rinunciare all'utilizzazione della propria lingua per la formazione magistrale significa rivolgere le spalle alla nostra cultura e alla nostra storia nelle quali si radica il DNA della nostra stessa tradizione di pensiero. Infine non si può negare una tristezza nel dover constatare che un paese come il nostro, la cui lingua è ammirata e studiata a livello internazionale, non abbia la percezione proprio dell'importanza culturale dell'italiano.

Da prealpina.it, 03/06/2013
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