L’Europa traballa e l’Asia si fa la sua Unione

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L'Europa traballa e l'Asia si fa la sua Unione
Romeo Orlandi, Europa, 31 maggio 2012

Quando le potenze esportatrici numero uno (Cina), quattro (Giappone) e sette (Sud Corea, che lo scorso anno ha superato l'Italia) del mondo si siedono ad un tavolo per avviare una zona di libero scambio, sanno che la storia è dalla loro parte. È quanto successo due settimane fa a Pechino tra il primo ministro ospite Wen Jiabao (al centro nella foto), il suo omologo Yoshihiko Noda ed il presidente coreano Lee Myung-bak (rispettivamente, a destra e a sinistra). La semplice possibilità che i negoziati inizino entro la fine dell'anno ha messo in allarme le cancellerie occidentali e fatto prevedere scenari inediti. L'ultima notizia – di due giorni fa – riporta che Giappone e Cina inizieranno a regolare le loro transazioni commerciali in yen e yuan. È un corollario di un avvenimento che, se manterrà le sue premesse, sarà epocale.
La prima ragione risiede nella dimensione delle tre economie, di gran lunga le più grandi dell'Asia orientale. La Cina ha due anni fa superato il Giappone al secondo posto nella graduatoria mondiale del pil, dove la Corea, pur con una popolazione di 48 milioni di abitanti, è la quindicesima economia. L'agenzia di stampa Xinhua ha riportato uno studio secondo il quale un accordo Fta (free trade agreement) a pieno regime farebbe crescere il pil del 2,9 per cento in Cina, del 3,1 in Corea e dello 0,5 in Giappone: una perfetta win-win situation.
In realtà le loro economie sono molto integrate già da tempo. Pechino è da molti anni il primo partner commerciale di Tokyo e Seul. L'export tra i tre paesi ha raggiunto l'astronomica cifra di 754 miliardi di dollari nel 2011, con un incremento medio del 17 per cento dal 2001, quando era a 163 miliardi. La crescita riflette sia il dinamismo delle nazioni (solo parzialmente per il Giappone, che comunque ha un reddito pro-capite molto più alto) sia la delocalizzazione produttiva. Giappone, Corea e Cina sono usciti in sequenza dalla ricostruzione e dal sottosviluppo. Le prime due sono ormai società pienamente industrializzate, con livelli di eccellenza che hanno posto l'esempio da imitare non solo per i paesi orientali. La Cina per essi è divenuta la principale destinazione di investimenti produttivi. Ha avuto luogo negli ultimi vent'anni una massiccia delocalizzazione produttiva, che ha visto nel Dragone il fornitore di manodopera a basso costo e la promessa di un mercato interno ancora inespresso.
Le nuove catene del valore che si sono create – che hanno registrato un drammatico rallentamento dopo il terremoto in Giappone – hanno impresso una forte accelerazione degli scambi. Gli investimenti nipponici e coreani in Cina hanno prodotto ricchezza, industrializzando la Cina e imponendo alle multinazionali una maggiore sofisticazione produttiva nei loro paesi d'origine. Un trasferimento costante e sempre più qualitativo ha consentito uno spostamento delle funzioni più semplici da integrare, con forniture più avanzate provenienti da Corea e Giappone. Un elettrodomestico, un computer, un'automobile made in China hanno in realtà molte componenti straniere, anche se il loro valore viene alla fine compreso nelle esportazioni di Pechino.
Esistono dunque tutte le premesse affinché un accordo venga almeno avviato. Lo ha ben sintetizzato il premier cinese Wen: «A seguito della lenta ripresa e del crescente protezionismo nel mondo, molti paesi stanno cercando di rafforzare l'integrazione regionale per espandere le loro quote di mercato e accrescere la competitività ».
Tuttavia permangono le stesse motivazioni che hanno finora reso impossibile ogni tipo di accordo. Esse vanno cercate nell'oggettivo scontro di interessi tra i tre paesi, un conflitto che ha risvolti economici, politici, e che si fonda su animosità storiche. Cina, Sud Corea e Giappone non fanno parte di alcuna organizzazione economica. Sono ammessi ai summit "Asean+3" e paradossalmente si confrontano attraverso l'associazione dei paesi del sud-est asiatico, nessuno dei quali ha una dimensione paragonabile a quella dei tre giganti economici dell'Estremo Oriente. I loro rapporti economici sono eccellenti per la complementarietà delle loro economie, ma le strutture interne lasciano prevedere conflitti in caso di abbassamento delle barriere tariffarie – e di quelle "nascoste".
La Cina dovrebbe garantire una maggiore trasparenza del mercato, aprire alla concorrenza le sue società di stato, imporre il rispetto della proprietà intellettuale. Non sarà facile per un sistema cresciuto sulle ineguaglianze. Contemporaneamente Giappone e Corea dovranno smantellare la rete di protezione costruita per i prodotti agricoli, sacro scrigno ideologico e riserva di voti. Inoltre i due paesi saranno chiamati a concedere a Pechino le loro tecnologie più moderne, perché la Cina non si accontenterà del semplice trasferimento di settori già maturi.
Si prevedono negoziati lunghi, articolati e probabilmente fonte di instabilità interne. È comunque strategico e lungimirante che i tre paesi si parlino senza pre-condizioni e senza ricordare le ferite dell'ultimo conflitto mondiale e dell'occupazione giapponese. Il più lungo dopoguerra al mondo potrebbe non essere più interminabile.
L'emersione della Cina avrebbe l'effetto di trasformare il lato orientale del Pacifico in un lago asiatico, riportando nell'alveo originale i grandi paesi del nord-est. Nuovi assetti verrebbero imposti perché la rivalità asiatica potrebbe sbiadire e trasformarsi in cooperazione, se non proprio in alleanza. È evidente che ne sarebbe colpita la pax americana che regna nella regione. Washington non è ignara del pericolo. Per evitare un suo ridimensionamento ha rilanciato la Trans-Pacific Partnership, un accordo accolto positivamente dal Giappone, rifiutato da Pechino ed ancora in via di discussione a Seul. Traspare chiaramente il timore della Cina di vedere la propria ascesa messa in discussione da un accordo dominato dagli Stati Uniti, al quale avrebbero accesso le nazioni Asean e quelle della sponda latino americana.
Appare invece più propizio per Pechino rivolgersi a paesi rivali (la Corea) o finora antagonisti (il Giappone) per controllare – non ancora dominare – la parte più progredita, ricca, industrializzata dell'Asia. Nella perdurante crisi delle economie occidentali, anche l'avvio di una trattativa non facile può essere preziosa, soprattutto se la disputa diplomatica sostituisce la secolare esperienza basata su spietati rapporti di forza.




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