l’Europa tra le riforme

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L'Europa tra riforme e camicie di forza
DAI TASSI AL PATTO

Nicolas Sarkozy, il ministro francese delle Finanze, rilancia sulla necessità di un maggior coordinamento delle politiche macroeconomiche in Europa, teorizza la riorganizzazione dell'Eurogruppo con un ruolo più forte e stabile per il suo Presidente, propone che i singoli Governi elaborino i rispettivi bilanci pubblici partendo da analisi macroeconomiche comuni, magari fatte da comitati di esperti indipendenti «a completamento dell'analisi un po' istituzionale della Commissione europea e di quella della Bce».
Jean-Claude Trichet, il presidente della Banca centrale europea, continua a non toccare la leva dei tassi, immobile al 2% ormai da un anno. In compenso alza le stime 2004 e 2005 per l'inflazione sul filo del caro-petrolio (un segnale alla lunga foriero di una stretta invece che dell'allentamento della politica monetaria) e invita i Governi europei a seguire l'esempio dell'Irlanda: una success-story fondata «sulle riforme strutturali che hanno favorito la flessibilità del sistema economico e sulla netta riduzione della pressione fiscale», cioè su due ingredienti che hanno richiamato investimenti nel Paese, carburato la crescita economica favorendo così il riassorbimento del deficit pubblico.
Joachin Almunia, il commissario Ue agli Affari economicomonetari, annuncia che a fine mese presenterà alcune idee per migliorare la governance economica in Europa. In poche parole per ritoccare il Patto di stabilità, però senza fare la rivoluzione, tentando piuttosto per il futuro di impostare una partita “interattiva” tra la disciplina di bilancio, che resta un punto fermo, e le riforme strutturali di Lisbona (dal mercato del lavoro all'aumento del tasso di occupazione, dalle pensioni alla sanità passando per le liberalizzazioni).
Nel primo trimestre l'economia europea è cresciuta oltre le previsioni, ma la sua performance rispetto ai grandi competitori globali resta modesta, con tassi più che dimezzati rispetto a quelli americani. Per non parlare ovviamente di quelli cinesi. Insomma la ripresa c'è, ma è costretta a sgomitare in frenata. E non solo perchè i rincari petroliferi le remano contro.
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E non tanto perchè la Bce non abbassa i tassi, che comunque viaggiano a livelli storicamente bassi (anche se superiori a quelli Usa) e da soli non basterebbero a rompere le catene.
E nemmeno, in definitiva, perché il Patto di stabilità rappresenta una camicia di forza letale per lo sviluppo. Non a caso, dopo averlo messo in frigorifero nel novembre scorso, Francia e Germania – che continuano a non rispettarne le regole anti-deficit – oggi sembrano più che mai ansiose di difenderne le virtù, cioè la politica dei conti in ordine: un po' perchè come tutti si sono convinti che la deriva dei deficit comunque non paga e un po' perché, dopo l'allargamento a 10 nuovi Paesi alcuni dei quali già lanciati verso l'ingresso nell'euro, il rigore del Patto diventa una diga insostituibile a tutela della stabilità e della credibilità della moneta unica.
Questo non impedirà al Patto di cambiare, quasi certamente l'anno prossimo, ma non nei suoi principi base, cioè nelle regole del 3% per il deficit e del 60% per il debito, anche se il loro rispetto (in caso di ulteriori necessità franco-tedesche) potrà ancora essere diluito nel tempo. Nella sua nuova versione il Patto dimenticherà le sue rigidità per i Paesi già in riga, che potranno beneficiare con un ciclo economico favorevole di maggiori spazi di manovra tra l'altro per gli investimenti produttivi. Ma presterà sempre più attenzione alla sostenibilità delle finanze pubbliche, quindi del debito. Per un Paese come l'Italia, che si trascina dietro una pesantissima palla al piede (106% del Pil), saranno quindi sempre tempi grani, anche se riuscirà a mantenere il disavanzo sotto il 3 per cento.
Se questo è lo scenario dietro l'angolo, diventa chiaro perché ormai tutti – da Trichet ad Almunia a Sarkozi, al tedesco Hans Eichel – battono ormai, sia pure con parole e metafore diverse, su un unico tasto: riforme, riforme e ancora riforme (con conti pubblici in equilibrio). Una via stretta e impopolare, una ricetta dai risultati non immediati, ma l'unica che promette all'Europa l'aumento del potenziale di crescita e una stabile rimonta sul palcoscenico della competitività globale e del benessere garantito.
Il Patto cambia, ma le riforme restano l'unica via per spingere l'economia

Adriana Cerretelli
IL SOLE 24 ORE, 04.06.2004, p.

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