L’Europa si riprenderà e metterà in crisi gli Usa

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“L'Europa si riprenderà e metterà in crisi gli Usa”

L'INTERVISTA/STEPHEN ROACH/ Il guru della Morgan Stanley spiega perché aumentano le incognite legate al deficit americano che il Bush 2 non ha intenzione di affrontare

“L’America ha scelto con «imprevedibile chiarezza e rapidità. Ma così come ha scelto quattro altri anni con Bush, si è imbarcata in una serie di scommesse che a mio parere sono difficilissime da vincere». Stephen Roach, capo economista della Morgan Stanley parla chiaro per abitudine. E anche stavolta non smentisce la sua fama di essere il più diretto ed esplicito fra i guru di Wall Street L'amministrazione, e soprattutto la politica economica in corso non gli piacciono, non lascia nessuna zona d'ombra su questo punto.
Scommesse, diceva. In che senso?
«Bè, intanto c'è una scommessa sulla capacità di sopportazione e sulla pazienza dell'Europa. Fino a quando sarà in grado di sopportare la necessità di finanziare continuamente il deficit americane con l'acquisto inarrestabile di attività denominate in dollari? E fino a quando continuerà con la sua politica di restrizione dei consumi?»
Cosa vuoi dire?
«Oggi la crisi economica dell'Europa è basata soprattutto su una debolezza apparentemente invincibile dei consumi. Sono stato tante volte a Milano e ogni volta mi faccio un giro in quei bei negozi di via Montenapoleone, tanto belli quanto vuoti. E mi chiedo come faccia
un'economia come quella italiana, e quella europea, a reggere in assenza dei consumi, che a loro volta trainano lo sviluppo e gli investimenti industriali. Ora, c'è da presumere
che tutti i governi europei stiano approntando misure per rilanciarli, questi consumi, e che stiano anche per avere qualche successo. Lo stesso patto di stabilità comunitario andrà rivisto, occorre in qualche modo liberare le dinamiche dell'economia dalla camicia di forza in cui sembrano imbrigliate. E a quel punto, che non è secondo me troppo lontano, per l'America cominceranno i problemi veri: intere correnti di risparmio e capitale internazionale verranno dirottate dal semplice acquisto di obbligazioni in dollari, che è quello che sostiene il deficit americano, a più vivaci investimenti in Europa. Guardi che l'Europa non sostiene solo il peso degli Stati Uniti ma anche di tutti quei paesi asiatici che sono legati al dollaro da un regime di “quasi-peg”. E farà di tutto per scrollarsi di dosso quest'onere, alla fine ce la farà. Proprio qui sta il rischio per gli Stati Uniti. Ma non è certo l'unico».
Quali sono gli altri?
«Sicuramente un'altra scommessa dura da vincere è quella sulla produttività. L'America dovrebbe mantenere il suo tasso di crescita annualizzato del 3% che sostiene dal 1995, dovuto soprattutto ai miglioramenti tecnologici. Ma ci sono, qui sta il punto, diversi segnali, che questo tasso di produttività, sul quale si basa anche la sostenibilità del disavanzo, stia diminuendo. Era una specie di miracolo, e i miracoli non durano».
Quali potrebbero essere le conseguenze?
«Vede, al mantenimento di un elevato tasso di produttività è legata l'attuale politica dei tassi della Fed, che è dichiaratamente di stimolo per l'economia, nel senso che è irrealistico che i tassi siano ancora al 2% dopo anni e anni a meno che non ci sia una deliberata politica di sostegno all'economia, e questo è il caso. Ma se viene meno la produttività, la Federal Reserve dovrà per forza alzare i tassi perché a quel punto scatterebbe il pericolo di inflazione con interessi così bassi».
Greenspan tra l'altro “scadrà” nel 2006. E' sicuro che il suo successore seguirà la stessa politica?
«Guardi, in linea di massima sì, anche perché la nomina spetta a Bush, e il presidente ha già fatto capire che l'uomo sarà Martin Feldstein, che non sembra avere idee diverse da Greenspan. C'è anche un outsider che si chiama Glenn Hubbard, ma anch'egli è un monetarista convinto. Insomma, non si cambierà registro. Vorrei con l'occasione precisare che la conferma di Bush non significa soltanto la continuazione della guerra in Iraq e altro, perché il presidente americano è in grado imporre con una forza incredibile il suo stampo su ogni aspetto della vita economica e sociale. Pensi solo, per fare un altro esempio, che Bush avrà a disposizione la nomina di quattro giudici (su sette) della Corte Suprema, e le lascio immaginare cosa questo significherà in termini di aborto, pena di morte, diritti civili, sicurezza interna».
Torniamo però all'economia. Diceva che se continuerà l'attuale politica dei bassi tassi, il pericolo diventerà l'inflazione. Con quali conseguenze?
«Le conseguenze sarebbero a catena, a partire appunto dal rialzo dei tassi, fino alla recessione. Di più: questa forsennata corsa alla , produttività è stata un magnete per l'acquisto da parte degli stranieri di attività in dollari. Se viene meno, ecco che tutto questa fragile costruzione si smantella. Secondo me, ci sono elevate possibilità che ciò accada. E di questo porta la responsabilità l'attuale amministrazione, che ha consentito il lievitamento del debito pubblico, per non parlare di quello privato, fino ai livelli attuali. Per questo è stato piuttosto incosciente consegnargli il paese per altri quattro anni. Il deficit resterà intorno al 3 per cento del pil ancora per un tempo indefinito».
A proposito di inflazione, non ritiene che il livello del dollaro così basso sull'euro (e sullo yen) sia in se stesso un fattore inflattivo?
«Diciamo che serve uno sforzo sempre più erculeo per tenere in piedi il delicato equilibrio che si è creato, e ad ogni punto di ulteriore svalutazione del dollaro i pericoli aumentano. Da oggi in poi, qualsiasi successo che avranno le politiche economiche europee comporterà un serio ripensamento da parte delle banche centrali di tutto il mondo nell'allocazione delle risorse. Senza contare un altro fattore, stavolta tutto interno americano: del disavanzo Usa fanno parte, insieme ai tagli alle tasse irrazionalmente distribuiti e alle spese militari abnormi, i costi dell'assistenza pubblica in America che sono fatalmente destinati ad aumentare ed, essi sì, non comprimibili, perché oggetto di una pressione politica che qualsiasi amministrazione non può non sentire. Come saranno finanziati, è un mistero. Le banche centrali internazionali possono farsi carico di tutto questo, ma solo temporaneamente».
A quanto sembra di capire, l'ostinazione di Bush nei tagli fiscali sembra quantomeno un azzardo…
«Guardi, è ancora aggravata dal fatto che non sembra rispondere ad una logica organica di riforma. Sono tagli e basta. Presuppongono una propensione al risparmio, o perlomeno agli investimenti produttivi, da parte degli americani che non esiste. Viceversa, se la crescita continuerà ad essere sostenuta, si assisterà ad uno sviluppo delle importazioni che non farà che aggravare il già macroscopico deficit della bilancia dei pagamenti. Tutto questo non potrà che esasperare la già problematica interconnessione fra dollaro e tassi d'interesse, e quel che è peggio è che temo che si porrà un grosso rischio a questo punto per i mercati finanziari».
Sia più esplicito su Wall Street.
«Per ora il quadro non è allarmante, se non altro perché come dicevo per ora proseguirà la politica dei bassi tassi. Ma sul medio-lungo termine la mia previsione è molto negativa».
Abbiamo parlato di America e di Europa, ma lei è appena tornato dalla Cina. E’ vero che c’è un rallentamento della crescita?
«A dire la verità, sono stato una decina di giorni in Cina e devo dire che la mia opinione sta cambiando. Non sono più convinto che ci sia un vistoso rallentamento (si era parlato di una discesa del 9.3 del 2004 al 7,0 nel 2005, ndr), anzi, credo che per almeno un altro anno l’economia cinese reggerà l’attuale ritmo di espansione, o perlomeno la frenata sarà minima e assolutamente tollerabile oltre che ben gestita dall’attuale dirigenza. Ed è un rapporto destinato a non cambiare sul breve termine. Gli stessi cinesi sembrano un po’ preoccupati, tant’è vero che hanno alzato i tassi (il 28 ottobre, ndr) ma mi sembra che abbiano strutture sempre più solide. C’è di più: mi sono convinto di quanto sia grande il ruolo dell’economia cinise del pianeta. Forse non si arriverà al 24% del totale dell’incremento della crescita mondiale di cui parla il Fondo monetario, ma si tratta sicuramente di livelli impressionanti: pensi che è quattro volte la Cina nel pil globale».

Eugenio Occorsio
Affari&Finanza, 22.11.2004, p. 7

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