L’Europa prigioniera

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L'EUROPA PRIGIONIERA

LA VISITA di Bush junior imprigiona l'Europa in un paradosso: la esorta all'unanimità del passato e altempo stesso la spinge alla divergenza dell'attualità. E un conflitto di opposti sentimenti: nostalgia e avversione. Il risultato è che Bush sarà accolto, oggi a Roma e nei prossimi giorni in Normandia, in modo un po'schizofrenico. Tale del resto è ormai il rapporto tra le due sponde dell'Atlantico. Da un lato lo slancio, il rispetto dovuto al presidente che, per le sue funzioni, rappresenta il Paese da cui sono arrivati i soldati sbarcati sulla spiaggia di Anzio e a Omaha Beach, sacrificando la vita per liberarci dal nazifascismo; dall'altro la diffidenza, profonda, intrattenibile, anch'essa meritata da un presidente in cui è difficile riconoscere il difensore dei valori del 1944.
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SESSANT'ANNI dopo, il messaggio di Bush junior non è più quello di Roosvelt. In fondo bisogna pensare a Roosevelt per non vedere Bush.
La crisi irachena, lo sappiamo, ha rivelato la profondità delle divisioni europee circa la natura dei rapporti con l'America. La diversità è tuttavia emersa tra i governi; assai meno nelle opinioni pubbliche; dove i sentimenti contrastanti nei confronti dell'America si agitano soprattutto in chi ha una memoria storica. Per gli altri, in particolare in molti giovani, si accende un'ostilità lineare, che può anche apparire troppo elementare. Da qui le manifestazioni sulla cui opportunità si è tanto discusso nelle ultime settimane. È stato (giustamente) soppesato il rischio che esse sconfinino nella violenza, e finiscano col favorire proprio gli avversari della pace. Ed è stato detto (a sproposito) che l'Italia si distingue dagli altri paesi europei per il suo anti-americanismo ideologico, che riempie con eccessiva disinvoltura le piazze. Lo storico anti-americanismo francese sarebbe più composto.
Si dimenticano le imponenti dimostrazioni dell'autunno scorso, in una Londra in stato d'assedio, in occasione della visita di Bush junior alla regina Elisabetta e all'amico Tony Blair, quando in testa ai cortei c'era il sindaco della capitale, un ex laburista, che accusava a chiare lettere l'ospite americano di essere un «criminale». Nei Paesi in cui il governo ha confuso la propria politica con quella di Bush, trascurando i forti sentimenti popolari, la protesta è stata ed è più forte che altrove. A lungo frustrati, quei sentimenti finiscono con l'esplodere. È comprensibile che questo accada più a Roma e a Londra, che a Parigi.
È facile idealizzare il passato e demonizzare il presente. Gli storici sconsigliano di indulgere al primo vizio. La ragione avverte che il secondo è spesso dovuto alla collera del momento, o a pregiudizi ideologici che annebbiano ancor più l'obiettività, per sua natura già abbastanza incerta.
Bush junior ci costringe però ad affrontare entrambi gli esercizi quando, alla vigilia della partenza per l'Europa, rivolgendosi agli allievi dell'Air Force Academy, a Colorado Springs, sostiene con enfasi che i valori della guerra in Iraq sono gli stessi della Seconda guerra mondiale: «Inostri obiettivi, gli obiettivi della nostra generazione, sono gli stessi». È evidente: il messaggio era indirizzato anche agli europei che distinguono la lontana guerra “giusta”, da quella “preventiva” dei nostri giorni, ufficialmente finita ma non conclusa.
Molti tra gli ufficiali e i soldati approdati, a distanza di pochi giorni, sessant'anni fa, prima sulle spiagge di Anzio e poi a Omaha Beach, appartenevano a famiglie originarie dei paesi in cui mettevano piede per la prima volta, sotto il tiro delle mitragliatrici e dell'artiglieria tedesca.
Con le popolazioni che stavano liberando avevano in comune, se non la lingua, almeno una sensibilità culturale. E parecchie altre affinità, non tanto labili, anche se maturate attraverso i ricordi ereditati da nonni e genitori.
Trascinati nel conflitto dall'attacco giapponese a Pearl Harbour, e dalle successive dichiarazioni di guerra della Germania nazista e dell'Italia fascista, quegli ufficiali e quei soldati non erano animati da uno spirito di vendetta. Roosevelt aveva saputo dare alla guerra un significato preciso. La rivincita sugli aggressori giapponesi contava, al punto che su di loro furono poi gettate le sole bombe atomiche usate nella storia. Ma il presidente americano ripeteva «First Germany», ad indicare che l'obiettivo era anzitutto il nazismo, benché esso non avesse violato il territorio degli Stati Uniti.
Diverso è lo spirito con cui gli americani sono andati in Iraq.
L'Iraq martirizzato da Saddam Hussein non c'entrava con gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono, né era un nido di terroristi islamici. Ma la guerra è stata scatenata come se si trattasse di colpire coloro che avevano osato violare il territorio nazionale americano. È stata promossa come una spedizione punitiva, come un'inevitabile vendetta. L'eliminazione delle armi di distruzione di massa, che minacciavano il Pianeta (poi rivelatesi introvabili), e la missione di liberare gli iracheni sottoposti a una spietata dittatura, non erano che pretesti. Il comportamento dell'esercito americano in Iraq è stato quello classico di truppe d'occupazione in un paese ostile. Le immagini delle torture, spesso a sfondo sessuale, hanno rivelato il profondo disprezzo per la nazione musulmana liberata. Un disprezzo non immaginabile nei soldati diAnzio e di Omaha Beach.
Le violazioni dei diritti umani commesse in Iraq hanno dimostrato come il paragone tra le due guerre, azzardato da Bush junior, sia insostenibile. Ed è tale, insostenibile, perché sono intervenuti almeno tre tipi di mutamenti. Tre profondi cambiamenti collegati uno all'altro: uno sociologico nell'esercito americano; uno provocato dalle ferite dell' 11 settembre in un'America che si è sentita vulnerabile; uno imposto al sistema internazionale dall'amministrazione Bush, più imperiale che repubblicana.
Accostando le due guerre, Bush junior cerca di affiancarsi a Roosevelt. La mossa è azzardata. Roosevelt voleva liberare ilmondo dal nazismo e gettare le basi di un ordine internazionale più giusto. Un ordine generosamente espresso dai principi della Carta delle Nazioni Unite. Alla quale i neoconservatori, insediati alla Casa Bianca, hanno preferito la forza, umiliando il diritto internazionale che quella Carta esprime. Soltanto adesso la riprendono in considerazione per rappezzare il loro fallimento.
L'omaggio a chi è rimasto sulle spiagge di Anzio e di Normandia impone comunque, in queste ore, almeno un pensiero a quel passato che riscuote un'idealizzata, nostalgica unanimità.


Bernardo Valli
la Repubblica, 04.06.2004, p.1
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