L’EUROPA PARLA 25 LINGUE

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Da oggi l’Europa parla le lingue di venticinque Paesi
Noi, europreoccupati

C' è un grande paradosso nell'Europa che si sta ricomponendo. I suoi confini non sono mai stati così estesi e nello stesso tempo la sua debolezza non è mai stata tanto percepibile. Si allarga fino ai confini della Russia (…)
SEGUE IN PENULTIMA PAGINA CAPRETTINI E CORNEA ALLE PAGINE 12-13

(…) e scende nel Mediterraneo, ma non riesce a trovare un ruolo. Si realizza il sogno dei padri fondatori, cioè l'unione nella democrazia, ma il continente appare poco più di un indefinibile oggetto di desiderio. Eppure aspettiamoci un'ondata di retorica, in occasione della data del 1° maggio. Saremo travolti da una corsa all'autoesaltazione, sentiremo dire e ripetere che siamo saggi, bravi, civili, responsabili e pacifici, che questa costruzione è l'unico modo che l'Occidente ha di rapportarsi al mondo. Nei fiumi di parole che ci inonderanno, non mancherà quella contrapposizione al modello americano, che negli ultimi anni è stata esibita come un tratto decisivo di identità.
Sarà questo il modo peggiore di salutare 1'«Europa a 25», perché predominerà la fuga da grandi problemi, come il declino economico-sociale e come la spaccatura davanti all'offensiva del terrorismo, che invece oscurano il futuro e fanno correre grandi rischi. Ci sarà l'avvilente teatrino dove sarà accusato di scetticismo o di anti-europeismo chi porrà domande, chi muoverà critiche ai risultati ottenuti, chi si interrogherà sul futuro, chi teme che la Costituzione, attesa come una panacea, sarà invece di difficile applicazione. C'è infatti un'ortodossia europeista che non ammette critiche e il cui peso si avverte soprattutto in Italia: le sue tavole della legge sono rappresentate dalla difesa ad oltranza dello «spazio sociale», da una deriva neutralista e dalla pretesa di sostituire la democrazia rappresentativa con quella partecipativa; la sua casta sacerdotale è guidata da Romano Prodi, presidente della Commissione negli anni in cui il continente ha perso unità, peso e ricchezza. Il suo alimento politico è l'immobilismo, la sua visione globale è una forma di neo-isolazionismo, la sua pretesa è quella di rilasciare attestati di buona condotta e di escludere i portatori di altre visioni. Il suo principale scopo è quello di isolare e sconfiggere Bush, Blair e Berlusconi.
I festeggiamenti del 1° maggio saranno il trionfo di questa ortodossia? Sarebbe il segno che si preferisce esaltare il declino anziché lo sforzo per arrestarne ed invertirne il corso. E preferibile quella «euro-preoccupazione» che è l'unico atteggiamento capace di guardare con coraggio ai problemi che bloccano l'Unione e ne pregiudicano il futuro.
Preoccupazione in primo luogo per l'immobilismo che contraddistingue le sue società e che si contrappone a quelle poche leadership che cercano di contrastarlo. Il Patto di stabilità è il faro di questo decennio, ma quando viene aperto il capitolo decisivo dell'accordo di Maastricht che chiede riforme strutturali per abbattere la spesa pubblica si verifica un corto circuito. La cultura del catastrofismo – che in Italia è il principale strumento agitatorio dell'opposizione – diventa l'ideologia che giustifica la paura verso ogni cambiamento e alimenta l'inseguimento, attraverso la conflittualità sociale, di tutele stataliste che nessuno può mantenere.
Preoccupazione, poi, per una vorticosa perdita di memoria. Si è smarrita la stessa percezione della storia che ha consentito la costruzione di questa Europa. La pretesa di rappresentare un Occidente distinto dagli Stati Uniti, quando non contrapposto, induce a cancellare i due passaggi chiave grazie ai quali il Novecento si è concluso con la vittoria della democrazia, cioè la sconfitta militare del nazismo e il crollo del comunismo, in virtù l'una dell'intervento americano in Europa e l'altro della politica della competizione inventata da Reagan. E una perdita di memoria che coincide da un lato con la grande nostalgia di Yalta, cioè l'accomodamento a qualunque prezzo fra mondi diversi, e dall'altro lato con l'oscuramento di quel messaggio di «libertà annata» senza il quale il Muro di Berlino sarebbe ancora in piedi.
Quindi, soprattutto, preoccupazione, per l'idea che la ritirata dall'Irak equivalga alla parola pace. Qui c'è qualcosa che va ben al di là della contingenza, delle difficoltà sul teatro di guerra, del contraddittorio processo di ricostruzione democratica, degli stessi dilemmi su come lottare al meglio contro il terrorismo. Zapatero – ma non c'è solo lui, ora c'è anche Romano Prodi – non sono solo portatori di una scelta tattica o strategica. Essi rappresentano il complesso della debolezza della storia europea. Non sono solo singoli passaggi a ricordarcelo, dall'inerzia di fronte alla guerra nella ex Jugoslavia alle complicità (in primo luogo francesi) nella tragedia ruandese, di cui tanto si parla in questi giorni, fino alle ambiguità di fronte al terrorismo palestinese. C'è un processo più lungo, segnato dalla fragilità della democrazia. Qualche mese fa George Bush ha ricordato le parole di Ronald Reagan, davanti al Parlamento britannico, quando nel giugno del 1982 disse che il «comunismo sovietico aveva fallito» e che il mondo era davanti ad una svolta della sua storia. Ricordiamo lo scetticismo, l'ostilità con cui venne accolto quel discorso dal segno premonitore. La cultura politica europea non riusciva a vedere le novità in arrivo. E un difetto congenito, che si ripete oggi: allora era la paura di guardare oltre Yalta ora è il timore di dichiarare che il XXI secolo è segnato dall' 11 settembre. Perché riconoscere questa verità dovrebbe equivalere se non altro a dire che non vanno lasciati soli gli iracheni che lavorano per la democrazia.
Ecco alcune nubi addensate sull'Europa a 25, mai così grande, mai così debole, mai così divisa dal conflitto tra una dannosa ortodossia e un'utile preoccupazione.
RENZO FOA

IL GIORNALE, 01.05.2004, p. 1

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