L’Europa non si difenda ma ristrutturi le aziende

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20/12/2004, Affari e Finanza

“L'Europa non si difenda ma ristrutturi le aziende”

di EUGENIO OCCORSIO
Lo sa cosa le dico? Che per Europa questa moneta coì forte non è niente affatto una disgrazia. Anzi, rappresenta un'occasione senza uguali». Stephen Roach, capo economista di Morgan Stanley, guru indiscusso dei mercati finanziari, va ancora una volta controcorrente. Mentre le agenzie continuano a battere e ribattere sempre la stessa notizia, quella dei nuovi record dell'euro sul dollaro, spariglia le carte in tavola e introduce un nuovo elemento nel dibattito. Non prima di aver fatto una premessa: «II problema della debolezza del dollaro è assolutamente centrale. E' il caso economico più importante di questi tempi, quello con il quale dobbiamo sempre fare i conti. Finché non sarà risolto resterà la vera causa di fondo degli squilibri globali».
Allora, lei dice che per l'Europa è un'occasione. In che senso?
«Intanto, mi lasci dire che ogni volta che vengo in Europa, e ci vengo molto spesso, trovo un pessimismo spaventoso che secondo me non è del tutto giustificato. Invece, cosi come ha fatto il Giappone nel 1995 all'epoca del superyen, e gli stessi Stati Uniti per tutta la seconda metà dello scorso decennio e anche gli inizi di questo, l'area di Eurolandia, può e deve saper trarre le lezioni essenziali quando si ritrova una valuta forte».
In pratica?
«Occorre intraprendere tutte le misure necessarie ad accrescere la produttività, migliorare la competitività, razionalizzare la struttura industriale. Mi rendo conto che in questo caso specifico il tutto sia complicato da fatto che Eurolandia non è uno stato ma un insieme composito di paesi. Ep pure non mi stanco di dire che biso gna trovare dei punti comuni d'azio ne, e muoversi tutti insieme. Noi hanno più senso politiche fiscali in dividuali peri paesi dell' area euro. In questo sto dando pienamente ragione alla Bce».
Fa bene a non muovere i tassi?
«Fa bene a non considerare un'e mergenza l'euro forte. Non è um dramma in sé, ripeto, è una lezione da apprendere. Ci sono passati tutti, l'America ai tempi del dollaro forte ne ha fatto il perno per una straordinaria rivoluzione industriale. La Bce fa bene anche a non avviare misure di contenimento forzato, tipo gli interventi diretti sui mercati dei cambi».
Quello che sì dice è che la Bce non interviene per rispetto alla Robert Rubin Rule, la regola imposta dall'ex segretario al Tesoro delle amministrazioni Clinton secondo cui gli interventi vanno bene purché abbiano qualche ragionevole certezza di riuscire. Altrimenti si risolvono solo in un elemento di confusione e in una colossale dissipazione di denaro…
«Guardi, mi sembra che se continuiamo a discutere degli interventi sui cambi non centriamo il problema. Ripeto, la parte sana dell'economia europea sta reagendo bene al l'euro forte. Anzi, diciamo che in parte la lezione di cui parlavo viene interpretata correttamente, si sta facendo parecchio per esempio per incentivare la produttività, per migliorare la flessibilità della forza-lavoro, insomma ci sono diversi motivi per essere ottimisti sui paesi europei nei prossimi anni. Serve però un ulteriore salto di qualità, avere il coraggio di avviare una più serrata ristrutturazione del mondo delle aziende nonché più massicci investimenti nelle alte tecnologie. Solo così si ricomincerà davvero a creare occupazione. A quel punto si potrà innescare un circuito virtuoso che tra l'altro comporterà il risveglio dei consumi individuali così a lungo “dormienti”, senza i quali è impossibile che ci sia domanda industriale».

L'esempio americano, che tante volte lei ha richiamato, non induce a pensieri molto positivi sull'eccesso di consumi…

«Bè, certo, in America si è esagerato, si è arrivati a costruire tutta un'economia gigantesca intorno ai consumi individuali. Non solo, con l'abbandono di qualsiasi controllo sul deficit federale, l'ossessione sul ribasso delle tasse, iniziative costosissime come la guerra o certe opere pubbliche, si è finito con l'aprire la voragine di un disavanzo federale che è mostruoso comunque lo si guardi. Il risultato è che occorre che tutte le economie del mondo sovvenzionino l'America. Noi dipendiamo da un flusso di acquisti di attività basate in dollari che vale 2,6 miliardi di dollari ogni giorno. Finché continua, tutti felici. Ma non credo che continuerà a lungo. E allora le conseguenze potranno essere devastanti in termini di crisi mondiale. Nel terzo trimestre 2004 (il dato di giovedì scorso, ndr) il deficit delle partite correnti è stato pari al 5,6% del pil. Troppo rischioso. Quello dell'America è un modo incosciente di vivere il ruolo di economia leader del mondo».
Ma come si potrebbe rendere più equilibrata la crescita americana, senza basarla così tanto sui consumi?
«Di proposte ne avrei molte, a partire da una tassa sugli acquisti, non una semplice replica dell'Iva europea ma qualcosa di più adatto alle esigenze degli Stati Uniti. Chiamiamola national sales taxes, è solo un esempio di un pacchetto di misure volte a premiare non più solo le spese ma anche il risparmio. Perché questa è la carenza più grave: non c'è risparmio in America, né a livello privato né a livello pubblico. E questo è evidentemente un elemento di forte rischio e forte squilibrio per un paese così grande e importante. Va ripensata l'intera riforma fiscale intorno a questo nodo, evitando di premiare solo i grandi patrimoni dietro l'improbabile affermazione che premiando i ricchi si finanzia il sistema. E' proprio il contrario: è finanziariamente irresponsabile condurre una politica di supply-side del tipo di quella attuale in America, mentre solo un paese con i conti pubblici a posto può permettersi una riforma fiscale di tale ambizione».

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