«L`Europa non è negoziabile». Fuoco di critiche su Cameron

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Tony Blair la mette quasi sul ridere. A lui, il tanto atteso discorso di David Cameron sull`Europa, ricorda il film di Mel Brooks «Mezzogiorno e mezzo di fuoco»: lo sceriffo che a un certo punto si punta la pistola alla tempia e dice «se non fate come dico io, mi sparo un colpo al cervello». C`è da scommettere, dice il vecchio leader del New Labour, che i 26 altri membri dell`Unione Europea prima o poi rispondano al leader conservatore: «Prego vai pure avanti». Per ora le reazioni sono acide. La Germania (con la cancelliera Merkel e il ministro degli Esteri Westerwelle) ricorda che «l`Europa non è una somma di interessi nazionali ma un destino comune». La Francia (con il ministro degli Esteri Fabius) che «non è possibile avere un`Europa à la carte» in cui scegliere il meglio e scartare ciò che non piace. «L`Europa non è negoziabile», aggiunge il presidente Hollande.
Che sia un suicidio annunciato o che sia invece una scommessa vincente è da vedere nei prossimi mesi e anni. Ma il premier britannico con la sua accelerazione ha avviato in modo chiaro un processo la cui conclusione sarà alla fine del 2017: entro quella data i cittadini del Regno Unito si esprimeranno sul sì o sul no a un eventuale nuovo trattato europeo. Così com`è l`Europa non piace a Downing Street, dunque o si rinegozia un patto che consenta a Londra di riappropriarsi di poteri oggi delegati a Bruxelles (mercato del lavoro, sicurezza, giustizia e immigrazione) oppure ognuno per la propria strada. Uno zuccherino: «Non voglio un accordo migliore solo per noi, semmai lo voglio per l`Europa intera». E tanto veleno: «I cittadini britannici
sono espropriati delle decisioni e ciò significa che il loro standard di vita è messo in pericolo dall`austerità e dalle tasse che servono a salvare i governi sull`altra sponda del continente».
Forse, David Cameron dimentica che il caos è cominciato da Wall Street e dalla City. Comunque, il premier britannico si presenta col look dialettico del paladino dell`integrazione economica e del mercato unico. Poi, però, archiviate le belle parole, indossa i panni di chi si ritrova sulle barricate per muovere guerra all`integrazione politica che vede sia come una lesione della sovranità nazionale («non c`è una democrazia unica europea, ci sono i Parlamenti nazionali che sono e che restano la vera fonte della democrazia») sia come una soffocante e costosa dittatura della burocrazia di Bruxelles («possiamo noi giustificare le spese spaventose delle istituzioni europee? Possiamo continuare a supportare un`organizzazione che ha un budget multimiliardario ma che non riesce a controllare i costi?»). Non c`è che una soluzione. Riscrivere i trattati e chiamare i cittadini del Regno Unito al voto. Il «timing» è segnato: fino al 2015, melina perché gli alleati di governo liberaldemocratici impediscono altrimenti, dopo le elezioni del 2015 (in caso di vittoria tory), a piena velocità verso le trattative e verso la consultazione (al massimo nel 2017). Abbandonate le ambiguità, David Cameron sposa la causa euroscettica. Lo aveva detto qualche giorno fa: «Non collasseremo se usciremo dall`Unione. Abbiamo fondamenta solide». E questo resterà il suo ritornello.
Abile e scontata mossa a uso interno per frenare l'emorragia di consensi e per stanare i laburisti costretti a dichiararsi contro il referendum («Siamo contrari», sostiene Ed Miliband). E richiamo, se non ricatto, alle altre capitali europee. Certo, tutti ribadiscono che «Londra deve restare». E la signora Merkel va di fioretto: «Sono pronta a parlare ma ogni accordo ha bisogno di un compromesso chiaro». Dunque, prossima lunghissima tappa: capire se dietro alla rigidità formale di Cameron (o un trattato nuovo o vado via) c`è spazio per una mediazione senza minare le spinte all'integrazione delle decisioni politiche. Altrimenti quella pistola alla tempia evocata da Blair avrà davvero un significato.

(Da: Il Corriere della Sera, 24/01/2013)




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