L’Europa non è in crisi

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L'Europa non è solo crisi DI ALBERTO L QUADRIO CURZIO

L'Unione europea nei prossimi mesi affronterà una serie di scadenze cruciali. Ci sarà tra due mesi il rinnovo del Parlamento e in autunno quello della Commissione; tra poche settimane sarà perfezionato l'allargamento a 10 nuovi Paesi membri ed entro giugno si spera anche di arrivare all'approvazione del Trattato costituzionale. Questi appuntamenti avverranno in un contesto difficile: a livello economico per la crescita lenta, a livello politico interno per le tentazioni statalnazionali , a livello internazionale per il terrorismo e per il conflitto in Irak. Di fronte a questa situazione sarebbe molto importante che l'opinione pubblica italiana fosse pacatamente e adeguatamente informata su cosa significa davvero l'Europa sia per il nostro Paese che per la geoeconomia e la geopolitica mondiale. E quanto il Presidente Ciampi fa di continuo con una saggezza che gli italiani tutti, e in particolare il troppo litigioso ceto politico, farebbero bene ad adottare come regola di riflessione e di azione.In premessa e bene non avere dubbi che i primi 50 anni dell'Europa (all'inizio denominata Ceca, poi Cee e infine Ce e Ue) siano stati un successo straordinario, il più significativo esempio di costruzione democratica di una “Unione” tra Stati sovrani con metodi di pace. L'europeismo quale espressione di storia, cultura, civiltà ha fatto da sfondo alla creazione della Euro democrazia, una nuova forma istituzionale segnata dal difficile, ma costruttivo equilibrio tra metodo comunitario e metodo intergovemativo in una unione di Popoli e Stati. Una democrazia di tipo nuovo, dunque, e diversa da quelle federaliste o con federaliste . In questo contesto istituzionale si sono collocate le grandi innovazioni economiche quali il mercato e la moneta unica che hanno dato vita a un'euroeconomia anch'essa dotata di sue tipicità comunitarie e nazionali. .Con 7 trattati l'Europa e passata in 50 anni da sei a 15 Paesi membri creando una Unione con 380 milioni di cittadini (a fronte dei 280 degli Usa) e con un reddito totale non molto inferiore a quello Usa. Nessuno Stato europeo avrebbe potuto, da solo, affrontare con analoghi risultati la geoeconomia e la geopolitica del XXI secolo dove la globalizzazione e la competizione crescono anche per l'emergere di altri protagonisti come la Cina. Si dirà che questa è storia nota. Ma non siamo sicuri che lo sia, viste le tentazioni nazionalstatali in alcuni Paesi, con il rischio di bloccare un processo che ha certamente bisogno di aggiustamenti e correzioni, ma che deve essere rafforzato per affrontare insieme la vecchie e le nuove sfide. Tre in particolare: quella del passaggio dalla Ue-15 alla Ue-25; quella della ripresa economica; quella di un ruolo geopolitico autonomo nell'ambito della fedeltà atlantica. Questi i problemi e gli obiettivi del nuovo Parlamento e dalla nuova Commissione ai quali i soggetti istituzionali uscenti consegnano sia successi (l'euro, il progetto di trattato costituzionale, la strategia dell'euroinnovazione economica) sia insuccessi (la bassa crescita, le tensioni tra Unione e Paesi membri, l'incapacità di avere una politica economica ed estera più unitaria). Ma a successi e insuccessi ha contribuito anche un terzo soggetto istituzionale che non e certo il più debole. Si tratta del Consiglio dell'Unione europea che riunisce in nove diverse formazioni settoriali i ministri dei Paesi membri. Oltre a questo vi è il Consiglio europeo che è il più importante organo politico riunendo i capi di Stato e di governo. L'Unione vive sull'equilibrio dialettico tra Parlamento, Consiglio e Commissione (senza dimenticare l'euroburocrazia che spesso deborda) e non solo a quest' ultima possono essere addebitati gli insuccessi. Basterebbe citare quello recente della non approvazione, fino ad ora, del Trattato costituzionale ascrivibile al fallimento della Conferenza intergovernativa composta dai rappresentanti dei Governi nazionali. L'allargamento farà entrare da maggio 10 nuovi Paesi nella Ue che passerà cosi a 455 milioni di abitanti con un incremento della popolazione del 20% circa e con una crescita del reddito totale in curo a prezzi correnti 2003 del 5% circa. E evidente lo squilibrio economico tra Paesi entranti e Paesi gia membri. Dallo stesso potranno venire tensioni, ma anche formidabili stimoli alla crescita economica sia perché gran parte delle popolazioni dei Paesi dell'allargamento , sono molto istruite, hanno costi del lavoro molto più bassi e un forte impulso alla crescita. Potrebbe cosi ripetersi su larga scala quel successo che Spagna e Irlanda hanno avuto dopo il loro ingresso nella Ue. Questa e anche una sfida per i “vecchi” Paesi membri che potrebbero soffrire un imponente processo di delocalizzazione delle loro imprese.Della crescita ha ben trattato ieri sul Sole-24 Ore Mario Sarcinelli, alle cui valutazioni ne aggiungiamo solo una ricavata da una ricerca svolta per la Commissione europea. La produttività oraria della Ue 15, dopo aver recuperato molto terreno negli anni 70 e 80 su quella Usa, ha smesso di avvicinarsi alla stessa rimanendo significativamente inferiore. Molte sono le ragioni di questo divario tra cui quella della capacità innovativa d'impresa connessa alla ricerca scientificotecnologica e quella della unificazione infrastrutturale della Ue. Questi sono due motori della crescita da alimentare con risorse finanziarie oggi male utilizzate dalla Ue (si pensi alla Politica agricola) e dai Paesi membri.Ma se alla Ue spetta qualche voto negativo nella sua pagella economica certo molti Stati non meritano una valutazione migliore. Anche se la speranza e che la nuova Costituzione possa essere lo stimolo necessario per superare l'incapacità di essere un vero attore nella geopolitica e nella ecoeconomia mondiale.

IL SOLE 24 ORE. p.1

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