L’Europa non cade dal cielo

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BOBBIO
L'Europa non cade dal cielo
OGGI LA FIERA RENDE OMAGGIO AL FILOSOFO. PUBBLICHIAMO UNO SCRITTO INEDITO SU GENESI E SVILUPPO DELL'IDEA FEDERALE
Noberto Bobbio
QUANDO nell'estate del 1941 fu redatto tra confinati antifascisti il documento che fu chiamato Manifesto di Ventotene, l'idea di una federazione europea circolava in Europa da più di un secolo, almeno da quando Saint-Simon e Augustin Thierry avevano pubblicato nell'ottobre del 1814 quello straordinario libretto, sulla Riorganizzazione della società europea, contenente il primo audace progetto di una società soprannazionale, che, pur non avendo ancora i caratteri di uno Stato federale nel senso rigoroso della parola, andava ben al di là del sistema confederale di Stati cui si era fermato vent'anni prima Emanuele Kant. Una volta formulata, questa idea era destinata a ricomparire con maggiore o minore forza nei più gravi momenti di crisi rivoluzionaria o guerresca: nel 1848, nel 1866-67, dopo la prima guerra mondiale. Diventò una delle componenti essenziali del pensiero politico radicale di matrice sia economico-liberale sia democratica. Ma nonostante le numerose pubblicazioni con cui fu illustrata, nonostante i vari progetti cui diede luogo, nonostante le dichiarazioni con cui fu in varie e solenni occasioni celebrata, questa idea non si era mai trasformata prima della fine della seconda guerra mondiale in un vero e proprio movimento politico. Era rimasta, se non proprio una generosa e sterile utopia, un programma dottrinale, un'affermazione di principio, un tema seducente da riviste e da società per la pace.
Il Manifesto di Ventotene segna in questo senso una svolta, giacché esso intende essere non soltanto una dichiarazione di principio ma un programma di azione: «Con la propaganda e con l'azione – vi si legge -, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami fra i singoli movimenti che nei vari Paesi si vanno certamente formando, occorre sin d'ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far nascere il nuovo organismo che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta in Europa». Il movimento che sorge da quel Manifesto non mira al partito nel senso proprio della parola (se mai ad un organismo interpartitico), ma non intende neppure dar vita a un semplice movimento di opinione. Il federalismo dovrà essere d'ora innanzi pensiero ed azione. Il distacco dai tentativi precedenti è nettissimo. Tanto netto che nei primi scritti del movimento i riferimenti alla enorme letteratura europeistica e federalistica del secolo precedente sono scarsissimi. Qualche rapido omaggio quasi obbligato a Mazzini ed a Cattaneo. Ma niente di più. In fondo tutto ciò che è stato scritto prima in condizioni storiche diversissime appartiene non alla storia ma alla preistoria: è un antefatto che si può dare tranquillamente per conosciuto. Sono un'eccezione gli scritti più vicini nel tempo, che fanno capo all'inglese Federal Union (sorta nel 1938), in particolare gli scritti lucidissimi di Lionel Robbins.
Tra il federalismo nato dalla tragedia della seconda guerra mondiale e il federalismo del secolo scorso c'è la stessa differenza che corre tra una concezione evoluzionistica, e in fin dei conti ottimistica, della storia e una concezione attiva ed energicamente prammatica. Per distinguere questi due modi di affrontare il problema della guerra e della pace ho parlato altrove di pacifismo passivo ed attivo. Pacifismo passivo, il primo, perché attende la soluzione del problema da una evoluzione naturale, quasi fatale, della società umana, e considera la fine della guerra come il risultato inevitabile di una tendenza verso forme superiori di convivenza, si tratti del passaggio dalle società militari alle società industriali, proprio della visione positivistica della storia, o del graduale affievolimento dello spirito di conquista ad opera dello spirito del commercio, che fu uno dei punti fermi della dottrina liberal-liberistica, o della scomparsa di ogni forma di guerra in una società internazionale in cui tutti gli Stati fossero fondati sulla sovranità popolare, che fu uno dei dogmi più asseverati e creduti del nazionalismo democratico. Pacifismo attivo, il secondo, perché, venuta ormai meno la credenza nel progresso inevitabile, sopraffatto l'evoluzionismo da una visione catastrofica o dialettica della storia, nessuna meta è preventivamente assicurata, nessun esito è predeterminato in anticipo; ogni passo innanzi è il prodotto di un'azione cosciente e deliberata. L'Europa – per dirla con il motto di uno dei fondatori – «non cade dal cielo».
[…]
NESSUNO oggi può fare la storia della Resistenza senza tener conto della prospettiva federalistica. Non tutta la resistenza fu federalistica. Ma certo il federalismo fu un denominatore comune a vari gruppi che alla guerra di liberazione diedero vita; prova ne sia che i tre autori del Manifesto provenivano da regioni intellettuali e da esperienze politiche diverse. Fu uno dei punti programmatici del Partito d'Azione che riassumeva, più spesso amalgamati che fusi, tutti i motivi ideali dell'antifascismo approdato alla guerra di liberazione. Proprio attraverso l'esperienza della Resistenza esso si trasformò in programma d'azione. E' stato notato giustamente che l'antifascismo democratico, prima di essere messo alla prova della lotta armata, cioè di una guerra che si combatteva su tutti i fronti d'Europa, e aveva condotto in pochi anni all'asservimento del vecchio continente al dominio hitleriano, si era generalmente posto il problema del dopo-fascismo come problema di rinnovamento e di risanamento della Stato nazionale, accusato di antiche e recenti colpe storiche, come il compimento di una rivoluzione mancata.
Il federalismo nasce invece nel crogiuolo della lotta di liberazione, e pertanto è una componente essenziale, una parte viva della storia della resistenza e ne ha seguito l'alterna fortuna, I motivi ispiratori della Resistenza europea si possono disporre su tre livelli: secondo che si consideri come guerra di liberazione nazionale in nome dell'indipendenza, come guerra contro il fascismo e in genere contro il dispotismo in nome della democrazia, come guerra per un nuovo assetto sociale contro ogni tentazione di restaurazione dell'antico regime. L'ideale federalistico si pone su questo terzo livello: la resistenza non come restaurazione ma come innovazione. La resistenza che deve insieme chiudere ed aprire, distruggere per costruire, essere negazione della negazione non in senso formale ma in senso dialettico. Che non deve limitarsi a vincere il presente ma deve inventare il futuro. Il federalismo fu, ed è tuttora, una di queste invenzioni storiche Per questo è legato a quel momento creativo della storia che fu la Resistenza europea. Una delle più alte coscienze della Resistenza italiana, Piero Calamandrei, scrisse: «Tutte le strade che un tempo conducevano a Roma conducono oggi agli Stati Uniti d'Europa».
IL DUBBIO E LA RAGIONE
Questa mattina alle 10,30 Norberto Bobbio viene ricordato al Caffè letterario della Fiera del Libro di Torino. Intervengono Andrea Bobbio, Pietro Marcenaro e Marcello Sorgi. Nell'occasione, sarà presentato il libro edito da La Stampa Il dubbio e la ragione. Si parlerà anche di Lezioni Norberto Bobbio. Etica e politica: sette appuntamenti, il primo con Michael Walzer avrà per tema I diritti dell'uomo(31 maggio, Regio h. 21). Gli altri oratori saranno in autunno Umberto Eco, Giovanni Sartori, Amartya Sen, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Oscar Luigi Scalfaro in coppia con Giuliano Pontara. Questa sera alle 18, nella Sala Rossa, Marcello Sorgi coordina l'incontro Norberto Bobbio: le parole della politica, sul Dizionario di politica (Utet Libreria). ntervengono Michelangelo Bovero, Domenico Fisichella, Gianfranco P asquino e Giuliano Urbani. Il testo inedito che pubblichiamo s'intitola «II federalismo nel dibattito politico e culturale della Resistenza», risale al 1973 ed è conservato al Centro italiano di formazione europea.
LA STAMPA, 08.05.2004, p. 25
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