L’Europa non abbia paura del popolo

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L'Europa se vuol vivere non deve avere paura del popolo



In un interessante articolo dedicato alla Costituzione d'Europa che sarà firmata venerdì a Roma, Franco Venturini scrive che i progressi nell'integrazione europea sono stati spesso figli dell'emergenza; però, il Trattato costituzionale dell'Unione, proprio perché ritenuto decisivo per la futura identità della Ue, avrebbe meritato di sfuggire a questa logica. Aggiunge poi che la prova cruciale per il tutto sarà quella delle ratifiche nazionali per le quali più di dieci Paesi procederanno a referendum. Scadenze in vista delle quali, aggiungo io, dobbiamo essere pessimisti se è vero (come è vero) che i cittadini europei mostrano indifferenza o peggio nei confronti di questo processo…
Luciano Simion, Trento

Caro signor Simion, giustamente Franco Venturini scrive a conclusione dell'articolo da lei citato che la consapevolezza dei problemi «non può e non deve portare all'eurodisfattismo». Ma di problemi – primo tra tutti quello di cui alle ultime righe della sua lettera – ce ne sono. Eccome. Da dove vengono? Nel libro «Il continente diviso» (Carocci) William I. Hitchcock docente di storia contemporanea al Wellesley College nel Massachusetts scrive che la crisi dell'Europa deriva in particolare dal fatto che l'integrazione è stato un processo concepito e diretto da élite che non avevano mai sottoposto le loro idee al vaglio popolare. L'Unione europea è venuta alla luce in seguito a una scommessa internazionale sottoscritta da leader politici a capo dei rispettivi governi; ai cittadini non è stato mai chiesto un parere a riguardo e quando vengono chiamati a esprimersi per ratificare i trattati europei – per quanto raramente – gli elettori dei vari Paesi d'Europa mostrano spesso un marcato scetticismo nei confronti dell'erosione della sovranità nazionale. Le esitazioni nei confronti dell'Europa vengono dall'impressione che si tratti di un'entità non affidabile, troppo ingombrante che sfugge al controllo dell'elettore medio.
Per rimediare, sarebbe necessario, secondo Hitchcock, che l'Europa si aprisse sottoponendosi sempre più al vaglio dei cittadini. Dovrebbe anche dar vita a un Parlamento eletto dal popolo che poi abbia un potere reale e non solo di supervisione, in modo da costituire un bilanciamento ai poteri della Commissione e del Consiglio. «Una delle caratteristiche più infauste della Ue», sostiene lo storico, «è sempre stata la sua innata paura del popolo, il timore che quei cittadini meno colti e più provinciali potessero disfare un paziente lavoro di decenni, usando la scheda elettorale per dar voce alle loro ansie, al timore di una perdita troppo rapida della sovranità nazionale». Si tratta certamente di rischi ma sono rischi che la Ue deve correre se vuole procedere sulla strada per cui si è incamminata. Solo sottoponendo l'esistenza stessa dell' Unione europea all'approvazione degli elettori in consultazioni del tutto normali, sensate e creando istituzioni autenticamente democratiche in cui possano esprimersi le volontà dei suoi popoli, del suo popolo, l'Ue darà ai cittadini di questo grande continente l'occasione di contribuire concretamente al suo successo. Altrimenti, senza una tale partecipazione, l'Ue rimarrà sempre un mastodonte lontano e sfuggente, un colosso sottratto al controllo dei cittadini, nonché un focolaio di collera e di risentimenti. E' questo che vogliamo?

Risponde Paolo Mieli
Corriere della sera, 27.10.2004, p.43

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