L’Europa, la ripresa e la paura della stretta sui tassi

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L’Europa, la ripresa e la paura della stretta sui tassi


Gli Stati Uniti continuano a fornire circa la metà dell’aumento del reddito.

SAVANNAH (Usa)- L’elogio di Bush al premier nipponico Koizumi segna l’atmosfera di un G8 centrato sulla questione irachena e il processo di pace in Medio Oriente, ma nel quale si misurano i risultati ottenuti dai partner del mondo industrializzato nei dodici mesi trascorsi dal G8 di Evian.
Rispetto ad in Giappone che si è lasciato la stagnazione alle spalle e promette una crescita 2004 del 6 per cento, i compiti che i leader europei tirano fuori dalle loro cartelle appaiono alquanto stropicciati: crescita di poco superiore allo zero in Germania, Francia e Italia, nonostante gli elevati livelli di spesa pubblica. Bush può invece squadernare un bilancio positivo, anche se Chirac sottolinea puntigliosamente i crescenti squilibri nei conti pubblici e negli scambi commerciali degli Stati Uniti. Dubbi fondati, ma intanto la crescita americana (4,4%) si consolida e genera nuova occupazione (oltre un milione di nuovi posti di lavoro creati dall’inizio dell’anno). Soprattutto, comincia a produrre una leggera ripresa anche nei settori più esposti alla concorrenza asiatica: gli occupati tornavano ad aumentare, per ora lievemente, anche nell’industria manifatturiera e nei settori colpiti dall’emorragia dell’outsourcin (servizi bancari, commerciali, di contabilità e assistenza tecnica trasferiti in India o in altri Paesi asiatici).
La ripresa americana offre un traino che le economie europee sono riuscite a sfruttare solo in parte: le esportazioni da qualche mese sono in ripresa, la ricrescita in Italia e in Francia ha ripreso qualche decimale. Ma il panorama complessivo non è troppo confortante: ne primo trimestre i paesi dell’Ocse – che complessivamente rappresentano lì80% dell’economia mondiale – hanno accelerato il loro ritmo annuo di crescita (1,8%)è generata dagli Stati Uniti, o 0.6 viene dal Giappone. L’intera Europa contribuisce appena per l0 0,4. Ed ora teme che la ripresa internazionale,alla quale tenta disperatamente di agganciarsi, possa essere frenata dall’aumento del costo del denaro che la Federal Riserve si accinge a deliberare. Il monito lanciato due giorni fa da Alan Greenspan ha lasciato il segno, ma i mercati si erano attrezzati da tempo. Fino all’inizio di aprile gli operatori scommettevano su un incremento del tasso base di circa mezzo punto (dall’1 all’1,6) nell’arco di otto mesi, ma dopo l’impennata del petrolio i prezzi per l’acquisto a termine dei Federal Funds americani sono saliti fino a scontare un tasso base del 2.5 per l’inizio del 2005. Ol primo intervento della Fed, previsto per il 30 giugno prossimo, potrebbe essere limitato allo 0.25%:Ma altri seguiranno dopo l’estate.
Più che i forti squilibri della finanza pubblica, a preoccupare le autorità monetarie americane è la ripresa dell’inflazione . La Fed normale evita di reagire davanti davanti a fiammate momentanee, ma è ben decisa a non tollerare un incremento dei prezzi stabilmente superiore al 2-2,5 per cento. Ora l’inflazione veleggia attorno al 3,3 e l’aumento dell’occupazione_in sé un fattore tonificante per l’economia, la società( e anche per la campagna elettorale di Bush)-fa venire meno il fattore che fin qui avevaindotto la Fed a temporeggiare.
Per l’Italia, Paese che detiene il record del debito pubblico più elevato, è proprio questo del costo del denaro l’elemento di maggior preoccupazione. Fin qui il governo ha faticato a far quadrare i conti nonostante i bassi interessi corrisposti sui titoli del Tesoro. Adesso Greenspan è costretto a fischiare la fine di una recenzione durata quattro anni: fermi da 12 mesi al livello più basso da 46 anni a questa parte, i tassi tornano infatti a crescere per la prima volta dal 2000.
Anche stavolta i mercati hanno giocato d’anticipo benchè protetti dallo scudo dell’euro, da qualche tempo i titoli italiani a lungo termine subiscono una penalizzazione limitata ma significativa rispetto agli altri principali Paesi Ue: è il prezzo della nostra maggiore vulnerabilità. Dopo le elezioni ci saranno un po’ di bulloni da stringere.

Corriere della Sera p,10
10/06/2004
di Massimo Gaggi

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