L’Europa, gigante d’argilla

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L'Europa è solo un gigante dai piedi d'argilla

Oggi in Campidoglio, nella sala degli Orazi e dei Curiazi, sarà firmato il Trattato che istituisce una Costituzione per l'Europa. Il luogo è un simbolo del processo di unificazione: in quella sala, infatti, nel 1957 gli stati fondatori firmarono il Trattato di Roma, istitutivo della Comunità europea. Ma, a guardar bene,oggi il re è nudo.
È ormai svanito il sogno perseguito con tenacia da politici di prim'ordine come Alcide de Gasperi, Robert Shuman, Konrad Adenauer. L'attuale classe politica non ha uomini di un sìmile spessore; e la riunione degli stati nazionali europei in un'unica comunità politica non è più una prospettiva credibile. La retorica e le coreografie avranno vita breve: i nodi stanno venendo al pettine.
Dopo la firma in pompa magna di quella che viene spacciata come Costituzione europea si porrà infatti il problema della ratifica. Come tutti i trattati, anche questo potrà entrare in vigore solo con la firma di tutti ì contraenti. Un evento per lo meno improbabile, visto che molti paesi sottoporranno la ratifica a referendum popolare (com'è logico, per un testo che pretende di essere una Carta costituente). Ma in Gran Bretagna, Francia e alcuni paesi scandinavi è altissimo il rischio di bocciatura. E basterà un solo no per trasformare il trattato in carta straccia. Che cosa succederà poi? Nessuno osa azzardare una risposta.
Ma se anche tutti i paesi dovessero aderire (ed è improbabile), il processo di unificazione corre il serio rischio di deragliare a causa di alcune mine contenute nelle disposizioni del trattato. L'articolo I-59 consente infatti a ciascuno stato membro di ritirarsi dall'Unione con una semplice notifica di tale decisione al Consiglio, con il quale negozierà un accordo per regolare le modalità della fuoriuscita e le future relazioni dello stato con l'Unione stessa. Entrato in vigore l'accordo, e comunque non oltre due anni dalla notifica della decisione, allo stato che decide di ritirarsi non saranno più applicabili le regole del trattato. La disposizione è emblematica della mancanza di volontà degli stati europei di costituire una vera unione sovranazionale:
mentre scrivevano le regole dello statuto, si riservavano la facoltà di uscire rlnlla casa comune in ogni momento.
Di più. Il trattato può essere modificato solo all'unanimità, cosa questa che renderà quasi impossibile introdurre quei miglioramenti e quelle integrazioni che si rendessero necessari. Nessuno vuol correre il rischio di sentirsi legato all'Europa più di quanto abbia messo in preventivo.
Da questo punto di vista il trattato sembra aumentare la fragilità dell'Unione, invece della sua forza di coesione. Proprio mentre si profilano all'orizzonte problemi che avrebbero bisogno, per essere affrontati, di ben altro coraggio.
Uno di questi è l'adesione della Turchia. Nonostante l'articolo 1-57 del trattato disponga che «l'Unione è aperta a tutti gli stati europei», è già da tempo iniziato l'iter che porterà fra alcuni anni ad aprire le porte dell'Europa alla Turchia. Che non è certamente uno stato europeo. Un mix di motivazioni politico-economiche sembra rendere impossibile, o almeno politicamente scorretto, fermare questo processo, che metterà una pietra tombale sulla possibilità di pervenire a un'Unione di stati dotata di una forte identità politica e culturale: una volta aperte le porte alla Turchia, infatti, chi oserà opporsi alle euentuali richieste di adesione di Russia, Israele, Palestina, Ucraina e chissà chi altro? È evidente che un'entità così ampia e culturalmente variegata può solo ridursi a una zona di libero scambio e non può certo pretendere di proporsi come entità sovranazionale.
Il trattato che si firma oggi a Roma, in pompa magna (regia televisiva di Franco Zeffirelli), formalizza dunque l'identità di un gigante dai piedi d'argilla. Grande sotto il profilo economico e tecnologico, ma ormai privo di un'identità, un progetto. Guidato da politici senza spessore, logorato da guerriglie di breve respiro. Un esempio di queste contraddizioni è il conflitto messo in scena negli ultimi giorni tra Parlamento e Commissione.
Con un commissario bocciato dal fondamentalismo laicista dei parlamentari perché ha osato esprimere posizioni personali non in linea con il politicamente corretto di Bruxelles. Un esempio di integralismo della stessa matrice di quello dell'Islam più retrivo: in entrambi i casi vi è infatti l'incapacità di distinguere le sfere della morale e del diritto, della fede e della politica; come invece ha fatto, correttamente, Rocco Buttiglione.
In realtà l'Europa che si celebra oggi a Roma non esprime un'identità politica ma solo una gigantesca macchina burocratica.
Dove è la difesa comune? La politica energetica? La politica estera? Sono questi gli autentici tratti distintivi di uno stato federale, non la misura dei piselli e delle melanzane. I giuristi si sono dovuti inventare le direttive dettagliate (sottospecie di regolamenti) per giustificare l'intrusione europea in contesti dove in realtà uiera uno spazio nazionale. Quale sarà mai l'interesse pubblico decisivo ad avere le scatole dei pomodori uguali in Irlanda e a Palermo?
Non bastano certo i 500 articoli del trattato costitutivo per creare una nuova realtà politica. Ci vogliono radici, idee, coraggio, strategia, generosità. Tutte cose che a Bruxelles sembrano dare piuttosto fastidio

Marino Longoni
Italia oggi, 29.10.2004, p. 1

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