"L’EUROPA ESPORTA DEMOCRAZIA E LO FA IN MANIERA PACIFICA"

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Il presidente della Commissione:all’Est il processo era avviato,ma senza di noi sarebbe stato più lento

“L’Europa esporta democrazia e lo fa in maniera pacifica”

Prodi:i nuovi Stati,una risorsa per quelli vecchi

Istituzioni,regole,linguaggio:quale sarà l’impatto dell’allargamento

DAL NOSTRO INVIATO

ANDREA BONANNI


Bruxelles- “L’allargamento dell’Unione è il più grande esperimento riuscito di esportazione pacifica della democrazia:un sistema che non viene imposto ma interiorizzato. Insisto molto su questo punto,perché per me la diffusione pacifica della democrazia è forse il maggiore vantaggio dell’unificazione dell’Europa”. Nel suo studio al dodicesimo piano della sede della Commissione, Romano Prodi cerca di evitare la retorica delle grandi occasioni e di tenersi,come gli piace fare,sul piano delle cose concrete.
Si,va bene,presidente.Ma dopo la caduta dell’Urss l’Est europeo era già comunque democratico.Come fa a dire che è merito nostro?”Il processo di democratizzazione era avviato,è vero.Ma questi Paesi avrebbero messo dieci volte più tempo per portarlo a termine,se noi non gli avessimo offerto la prospettiva dell’adesione e il modello delle nostre società”.
E ora sono davvero profondamente democratici?
“Non c’è dubbio. Sono democrazie vivaci,con piena libertà espressione e rispetto delle regole fondamentali. Lo dimostra il fatto che le molte perplessità iniziali degli osservatori sono svanite come neve al sole. C’è addirittura chi dice che,se sottoponessimo oggi i vecchi stati membri agli esami che i nuovi hanno dovuto superare,non tutti verrebbero promossi”.
Che cosa intende dire?
“Che per esempio,grazie alla nostra pressione,i nuovi membri hanno dovuto garantire una piena autonomia della magistratura dalle pressioni del potere politico. E che hanno dovuto frammentare il mercato dei media,prima monopolistico,per avere un autentico pluralismo dell’informazione”.
La sensazione è che però i nuovi membri siano portatori di valori e di un linguaggio politico che risente ancora molto della Guerra Fredda…
“E’ naturale che questi Paesi entrino in Europa con una gerarchia di valori terribilmente segnata dalla loro storia, e che solo una tranquilla convivenza in seno all’Unione potrà cambiare.Hanno l’ossessione della sicurezza,e quindi su questo tema guardano agli Stati Uniti come al loro interlocutore privilegiato. Ma già nell’ultimo anno ho notato che si stanno delineando posizioni molto più articolate. Sull’Iraq,per esempio,sono emersi atteggiamenti più maturi. E le definizioni e i giudizi che vengono dati sugli altri paesi europei sono meno scolastici. La pedagogia dell’essere dentro l’Unione,del partecipare,del sentirsi parte del gioco,è straordinariamente efficace”.
Qual è stato il peggior pericolo che siete riusciti ad evitare?
“Il rischio era che,per portare a termine un allargamento collettivo così vasto,si fosse costretti a qualche forzatura:ad ammettere candidati che non erano veramente pronti. Questo avrebbe creato una situazione in cui c’erano nell’Unione paesi di serie A e di serie B. Ma così non è stato. I nuovi membri faranno la loro parte a tutti gli effetti e da subito. Me ne sono reso conto osservando le personalità che hanno designato come commissari. Gente molto preparata,che si muove con competenza e disinvoltura :danzano il tango comunitario come ballerini provetti”.
Niente contrapposizione tra Vecchia e Nuova Europa, dunque, come invece preconizzava il segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld?
“La sua è una definizione culturalmente non attrezzata. Rumsfeld non ha capito che l’Europa è perennemente in costruzione. E quindi non c’è vecchio e nuovo ma un amalgama in continuo cambiamento. La partecipazione all’Unione è un fattore di cambiamento e di crescita. Perché ho tanto insistito che all’inizio ci fosse un commissario per stato membro? Perché credo che la figura del commissario sia un veicolo di identità e di valori europei verso il paese che lo ha espresso. Perché mi sono tanto rattristato per il voto dei greco-ciprioti contro l’unificazione dell’isola? Perché è una scommessa su valori vecchi:uno sguardo rivolto al passato e non al futuro. Ma,si sa, lo sviluppo non è mai lineare”.
Resta però il problema di un’Europa così grande. Come sarà possibile farla funzionare?
“Il problema non è il numero di paesi. Il problema sono le regole di funzionamento. Già nella vecchia Unione a Quindici era difficile lavorare: c’erano divergenze molto forti che si sono troppo spesso risolte in situazioni di blocco che hanno penalizzato tutti”.
Non crede che in un’Europa così affollata si creerà necessariamente un meccanismo a doppia velocità?
“Tutto dipenderà da come andrà in porto il processo costituzionale. Se la nuova Costituzione verrà non solo approvata,ma anche ratificata da tutti gli stati membri e quindi entrerà in vigore,non penso che si renderà necessario un meccanismo a due velocità. Se invece ci saranno bocciature,mi sembra evidente che quanti hanno approvato il nuovo testo costituzionale vorranno andare avanti tra loro”.
Vuol dire che una bocciatura della Costituzione nella fase di ratifica si tradurrebbe in un’autoesclusione?
“Lo vedremo. Ma è certo che la Costituzione non è un semplice trattato, preparato da pochi esperti in un negoziato semi-segreto. Non ho mai visto un parto così lavorato,sofferto e partecipato come la nascita della carta costituzionale. E’ chiaro che un rifiuto da parte di un paese avrebbe un significato più profondo. Non si potrà dire che,come si è fatto per l’Irlanda e la Danimarca, che la gente era male informata e convocare un nuovo referendum come se nulla fosse successo. Sono anni che discutiamo su questi temi. Adesso è tempo di prendere le decisioni”.
Il commissario inglese,Chris Patten, ha detto che un’eventuale bocciatura della ratifica nel referendum annunciato da Blair significherebbe l’esclusione della Gran Bretagna dall’Unione. E’ d’accordo?
“Patten è uno che conosce bene il proprio paese. E che non parla a vanvera”.
Intanto però l’Europa sembra prepararsi all’ allargamento instaurando un vero direttorio anglo-franco-tedesco. E’ questo il futuro che ci attende?
“Credo che l’allargamento ci darà davvero delle sorprese. Per prima cosa non è detto che,domani,i paesi che vogliono correre più in fretta siano gli stessi di oggi. Sarà nei mesi successivi all’ approvazione della Costituzione,in base anche alla velocità dei processi di ratifica,che i paesi si iscriveranno o meno nel nucleo di guida nella nuova Europa. In una Unione a venticinque non credo che basteranno due o tre paesi per costituire il motore dell’Europa”.
Come cambierà il rapporto di una Grande Europa con gli Stati Uniti?
“All’inizio,purtroppo,non prevedo grandi cambiamenti. Ci sono diversi livelli di “affetto”dei paesi europei verso gli Usa e credo che questo stato di cose continuerà fino a che non ci sarà una politica europea comune. Ma è un peccato. Un rapporto affettivo adulto implica pari dignità tra i partner. Fino a che non c’è pari dignità,si oscilla tra il servilismo e la ripicca,mentre noi avremmo bisogno di una relazione matura,tra eguali. E ne avrebbero bisogno anche gli Stati Uniti”.
Come cambierà l’identità,la percezione di sé,di questa Europa allargata e finalmente unita?
“Anche questo è un problema di regole,non di dimensioni. Non ho dubbi che, se riuscissimo a darci regole comuni,diventeremmo leader mondiali. Ma non ci siamo vicini. C’è un enorme fossato da colmare tra l’Unione attuale e un’ Europa veramente unita:l’arrembaggio al progetto di Costituzione ci dimostra che questo obiettivo è complicato da raggiungere”.
Molti critici dell’allargamento puntano il dito sull’enorme differenza di reddito dei nuovi stati membri rispetto ai vecchi. Fino a che punto sarà un problema?
“I paesi dell’Est europeo hanno risorse umane nettamente superiori al loro livello di reddito. E quindi porteranno crescita economica. Ma proprio questa è una grossa sfida per i vecchi membri dell’Unione, e in particolare per l’Italia se non si dà una scossa. Loro hanno capacità superiori al reddito. Noi abbiamo un reddito superiore alle capacità. Come ho detto e continuo a ripetere, la storia non perdona: non si può essere ricchi e stupidi per più di una generazione.”

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