L’EUROPA EN FOLIE

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16/06/2004 Il Foglio pag. 1


L'Europa en folie


Quella vecchia è stravecchia e quella nuova è invecchiata di colpo. Nave impazzita cerca nocchiero
Roma. La vecchia Europa sembra ancora più vecchia. E la nuova, su cui scommetteva il segretario americano alla difesa Donald Rumsfeld, sembra precocemente invecchiata. Lo specchio del 13 giugno riflette l'immagine di un continente “en folie”, di una nave senza rotta e senza nocchiere, dove regnano l'ossessione del particulare e sintomi vari di schizofrenia: un paziente insomma più bisognoso di cure analitiche che di alta ingegneria istituzionale.
E invece proprio sull'adozione al forcipe della Carta costituzionale, sulla farragine di principi senza radici bocciata sei mesi fa a Roma per l'opposizione di Spagna e Polonia, punteranno i capi di Stato e di governo dell'Unione fin dal prossimo week-end per tappare falle sempre più vistose. Fare per far dimenticare è una vecchia ricetta volontaristica, non è detto che funzioni sempre. E dire che sulla carta quello del 13 giugno poteva essere davvero uno degli esercizi di democrazia' più imponenti al mondo: oltre 350 milioni di cittadini chiamati alle urne, 25 paesi interessati, di cui otto vivevano ancora qualche anno fa sotto un tallone di ferro. Poteva essere l'occasione per parlare di
politica nell'accezione alta e nobile del termine, quella che parte dal senso di sé e del proprio ruolo nel mondo, dalla scelta ferma delle alleanze, dai modi di affrontare con risolutezza i nodi della sicurezza, della difesa, della produzione e della distribuzione della ricchezza, della protezione dei deboli. Invece le prime elezioni dopo l'11 settembre, dopo il triste ritorno della guerra nel novero degli eventi possibili, non sono state nulla di tutto questo. Una noia mortale, ha scritto il New York Times. Un non evento.
Che molti hanno accolto con la solita nenia sulla mancanza di democrazia che affligge le istituzioni comunitarie, sull'astruseria di una tecnocrazia lontana che pretende di dire la sua anche sullo standard aureo della zucchina. Sono spesso gli stessi che criticano Bruxelles per meglio nascondere quel mercato del traccheggiamento che è il Consiglio dei capi di governo, ultima ridotta dello Stato nazionale nel continente che lo Stato-nazione l'ha inventato. Il fatto inoppugnabile è che 190 milioni di europei sono rimasti a casa, più di uno su due, una media del 54,5 per cento. Il non voto può anche essere un segno di fiducia nel funzionamento del sistema, di consapevolezza che la continuità della burocrazia impedisce svolte traumatiche. Ma è quanto meno singolare che sia stato polverizzato ogni record d'astensione dal 1979, da quando cioè si tennero le prime elezioni a suffragio universale, proprio ora che il Parlamento potrebbe esercitare veri poteri d'interdizione. Nessun partito ha fatto campagna sul ruolo di Strasburgo nel check and balance delle istituzioni, nessun partito ha parlato di federalismo, adesione di paesi come la Turchia, rapporti con l'Islam o con gli Stati Uniti. Nessun candidato ha fatto campagna presentando il proprio bilancio di deputato uscente, criticando il lavoro svolto dall'avversario e nemmeno facendo nuove dichiarazioni d'intenti.

Gli Stati Disuniti


L'errore di parallasse ha finito per premiare uomini e gruppi che dell'Europa diffidano o farebbero volentieri a meno, dall'estrema destra fiamminga agli “euroexits” in Gran Bretagna. Per confermare la presenza di un forte nucleo di “souverainistes” che vogliono ripristinare l'integralità dei poteri dei singoli Stati nazionali. E per scremare una robusta pattuglia di euroentusiasti, che forse faranno gruppo a sé, dai liberal-centristi francesi di Franeois Bayrou agli italiani della Margherita. Una polarizzazione normale, secondo lo storico e politologo Yves Mény che ricorda come gli Stati Uniti abbiano vissuto un processo analogo, punteggiato da lunghi aspri dibattiti tra federalisti e antifederalisti che volevano ridurre al minimo l'Unione: ci vollero però quasi un secolo e una guerra civile per dare all'America la forma che conosciamo. Ma in questo continente non si vedono all'orizzonte i partiti e gli uomini capaci di guidare con chiarezza un processo di così lungo respiro. La passione visionaria dei padri fondatori è scomparsa. La stessa ambizione di Maastricht è lontana, persino l'Europa dei mercanti per niente disprezzabile è al di là da venire. Gli elettori non hanno colpa se il teatro sovranazionale o transnazionale continua ad avere meno fascino del cortile di casa. Come ha scritto il quotidiano francese Libération, il via a un ritorno sgraziato al quadro nazionale l'ha dato proprio il presidente della Commissione che “ha fatto campagna in Italia contro il governo Berlusconi nella veste di leader ufficioso dell'opposizione”. Ma sarebbe ingiusto gettare tutte le colpe addosso a Romano Prodi, anche se si è comportato più come un Jacques Santer che come un Jacques Delors. In fondo il cancelliere tedesco Schròder e il presidente francese Chirac hanno fatto di peggio, hanno messo la testa sotto la sabbia sperando dipassare inosservati.
Nel quadro nazionale rispettivo, l'elettore ha mostrato di saper usare la scheda con la sapienza del politico consumato. Gli italiani hanno dato un sonoro avvertimento a Silvio Berlusconi, senza per questo costringerlo a governare per il resto della legislatura in condizioni impossibili. Lo stesso hanno fatto gli inglesi, colpendo ma non mortalmente Tony Blair, penalizzato anche dal modo di scrutinio proporzionale. Buoni voti senza lode al socialista Zapatero, non ancora logorato da una lunga azione di governo e che vive ancora lo stato di grazia. Preavviso di licenziamento invece per Schrò der e Chirac, colpevoli recidivi di sordità al responso delle ume. In tutta evidenza le posizioni sulla guerra non hanno influito sul comportamento elettorale e anche questo è il segno di un ripiegamento inglorioso sul proprio ombelico. Ha perso pesantemente chi la guerra la osteggiava ed era portato a spalle dal popolo pacifista. Ha perso poco chi l'ha appoggiata e pesantemente condivisa. Persino le dolorose vicende degli ostaggi italiani hanno avuto un peso trascurabile, smentendo chi gridava alla speculazione elettorale, allo spot permanente. A meno che non si voglia credere che Alleanza nazionale ha preso voti in più perché è andata all'aeroporto ad accogliere i “suoi ragazzi”.
L’insuccesso, si sa, monta alla testa e non è certo la meno visibile delle schizofrenie all'europea che saranno proprio i due grandi sconfitti del 13 giugno, Schróder e Chirac,
a scegliere e a imporre il nome del successore di Romano Prodi. E a fare la voce grossa per far approvare la Costituzione: un tempo l'asse franco-tedesco era la chiave di volta dell'edificio europeo, oggi è una zattera per leader al tramonto. L’idea di Europa servì a esorcizzare la guerra fra paesi che si guardavano l'un l'altro come un pericolo mortale. Fu per l'essenziale il frutto della convergenza tra democrazia cristiana e socialdemocrazia. cialdemocrazia. L'Spd è oggi al minimo storico. E la spalla francese parla nel vuoto. Su un muro della banlieu di Parigi giovani mani hanno scritto: “Gerusalemme agli arabi”, “Allah Akbar!”, “Morte agli ebrei”. Nel seggio elettorale di fronte ha vinto, anzi stravinto una lista presente soltanto nella regione Ile-de-France: Europalestine. Ha preso più voti dei verdi, dell'estrema sinistra. E del partito del presidente Chirac.

Lanfranco Pace


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