L’Europa è un progetto del futuro

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“L'Europa è un progetto del futuro”
Le conclusioni del gruppo Michalski

Nella primavera del 2002, il presidente della Commissione europea Romano Prodi ha chiesto all'Istituto di scienze umane di Vienna di costituire un gruppo di personalità europee per riflettere sui valori che sono di particolare rilevanza per il processo di unificazione europea. I componenti del gruppo dovevano essere delle personalità indipendenti, non dei rappresentanti di partiti politici, di chiese o di altre organizzazioni. Persone dotate di credibilità intellettuale, di esperienza politica e di una statura che trascendesse quella dei partiti dei loro paesi.

Kurt Biedenkopf, Silvio Ferrari, Bronislaw Geremek, Arpad Göncz, John Gray, Will Hutton, Jutta Limbach, Krzysztof Michalski, Ioannis Petrou, Alberto Quadrio Curzio, Michel Rocard e Simone Veil, gli intellettuali membri del gruppo, hanno deciso di concentrarsi su alcune tematiche specifiche, come l'allargamento, le religioni e il ruolo dell'Europa nel mondo. Il gruppo ha ripetutamente incontrato esperti di ciascuna di queste tematiche. Inoltre, per coinvolgere fin dall'inizio uno spettro il più vasto possibile dell'opinione pubblica, si è tenuta una serie di dibattiti in diverse capitali europee.

Il primo interrogativo che il gruppo si è posto riguarda la definizione di un concetto di unità a partire da una crescente diversità. Su quali forze contare per tenere insieme un'Unione europea allargata e ridefinita? Quali concetti morali, quali tradizioni, quali obiettivi sono in grado di stringere insieme gli abitanti di un'Unione così eterogenea in una struttura democratica, dando così delle fondamenta e un'ancora alla Costituzione europea?

La prima fondamentale riflessione è che “le forze economiche non possono da sole generare coesione in qualsiasi entità politica” e che “i mercati non possono produrre una solidarietà politicamente resistente”. C'è bisogno, in altre parole, di un livello di coesione interna che non sia messo in discussione neppure quando si manifesti una divergenza di interessi economici. Le forze che hanno in precedenza dato impulso all'unificazione europea, quindi, non sono più abbastanza potenti per dare vita a un'autentica coesione politica e occorre quindi cercare e trovare nuove fonti di energia nella comune cultura europea.

Neanche un semplice elenco di valori comuni è sufficiente per fungere da base per l'unità europea. Questo perché qualsiasi tentativo di codificare i “valori europei” si scontra inevitabilmente con una molteplicità di interpretazioni nazionali, regionali, etniche, ideologiche e sociali divergenti. Eppure, nonostante la difficoltà di definirlo, non si può dubitare del fatto che esista uno spazio culturale europeo comune: un insieme di tradizioni, ideali e aspirazioni spesso intrecciate tra loro e al tempo stesso in tensione tra loro. Questo spazio non può essere definito e delimitato con precisione; i suoi confini sono necessariamente aperti perché la cultura europea, anzi l'Europa stessa, non è un “fatto”, ma un “compito e un processo”.

L'Europa e la sua identità culturale dipendono quindi da un costante confronto con il nuovo, il diverso, l'estraneo. Se l'Europa non è un fatto, bensì un compito, non possono esistere frontiere fisse, definite una volta per tutte, siano esse interne o esterne. Anche i confini dell'Europa devono essere costantemente rinegoziati. Non sono quindi i confini geografici o nazionali che definiscono lo spazio culturale europeo, è piuttosto lo spazio culturale che definisce lo spazio geografico, uno spazio che è per principio aperto.

Ma la cultura europea non è da sola sufficiente a produrre l'unità che, al tempo stesso, non è soltanto un compito politico. La politica può creare solo le condizioni di base dell'unificazione. L'Europa è in sé stessa ben più che una costruzione politica, è un complesso di istituzioni, idee e aspettative, abitudini e sensazioni, umori, memorie e prospettive che costituiscono il “collante” che tiene insieme gli europei e tutti questi elementi sono le fondamenta su cui deve poggiare una costruzione politica. Questo complesso, che può essere definito come società civile, è al cuore dell'identità europea. Esso definisce le condizioni del successo di una politica europea ed anche i limiti dell'intervento statuale e politico. Per promuovere la coesione necessaria per l'unità politica, la politica stessa deve quindi sostenere la formazione e lo sviluppo di una società civile in Europa. Se i vari paesi devono stringersi assieme in un'unione politica funzionante, i popoli devono essere disposti a una solidarietà europea.

La seconda riflessione del gruppo verte sul ruolo pubblico delle religioni europee. Le religioni sono state per molto tempo una componente inseparabile delle varie culture dell'Europa. Esse sono operanti “sotto la superficie” delle istituzioni politiche e statali e si riflettono anche sulla società e sulle singole persone. Il risultato è una nuova moltitudine di forme di religione intrecciate con significati culturali. La problematica del ruolo pubblico della religione in Europa si è riproposta di recente a causa delle guerre nei Balcani, dell'immigrazione musulmana in Europa e della prospettiva dell'entrata della Turchia nell'Ue. La questione della rilevanza politica dell'Islam emerge in primo piano a questo proposito. L'unica strada percorribile verso una soluzione dei problemi posti dall'Islam in Europa consiste nel capire le conseguenze del suo trapianto in un contesto europeo, non in uno scontro frontale tra le astrazioni dell'”Europa cristiana” e dell'”Islam”.

Quali sono i riflessi del significato intellettuale e culturale di Europa sul ruolo dell'Europa nel mondo? Nella misura in cui l'Europa riconosce i valori inerenti alle regole che costituiscono l'identità europea, questi stessi valori renderanno impossibile per gli europei non riconoscere il dovere di solidarietà verso i non europei. Questa solidarietà definita su scala globale impone all'Europa l'obbligo di contribuire, nella misura delle sue capacità, a garantire la pace nel mondo e alla lotta contro la povertà. Ma nonostante questa vocazione mondiale, non può esservi alcuna giustificazione per tentare di imporre, magari con l'aiuto delle istituzioni di una politica estera e di difesa comune europea, un qualsiasi catalogo specifico di valori ad altri popoli.

Il rapporto finale sarà presentato dal Professor Michalski e commentato dal Presidente della Commissione europea, Romano Prodi, oggi nella Sala degli Specchi dell'Istituto Italo-Latino-Americano.

28 ottobre 2004





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