L’Europa è speranza

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Rinascita dei Baltici: addio al passato, l'Europa è speranza

Il rumore di fondo che accompagna Estonia, Lettonia e Lituania nel loro debutto parlamentare europeo non è esattamente il fruscio delle schede: è il rombo, anzi il ronzio degli aerei della Nato che da qualche settimana hanno reso operativa la presenza dell'alleanza nei Paesi Baltici con voli regolari, di presenza prima ancora che di pattugliamento nel loro spazio aereo, tracciando inedite frontiere comuni nei confronti di un vicino ex padrone dall'est collocato in posizione geograficamente surreale: una frontiera terrestre con la Russia, a ovest. Kaliningrad, che sorge sui ruderi quasi archeologici dell'antica Koenigsberg, culla della Prussia, è una enclave assurda, l'avamposto di un impero scomparso, la versione capovolta del Deserto dei Tartari. Il cuore della Russia è altrove, ma di mezzo ci sono, in gran parte del confine, nuovi Stati indipendenti come la Bielorussia. Non ci sono più avamposti militari, in realtà, in questo angolo d'Europa, ma presenze essenzialmente politiche. La flotta aerea della Nato non comprende nessun americano: si compone di quattro caccia belgi, con supporto a terra di truppe danesi e norvegesi, cento uomini in tutto.
Niente a che vedere con una frontiera calda, ma la primizia storica accende ancora gli entusiasmi in Paesi che hanno conosciuto l'indipendenza, negli ultimi secoli, solo in un breve lampo fra le due guerre mondiali e adesso dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica. La loro dislocazione è più radicale di quella di qualsiasi ex satellite dell'Urss. Estonia, Lettonia e Lituania ne facevano parte integrante così come prima erano province dello zar e come sudditi, e cittadini e compagni, vissero, non da lontani spettatori eccitati, la Rivoluzione d'Ottobre e il secolo che essa segnò. I baltici erano parte di un'entità territoriale che si estendeva attraverso la Siberia fino a Vladivostok; ora sono soci di una struttura federale che si stende da Lisbona ai sobborghi di San Pietroburgo. Sono sempre stati europei, ma il trapianto è traumatico.
Logico che il primo maggio l'abbiano accolta con gioia. I più, si è detto, non tutti. La storia, anche recente, ha lasciato radici destinate a contare a metà giugno quando i tre Paesi baltici eleggeranno per la prima volta deputati all'Europarlamento di Strasburgo. Riga era seicento anni fa una città germanica, membro eminente della Lega Anseatica con Brema e Amburgo ed esportava birra in tutta la Scandinavia. Ma nelle sue strade oggi si parla soprattutto russo. Il potere di Mosca se n'è andato, non le persone fisiche trapiantate. La capitale della Lettonia ha più abitanti russi, bielorussi o ucraini che lettoni e il governo della Repubblica indipendente, per difendere l'identità nazionale ritrovata, si sforza di limitare il ruolo politico di una così numerosa minoranza. Un russo su due, in pratica, ha perso la cittadinanza sovietica, ma non ha acquisito quella lettone e vive pertanto come semistraniero, in patria; sorte alleviata proprio dalle autorità comunitarie, intervenute in difesa delle minoranze, come ovunque. Situazione complicata dalla mancanza (altra eredità della russificazione) di qualsiasi vero confine fra la Lettonia e l'ex madre Russia, con villaggi dispersi di qua e di là dalla frontiera.
Una situazione non differente in Lituania, separata dalla Bielorussia da foreste così fitte da non aver consentito finora di tracciare una vera e propria frontiera. La Lituania è molto più compatta dal punto di vista etnico, ma la sua leadership oscilla, quanto quella degli altri Paesi Baltici, subendo ancora i contraccolpi del brusco «trasloco» dalla steppa all'Occidente: il penultimo presidente della Repubblica, Valdas Adamkus, è cittadino americano da quasi cinquant'anni ed aveva ricoperto, prima di rientrare in patria, incarichi governativi a Washington. L'ultimo, Rolandas Paksas, parla quasi solo russo. I legami col passato sono di ogni genere. Il lituano Adamkus aveva fatto in tempo a combattere contro l'Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale. Un altro ex presidente, il lettone Guntis Ulmanis, aveva passato l' infanzia e la prima giovinezza in Siberia da deportato, perché nipote di uno dei fondatori della Lettonia indipendente negli anni Venti. Il rappresentante dell'Estonia nella Commissione di Bruxelles, Siim Kallass, era stato deputato al Soviet Supremo di Mosca.
Destini incrociati, strade solo in parte parallele. In genere alla ricerca di un aggancio in secoli remoti. La cattolica Lituania ha un passato di grande potenza europea, affacciata sul Baltico e sul Mar Nero prima di fondersi praticamente con la Polonia e di seguirne gli alterni destini. La Lettonia, di ceppo linguistico baltico come la Lituania, è in gran parte una creazione germanica ed ha impronte luterane. anche se proprio del ceto dominante tedesco si è liberata dopo la Prima guerra mondiale.E l'Estonia è «cugina». anche linguisticamente, della Finlandia di là del Golfo, che l'ha ,«adottala». Non è questo il solo motivo del suo successo economico senza paragoni in questo angolo d'Europa.
Il più piccolo fra i Paesi Baltici (un milione e mezzo di abitanti in tutto, un terzo russi) è diventato in pochi anni la Hong Kong europea, una città-stato che cresce sul filo di radicali esperimenti liberisti. La sua valuta è già agganciata all'curo. A Tallin, deliziosa città medioevale, si parla di storia meno che altrove e molto di più di elettronica e alta tecnologia. Come a Hong Kong.

ALBERTO PASOLINI ZANELLI
Il giornale, 30.05.2004, p.15

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