L’Europa è pigra ma felice

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14/08/2004, Italia Oggi, pag. 1

L’Europa è pigra ma felice


Di Giuseppe Pennini
Uno dei temi che questa estate domina le prime pagine dei giornali italiani e francesi (e in certa misura anche di quelli tedeschi) riguardagli aumenti dei prezzi nelle località di vacanza e la riduzione dei flussi turisti (dai luoghi tradizionali verso altre mete. Nel periodo giugno-agosto 2004 in Francia, Germania e Italia un adulto su tre non parte in vacanza; per il nostro paese, dati Federalberghi-Cirro all'11 agosto affermano che questa estate 20,5 milioni di italiani resteranno a casa. E tema però, di cui raramente trattano le prime pagine (o anche solamente le sezioni principali) dei quotidiani americani; il vostro chroniqueur li legge regolarmente da quando, nel 1967, è andato negli Stati Uniti dove vi ha successivamente vissuto per tre lustri. Non che i maggiori quotidiani Usa non dedichino spazio a viaggi e crociere; il New York Times e il Washington Post hanno, a riguardo, foliazioni speciali nelle loro voluminose letture domenicali; sono dedicate a una fascia di pubblico ad alto reddito oppure molto giovane oppure ancora della terza età. Per l'americano medio in età da lavoro, in effetti, il tema vacanze non è di gran rilievo: di norma ha due settimane di congedo retribuite l'anno (che per i dipendenti statali arrivano a quattro dopo una lunga anzianità di servizio). Di conseguenza, la vacanza si riduce a qualche giorno spesso agganciato a un ponte, quali le festività nazionali che di solito si celebrano il lunedì, il Natale o il Thanksgiving.
Questa notazione, piccola e concreta, illustra meglio di molti studi empirici un dibattito in corso da qualche mese tra le due sponde dell'Atlantico: l'Europa, affermano economisti americani di spessore, è una tartaruga non perché la produttività oraria dei lavoratori del Vecchio continente è inferiore a quella delle loro controparti americane ma perché, con gli anni (e con gli acciacchi), il continente si è impigrito. In febbraio, Edward Prescott dell'University of Minnesota ha pubblicato un libro breve ma documentatissimo in cui sostiene che mediamente gli americani lavorano il 50% di più dei francesi, dei tedeschi e degli italiani con la conseguenza che gli incrementi di produttività oraria non bastano a compensare le poche ore di lavoro effettivo. All'inizio dell'estate, due saggi di Robert J Gordon (Northwestern University) producono cifre e statistiche su un arco di tempo di ben due secoli da cui si ricava che il problema è relativamente recente: le sue origini si collocano negli anni 60 e si aggravano progressivamente: le poche ore lavorate avrebbero anche a che fare con l'assetto urbano e la diffusione delle tecnologie della comunicazione e dell'informazione. È a ragione delle relativamente poche ore lavorate che l'area dell'euro riporterà nel 2004 un tasso di crescita appena dell'1,8% e nel2004 ne avrà uno che sfiorerà il 2% (sempre che i prezzi del petrolio non provochino una frenata), mentre gli Usa viaggiano sul 5% quest'anno e toccheranno pur sempre il 4% il prossimo (nonostante il rallentamento in atto).
Il tema è diventato argomento non solo di studi ma anche di confronti tra aziende e sindacati. Principalmente in Francia e in Germania dove, negli anni 90, la settimana lavorativa normale è stata ridotta a 35 ore o per legge (Oltralpe) o per accordi in – terconfederali (Oltrereno). Ora proprio in Francia e in Germania è in atto un ripensamento in materia di orari di lavoro. Oltrereno, alla Siemens si è tornati (d'intesa con i sindacati interni) a una settimana lavorativa di 39 ore perché altrimenti il management avrebbe trasferito in Ungheria impianti perla produzione di cellulari. La DaimlerChrysler è anch'essa sulla strada di riportare a 40 ore la settimana l'orario di lavoro normale. Percorsi analoghi in corso per KarstadQuelle, Thomas Cook e Man. Oltralpe, la Bosch ha detto, chiaro o tondo: o si torna a 40 ore la settimana o chiudo la fabbrica nei pressi di Lione e vado all'Est. Il governo francese, specialmente il ministro dell'economia e delle finanze, Nieolas Zarkosy, non nasconde di essere favorevolissimo ad abrogare la legge sulle 35 ore lavorative settimanali.
All'origine del fenomeno c'è la (vera o supposta) “pigrizia” o la mancanza di opportunità oppure ancora una differente scelta di obiettivi e di priorità? Nell'Unione europea (Ue) a 15, nel 2003 il 36% di coloro in età da lavoro non erano occupati né come dipendenti né
autonomi, mentre negli Usa la percentuale sfiorava il 29%; un'indagine Ocse rivela che due terzi degli europei non attivi lavorerebbero, «se ci fossero le condizioni», impiego sotto-casa (mentre gli americani si spostano da stato a stato per migliorare la situazione occupazionale), quattro settimane di ferie l'anno (invece delle due degli Usa), un buon sistema di sicurezza sociale.
Le differenze di approccio rispetto al lavoro non vògliono necessariamente dire clic gli europei ne abbiano un danno o patiscano dal fatto di crescere lentamente. Al contrario, la World data base on happiness (la banca dati mondiale sulla felicità) dell'Università Erasmus di Rotterdam (l'archivio quantitativo più completo di statistiche attinenti al filone dell'«Economia della felicità») dimostra che, negli ultimi 30 anni, i livelli di felicità sono mediamente aumentati in Europa ma rimasti stazionari negli Usa e peggiorati in Giappone. E un'azienda danese, il Kaier group, non una americana a cui all'inizio di agosto è stato conferito il premio 2003 per il «posto migliore di lavoro al mondo», onorificenza attribuita da un'associazione internazionale di consulenti d'azienda (il Great places to work institute).
Non solo. Ove volessero, gli europei potrebbero risalire la china e chiudere il divario. Secondo Kenneth Rogoff di Harvard, «se gli europei si decidessero a lavorare tanto quanto gli americani nell'arco di 15 anni raggiungerebbero e supererebbero gli Usa in termini di redditi pro capite e crescita del pil perché hanno un clima migliore (e minori costi per riscaldamento e aria condizionata), un sistema economico meno stratificato e minori spese per la difesa». Due sociologi, rispettivamente della Cleveland State University e della Loyola University, Peter Meikins e Peter Whally, documentano, nel libro Putting work at his piace: a quiet revolution, che sono gli americani a sbagliare: lavorando troppo (e facendo poche vacanze) non solo tolgono il sale e le spezie dalla vita ma frenano il proprio potenziale di produttività e sviluppo. Lo conferma un altro studioso americano, Jonathan Power, il quale si è in pratica trasferito in Svezia dove, dice, lavora meglio e soprattutto fruisce di sei settimane di congedo annuale retribuito.
Godiamoci quindi le vacanze.

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