L’Europa e le scelte della sinistra

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13/09/2004, La Repubblica, pag. 14

L’EUROPA E LE SCELTE DELLA SINISTRA

Di Marc Lazar
L’Ulivo ritiene di avere nell'Europa un forte argomento contro il governo Berlusconi: in effetti, la sinistra si qualifica come il miglior avvocato della costruzione europea. Alla maggioranza parlamentare rimprovera la sua timidezza su questo tema e sottolinea le sue contraddizioni interne, mettendo in discussione la sua credibilità politica presso gli altri membri dell'Unione. Le forze che compongono l'Ulivo rivaleggiano in fatto di entusiasmo europeo. I discendenti dei democristiani portano avanti un'antica tradizione, mentre quelli dei socialisti proseguono su una via tracciata in epoca un po' più recente. Dal canto loro i Ds, che discendono dalla matrice comunista, tengono a dimostrare la reale consistenza della conversione alla causa europea compiuta dal Pci negli anni '70. Ma gli altri partiti di sinistra dell'Europa occidentale, contrariamente a un'idea molto diffusa, non sono totalmente sulla stessa lunghezza d'onda, come illustrano i dibattiti in corso sul Trattato costituzionale.
La sinistra più estrema è risolutamente ostile a quel testo. Gli altermondisti, i vari movimenti marxisti, i partiti radicali dell'Europa del Nord e i partiti comunisti lo condannano senza esitazione, come una consacrazione di quell'Europa liberista e capitalista che aborriscono. Ufficialmente, fanno appello a una mitica Europa dei lavoratori; ma al di là del loro potere di seduzione, queste proclamazioni non riescono a dissimulare l'implicita difesa dei rispettivi stati-nazione cui questi gruppi implicitamente aderiscono, e dei quali celebrano, a seconda dei casi, i meriti in materia di conquiste sociali o di servizi pubblici. Non c'è in queste posizioni nulla di originale; ma la loro novità sta nella risonanza di cui oramai beneficiano all'interno di vari partiti socialisti o socialdemocratici, tutt'altro che unanimi sull'Europa. Ad esempio, l'Ue è parte integrante dell'identità della Spd tedesca, dei Ds italiani e del Psoe spagnolo, i quali vedono nel processo d'integrazione nient'altro che aspetti positivi. Altri partiti sono invece profondamente divisi su questo punto: ciò vale essenzialmente per la Francia, ma anche per il Labour inglese, e in misura minore per i socialisti del Belgio e dell'Olanda. Infine, quelli dei paesi scandinavi criticano apertamente l'Ue.
Di fatto, l'Europa sta diventando di nuovo un serio pomo della discordia. A questo punto si impone un breve richiamo storico.
Sul tema dell'Europa, i socialisti sono stati spesso divisi, esitanti, scettici, diffidenti e a volte – in particolare all'epoca dei suoi primi passi – anche francamente ostili. Si interrogavano sulla pertinenza di quest'impresa portata avanti dai democristiani, e si mostravano reticenti verso il supranazionalismo. Preferivano esplorare le vie del socialismo nei rispettivi paesi, gli uni attraverso vigorose politiche stataliste, gli altri mediante l'azione dei sindacati e delle associazioni, ma sempre ricorrendo a ricette più o meno ispirate alle tesi keynesiane. Fu negli anni '70 e'80 che i maggiori protagonisti del socialismo nell'Europa occidentale -in particolare i tedeschi Willy Brandt e Helmut Schmidt-aderirono senza riserve all'Europa; mentre in Francia, Fran9ois Mitterrand e Jacques Delors giocarono in questo senso un ruolo attivo, benché su registri molto diversi e non senza tremendi scontri e lacerazioni in seno al partito.
Quest'adesione obbediva a diverse logiche, essenzialmente di ordine strategico e di natura ideologica. Sul piano strategico, fu in quell'epoca che i socialisti presero coscienza dell'impossibilità di portare avanti una politica di riforme unicamente nel quadro dello stato-nazione; e pensarono di conseguenza di poter estendere il proprio raggio d'azione a un contesto più ampio, e precisamente quello offerto dall'Europa. Sul piano ideologico, l'Europa poteva fungere da identità sostitutiva, dato che i contenuti del socialismo si rivelavano sempre più difficili da definire. Negli anni '90 l'Europa appariva ancora come
portatrice di tutti i vantaggi, tanto che i partiti socialisti furono unanimi nell'approvare il Trattato di Maastricht.
Cos'è accaduto allora nell'arco di poco più di dieci anni? E come si spiega questa disillusione della sinistra nei confronti dell'Europa, considerata per due decenni come una panacea? Innanzitutto, i socialisti hanno constatato che l'Europa non ha ridotto le disuguaglianze e le ingiustizie sociali. E' accaduto anzi il contrario; e questo stato di fatto li penalizza duramente, tanto che una parte del loro elettorato ha incominciato a esprimere timori sulla costruzione europea. E ha cessato di sostenerli per astenersi, o per votare i partiti estremisti o populisti. Ad esempio, dopo le ultime elezioni europee un'inchiesta Eurobarometro ha rivelato che il 67% dei giovani tra i 18 e i 24 anni e il 64% degli operai europei dei 25 paesi partecipanti avevano disertato le urne. Per di più, i socialisti si sono resi conto che le loro divergenze si accentuavano su tutti i temi cruciali, proprio nel momento in cui l'Europa – con l'allargamento dell'Unione, la gestione della moneta unica, il fisco, la difesa, l'identità europea, le istituzioni, e orala Costituzione – somigliava ogni giorno di più a una nave senza bussola né comandante. Difatti, non esiste – con buona pace delle proposte dell'Internazionale socialista o del Partito socialista europeo e dei regolari incontri dei responsabili della sinistra- un vero progetto comune socialista per l'Europa. Ma c'è di più: i dibattiti suscitati dal Trattato costituzionale mettono in luce tutta la portata delle divergenze esistenti in seno aipartiti socialisti, divisi tra fautori del social-liberalismo, adepti del rinnovamento interno della socialdemocrazia e sensibilità di segno populista.
I socialisti sono dunque messi alle strette. Hanno davanti asé tre possibilità. La prima è quella di soccombere alla tentazione illusoria di un ritorno agli orientamenti nazionali. In quest'ottica, l'Europa dovrebbe essere limitata al minimo, e ogni partito tenterebbe di applicare le proprie formule politiche, economiche e sociali. E' questa la via che sembrano aver scelto partiti come il Labour o i socialisti svedesi. E potrebbe diventare quella del Ps francese, se in occasione della consultazione interna in programma per quest'autunno, cedendo alle sirene della sinistra radicale, la maggioranza dei militanti -con intesta l'ex primo ministro mitterrandiano Laurent Fabius – decidesse di opporsi alla Costituzione “ultraliberista” europea. La seconda possibilità consisterebbe nell'intrattenerela finzione di un'unità della sinistra socialista, sorretta dalla militanza per l'Europa sociale: ma sarebbe una politica dello struzzo, che non si tarderebbe a pagare a caro prezzo. Le decisioni da prendere a breve scadenza, quali la ratifica della Costituzione o l'ingresso della Turchia nell'Ue, farebbero emergere in piena luce i disaccordi di fondo.
L'ultima possibilità per la sinistra è quella di trovare il coraggio per mettere fin d'ora sul tappeto le sue divergenze sull'Europa, con la più piena trasparenza nei riguardi dell'opinione pubblica. E questo il grande merito delvoto sulla Costituzione che si terrà in seno al Ps francese. Ma a condizione che una volta aperto, il dibattito non venga inquinato dalle manovre dei cacicchi aspiranti alla presidenza della Repubblica, e sia centrato sul merito dei problemi sollevati dal futuro dell'Ue. Uno di questi problemi è la concezione che di questo futuro hala sinistra: un'Europa semplice area di scambi, di prosperità economica e di tutela sociale a livelli avanzati, o anche potenza politica a tutti gli effetti, atta a giocare un ruolo nel mondo? E con quali modalità? Costituirà il ferro d i lancia della globalizzazione liberista, o al contrario, uno spazio ove elaborare un modello alternativo alla globalizzazione più selvaggia?
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

Questo messaggio è stato modificato da: martina.zeppieri, 14 Set 2004 – 19:51 [addsig]




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