L`Europa e le risposte inadeguate

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LE SCELTE INTERGOVERNATIVE

L`Europa e le risposte inadeguate

Perché l`approccio intergovernativo limita le azioni di Bruxelles

A ragione, il premier Mario Monti si è dichiarato fiducioso, e non "disperato," nei confronti dell`Italia. Il Paese, infatti, sta mostrando notevole maturità, ben oltre quella implicita nell`ingeneroso giudizio di ingovernabilità. Il premier, però, avrebbe buon motivo per essere disperato nei confronti dell`Europa, data l`inettitudine dimostrata nella gestione di questa lunga e sofferta crisi.
L'ultima zappa sui piedi l`Europa se l`è data ieri, con lo spettacolo di una corsa contro il tempo in una teleconferenza-fiume per cercare di osservare il termine, di 10 giorni, che lei stessa si era imposta per la messa a disposizione di risorse supplementari per l`Fmi fino a 200 miliardi di euro. Ancor prima della riunione, il Regno Unito, con riflesso ormai condizionato, si era tirato fuori, mentre la Bundesbank sosteneva che non vi era urgenza. Contrariamente alla consapevolezza dimostrata dai cittadini italiani, i massimi gestori della crisi si mostrano sordi alla gravità del momento. Gravità, sia chiaro, che riguarda tanto la Germania quanto il resto dell`Europa.
Abbiamo a lungo sostenuto che i problemi italiani sono in prima istanza "made in Italy," che devono quindi trovare la loro soluzione in casa, e che – solo dopo avere fatto i propri compiti – si può legittimamente sperare nell`arrivo di una cavalleria di salvataggio. Ma, proprio mentre questi compiti sono in corso di svolgimento, dall`Europa non solo non arrivano "i nostri," ma giunge al contrario del fuoco amico che rischia dí essere fatale. L`inadeguatezza della risposta europea scaturisce da un vizio di fondo che ha segnato l`intera gestione della crisi. Il vizio è che si è lasciata la gestione interamente in mano ad accordi di vertice tra politici, piuttosto che delegarla alle istituzioni comunitarie, Commissione Europea in testa. Nel gergo di Bruxelles, si è cioè preferito privilegiare un approccio intergovernativo piuttosto che il metodo comunitario. Ne consegue un ruolo primario di politiche nazionali piuttosto che l`espressione di un più alto interesse comune e sovranazionale, poggiato su una logica di integrazione. Un risultato, cioè, al ribasso, ben lontano dal federalismo e segnato invece da veti incrociati ed egoismi nazionali.
Di questo si è avuto ampia riprova nel risultato monco dell`ultimo vertice del 9 dicembre, che ha segnato il trionfo dell`approccio intergovernativo (emblematica, al riguardo, una nota a pie` di pagina nella dichiarazione finale che recita «Salvo conferma del parlamento finlandese»: i 27, cioè, sono in ostaggio di un Paese di poco più di 5 milioni di abitanti). Giustamente, il premier Monti ha enfatizzato che avrebbe «preferito un`impostazione totalmente comunitaria», ma che nonostante i suoi sforzi di mediazione «questo non è stato possibile».
Quali sono le conseguenze nefaste di un approccio prettamente intergovernativo? Se ne potrebbero elencare parecchie; ci limiteremo a quattro. Primo, una continua cacofonia nella comunicazione, con ogni ministro che tira acqua al proprio mulino nazionale, alimentando la sfiducia degli investitori e, sia detto, anche dei cittadini nei confronti del progetto europeo. Lo stesso tessuto politico-sociale dell`Europa ne esce dilaniato, come evidente nei crescenti sentimenti anti-tedeschi da una parte e l`immagine di una periferia meridionale pigra e parassitaria dall`altra.
Secondo, la creazione di strumenti finanziari – quali il fondo Efsf – che sono loro stessi intergovernativi piuttosto che comunitari. L`Efsf non gode infatti dí un capitale permanente (on call), ma fa affidamento sugli impegni dei singoli Stati membri. Le sue sorti dipendono quindi da quelle degli Stati stessi, cosicché un declassamento, assai probabile, di uno dei pochi membri che godono tuttora della tripla-A (si legga Francia), ridurrebbe lo stesso fondo alla paralisi operativa.
Terzo effetto deleterio dell`approccio intergovernativo risiede nel trattamento della crisi bancaria. Questa crisi, sorella gemella della crisi del debito sovrano, investe l`intera zona euro, con evidenti aspetti transnazionali. Eppure la vigilanza resta in mani nazionali, e la stessa European Banking Authority (Eba) è composta da rappresentanti degli organi nazionali. Ha ben detto Lorenzo Bini Smaghi nella sua intervista di commiato (sul Sole 24 Ore di domenica 18 dicembre): «Lascio la Bce con un`ancora più forte convinzione di quella che avevo arrivandoci, condivisa peraltro allora dal mio predecessore, Tommaso Padoa-Schioppa, che ci vuole una vigilanza più accentrata nell`area dell`euro».
E, da ultimo, questa preminenza dell`ottica nazionale, mettendo in risalto i contrasti all`interno dell`Eurozona, espone anche la fragilità di una valuta che è la creatura di questi stessi 17 Stati, tuttora pienamente autonomi e per di più divisi tra di loro. Di nessun`altra moneta ci si chiede mai se continuerà a esistere ma, per l`euro, la risonanza data agli interessi nazionali ha ormai inculcato questo quesito nella psiche degli operatori, e difficilmente verrà rimosso. Persino l`Efsf, in una bozza di prospectus obbligazionario, ha preso in considerazione se includere una clausola sul possibile rischio di disintegrazione dell`euro.
Si potrebbe quindi ben essere disperati nei confronti dell`Europa, tanto più che la costruzione del fondo permanente Esm si basa pervicacemente sullo stesso approccio intergovernativo. Ma la disperazione non è sentimento costruttivo: l`Italia continui a fare i suoi compiti, passando ora decisamente al capitolo crescita, e il premier Monti continui a spingere con forza in sede europea a favore del metodo comunitario. Con tenacia su entrambi questi fronti, si può sperare che tutti (Bce compresa) comprendano che è questa l`unica via di uscita, per tutti. Sarebbe il miglior modo di rendere omaggio a Tommaso Padoa-Schioppa, grande europeista, in questo primo anniversario della sua prematura scomparsa.

di Alessandro Leipold

il Sole 24 Ore, pag 1 segue a pag 26
20/12/11




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