L’Europa dove va

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L'Unità, 15.11.2004

L'Europa dove va

di Bruno Trentin

La vittoria elettorale di Bush rende ancora più drammatico il vuoto
politico dell'Europa, il ritardo preso nel costruire un'unione politica che
neutralizzi il veto del governo Blair per conto del governo americano.
La firma della Costituzione europea e la sua ratifica costituisce un
primo, indispensabile atto. Un atto per scongiurare un incombente
regressione verso un grande mercato senza governo, in una zona di libero
scambio, paralizzata nel suo processo decisionale.
Ma non possiamo chiudere gli occhi e non vedere che il consenso dei
cittadini e dei parlamenti di 25 stati non è acquisito. E che incomberà nei
prossimi anni il ricatto britannico sul referendum del 2006, per vanificare
ogni tentativo di dare un governo politico, almeno all'Unione monetaria, che
consente, un coordinamento effettivo delle politiche economiche e sociali
degli stati della zona Euro e che superi i limiti di un Patto di stabilità
senza crescita e senza la strategia degli investimenti definita a Lisbona.
Il fallimento, fino ad ora, della strategia di Lisbona costituisce infatti
la dimostrazione più illuminante della crisi e dell'impotenza delle
istituzioni dell'Unione oltre che della paralisi del suo processo
decisionale.
La regola dell'unanimità, in larga misura ribadita nel trattato
costituzionale, sanziona infatti il diritto di veto che il governo Blair ha
finora esercitato di fronte a qualsiasi passo, anche minimo, verso un'unione
politica e non solo mercantile dell'Europa.
La prospettiva di una cooperazione rafforzata, con la partecipazione
della Gran Bretagna, in materia di difesa, non deve trarre in inganno. Si
tratta ancora di una cooperazione segnata, anche in termini operativi, dalla
sua collocazione nell'ambito della Nato e del suo comando militare. Solo a
queste condizioni la Gran Bretagna ha deciso di partecipare e di non
esercitare il suo diritto di veto.
È facile comprendere come nella situazione mondiale segnata
dall'ideologia della guerra preventiva e dell'esportazione armata della
democrazia, la paralisi dell'Europa politica e la sua attuale incapacità di
rappresentare un'alternativa pluralista, un esempio di dialogo e di
confronto su un piano di parità, con gli Stati Uniti, e di costruire un
esempio di unione politica regionale suscettibile, anche in altri
continenti, di costruire le basi di un governo multilaterale della
globalizzazione, ribadisce una condizione di minorità se non di subalternità
dei singoli governi europei.
La scelta di estendere le frontiere dell'Unione Europea con la
strategia dell'allargamento è stata una scelta necessaria per dare
all'Europa la sua effettiva dimensione politica. Allo stesso modo,
l'apertura dei negoziati per valutare, sul piano dei diritti umani
innanzitutto, la possibilità di integrare la Turchia nell'Unione, mi sembra
un passo decisivo verso un'Europa multietnica e multiculturale, avversa ad
ogni forma d fondamentalismo aggressivo. Ma, come non vedere le implicazioni
di questi orientamenti sul piano del “governo delle complessità” di
un'Unione, non solo segnata dalle grandi diversità che esistono tuttora in
termini di assetto delle economie e di modelli sociali, ma da quelle che
esistono, soprattutto, sulla stessa questione delle dimensione politica
dell'Europa e del suo ruolo sulla scena mondiale, come è stato dimostrato
con la spaccatura dell'Ue sulla questione della guerra preventiva in Iraq.
Con la ratifica della Costituzione europea che, nel migliore dei casi
– senza cioè che uno dei venticinque stati esprima un giudizio negativo,
riportandoci al Trattato di Nizza, così voluto dalla Gran Bretagna – entrerà
in vigore nel 2009, con il requisito del voto all'unanimità sui temi
decisivi della politica economica e sociale, della politica fiscale e della
politica estera. Esiste, quindi, il rischio sempre più serio che l'Europa
rimanga nei prossimi 5-10 anni, un soggetto diviso e impotente sulle grandi
questioni della politica mondiale, la lotta al terrorismo, la pace e il
ripudio delle guerre unilaterali.
Nei prossimi 5-10 anni, nel periodo cioè, in cui la situazione
internazionale, impone l'emergere il un ruolo politico dell'Europa
nell'affrontare questioni come il progresso verso una democrazia “non
imposta” in Iraq e una soluzione non imperiale della questione palestinese.
Che fare, senza attendere la scadenza del 2009, la quale senza un
intervento coraggioso della sinistra europea, rischia di divenire la data di
una crisi istituzionale?
Per parte mia, pur stimando da sempre l'europeismo costruttivo del
professor Mario Monti, non ritengo realistica la soluzione che egli fa
intendere, di esclusione dall'Unione dei paesi che non aderissero alla nuova
Costituzione Europea. Figurarsi se la Gran Bretagna mollerà l'osso del suo
diritto di veto anche nei confronti dell'Unione monetaria (di cui non fa
parte), nel caso di un esito negativo del referendum sulla Costituzione,
rinviato non a caso, al 2006.
L'unica strada da percorrere se vi sarà coraggio e determinazione
prima di tutto fra i governi dell'Unione monetaria, mi sembra ancora quella
indicata da Jacques Delors: la costruzione di un'avanguardia aperta partendo
dalla zona Euro che apre la strada alla futura unione politica dell'Europa.
Una avanguardia capace di recuperare un potere di decisione a maggioranza
qualificata, ma capace anche di aprirsi a tutte le richieste di adesione.
Sono sicuro che di fronte ad una simile decisione o alla sperimentazione
concreta di questo modo di governare un'Europa plurale, anche la Gran
Bretagna, presto o tardi, aderirà. È sempre stato così nella storia della
Comunità Europea. Di fronte ai fatti anche la signora Thacher ha saputo
rivedere le sue decisioni.
Una cooperazione rafforzata nella zona Euro, quindi, ma con procedure
decisionali che non la facciano passare per le forche caudine di un veto
possibile di chi ha già scelto di non partecipare all'Unione monetaria ma
intende condizionare e frenare la sua possibilità di evolvere, all'interno
dell'Unione europea, verso una vera concertazione e una graduale maturazione
politica. Da questo punto di vista, forse il ricorso ad un metodo come
quello adottato con il trattato di Shengen potrebbe essere la strada più
percorribile.
Mi sembra che la sinistra, non solo italiana, ma europea abbia sino ad
ora sottovalutato il carattere strategico e l'urgenza di una scelta di
questo tipo, capace di inverare, nell'unico modo che oggi appare possibile,
la strategia del pluralismo e del multilateralismo, della lotta al
terrorismo che non faccia della guerra preventiva la causa della sua
espansione, di un governo consensuale dei processi di globalizzazione e di
una rivalutazione, attraverso la loro riforma, del ruolo delle grandi
istituzioni mondiali.
La triste riprova di questo ritardo e di questo impaccio non sta
soltanto nell'avventuristica e provinciale decisione di votare contro la
Costituzione europea, sostenuta da alcuni partiti italiani e da una parte di
socialisti francesi, così alleati con la destra “sovranista”, ma risiede
anche nella prigione dell'unanimità in cui si è rinchiuso il Partito
Socialista Europeo. E così, la lotta per superare il principio
dell'unanimità e per cancellare i diritti di veto, nell'Unione europea; una
lotta che ha conseguito nella Costituzione dei primi risultati, si ferma di
fronte alle porte del PSE dove questi principi e questo diritto di veto,
inibiscono, p ersino un confronto franco fra posizioni diverse, senza
patriottismi nazionali in quella che è rimasta una Confederazione di
partiti, con poteri puramente consultivi, ossia di mera registrazione delle
divergenze esistenti, senza nemmeno tentare di superarle con la pratica del
dialogo.
Allora la battaglia europeista della sinistra riformatrice deve
partire da qui: da un confronto franco, sul nodo dell'unificazione politica
dell'Europa; sulla sua autonomia su scala mondiale, sulla sua capacità di
aprire un dialogo senza pregiudizi con l'amministrazione americana, ma su un
piano di parità. E dalla conquista del diritto di votare a maggioranza
qualificata. Dall'affermazione, cioè, di un principio cioè senza il quale
non esiste un partito degno di questo nome.
Questo principio è stato affermato all'atto della Costituzione della
Federazione dell'Ulivo; occorre agire oggi per superare un paradosso e un
handicap che portano il PSE ad essere, persino rispetto ai Popolari europei,
una entità al rimorchio delle forze politiche e sindacali che si battono per
una unificazione politica dell'Europa.
I “blairisti senza se e senza ma” che pur militano nei DS debbono
esprimere con chiarezza la loro posizione: con chi stanno in questa
battaglia per l'Europa.
Queste mie convinzioni possono spiegare nitidamente le ragioni (almeno
quelle mie personali) che hanno motivato l'adesione ad un ordine del giorno
dei militanti nei DS che propone di apporre alla dizione “Democratici di
Sinistra” e al suo simbolo, la Quercia, non la semplice registrazione, fino
ad ora passiva, della nostra adesione a questo PSE, ma la qualificazione del
partito dei D.S. come “Partito del Socialismo Europeo”.
Non si tratta di una ridondanza o di una pura “cosmesi”. Ma
dell'affermazione di un nostro impegno politico. Quello di portare anche nel
socialismo europeo la nostra vocazione europeista, e la scelta di operare
senza paure, per un'effettiva unificazione politica dell'Europa e per
l'affermazione di un suo ruolo di soggetto politico di dimensioni regionali,
che, in quanto tale, ha il suo posto nel concorrere ad un governo
multilaterale delle trasformazioni del mondo.

Questo articolo è parte di un saggio che verrà pubblicato su
“Argomenti Umani”
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