L’EUROPA DELLA MONETA UNICA. Un animale senza difese

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L’EUROPA DELLA MONETA UNICA.

Un animale senza difese

Non so bene quanti siano gli Stati, Staterelli o isolotti-Stato oggi esistenti. Diciamo, all’ingrosso, circa 200. Eppure il più strano animale tra questi duecento è l’Europa dell’euro. L’animale è grandino, conta ancora nel mondo, ma è anche un animale assurdo. È unificato da una moneta comune sottratta al controllo dei singoli Stati membri. E fin qui va bene. Però disporre di una moneta unica non basta: impedisce, è vero, il rimedio «sporco» della inflazione per fronteggiare i debiti; ma oggi come oggi facilita le incursioni monetarie della speculazione internazionale.

Il rimedio? Quello risolutivo sarebbe, a detta dei più, di arrivare a un’Europa federale. Ma temo che sia un rimedio impossibile. Uno Stato federale richiede una lingua comune. Difatti tutti gli Stati federali esistenti sono costituiti da componenti che si capiscono e parlano tra loro. La Germania parla tedesco, gli Stati Uniti e l’Australia l’inglese (e così pure l’India a livello di élite di governo), il Brasile il portoghese, l’Argentina e il Messico lo spagnolo, e così via citando. Se l’Europa diventasse uno Stato federale io mi potrei trovare sulla scheda di voto un candidato finlandese del quale non saprei nemmeno pronunziare il nome e del quale nessun europeo sa nulla. La sola piccolissima eccezione è la Svizzera, che però a livello di classe politica federale si intende benissimo. E trovo stupefacente che nessuno dei proponenti dell’Europa federale si renda conto di questo pressoché insuperabile ostacolo.

E allora? Allora il nostro strano animale è anche il più indifeso al mondo. Tutti gli altri Stati si difendono quando i loro interessi vitali vengono minacciati con dazi e severi controlli doganali. Persino l’Inghilterra, con un piede dentro e un piede fuori dall’Europa dell’euro, resta liberissima di proteggersi con dazi sulle importazioni; e siccome mantiene la sterlina resta anche liberissima di stampare moneta. Lo stesso è ancor più vero per gli Stati Uniti, che per esempio hanno di recente protetto «protezionisticamente» la loro produzione di acciaio.

L’Europa dell’euro è invece inerme, come se fosse votata al suicidio. Si prenda il recente caso dell’alluminio del Sulcis. L’Alcoa se n’è andata per la semplicissima ragione che la nostra energia elettrica è più cara (la importiamo in parte dalla Francia e, ironia della sorte, dalle sue centrali nucleari). Mi chiedo: non avrebbe senso che l’autorità europea della concorrenza si comportasse in modo più flessibile? Tanto da consentire all’Italia di salvare l’alluminio del Sulcis accollandosi il differenziale elettrico? L’occupazione si difende così. Se no come facciamo a produrre lavoro e ricchezza?

È un quesito al quale dovrebbero rispondere gli economisti. Ma negli ultimi venti-trenta anni gli economisti si sono buttati in massa sull’economia finanziaria (che è eccitante e rende anche bene), ignorando la distinzione che ricordavo. Leggevo l’altro giorno su Repubblica un articolo di Luciano Gallino, uno studioso molto serio della materia da tutti rispettato, intitolato «La strada da seguire per creare più lavoro». Mi sono detto: finalmente un titolo che affronta il problema senza fronzoli evasivi, senza paura di fare paura. Ma poi Gallino sa solo proporre la cosiddetta job guarantee (JG), una formula per la quale è lo Stato che crea direttamente occupazione. Sì, ma è troppo poco: sono gocce di acqua in uno stagno. Tutto serve o può servire; ma anche Gallino è costretto dai tabù che ci paralizzano a proporre un rimedio troppo piccolo per un malanno troppo grande.

Intanto la realtà è questa: che in Italia le piccole imprese che resistono alla crisi e che prosperano sono soprattutto le circa 13.000 aziende, di regola aziendine, create e gestite da immigrati. Tante grazie. Sono di solito imprese familiari che non hanno (per loro fortuna) la tutela della Camusso e dei nostri sindacati. Aggiungi che le nostre aziende di media grandezza in su continuano sempre più a fuggire dall’Italia (a meno di non poter utilizzare, restando qui, la manodopera sottocosto degli immigrati o anche dei clandestini). Al contempo tra il giugno 2011 e quello 2012 il flusso degli investimenti esteri che ci lasciano è stato di 235 miliardi, pari al 15 per cento del nostro Pil (prodotto interno lordo). E perché meravigliarsi?

L’Italia è un Paese la cui burocrazia è probabilmente tra le più lente, inefficienti e anche esasperanti della zona euro. Inoltre l’Italia è classificata tra i Paesi più corrotti tra i 200 che ricordavo all’inizio. Senza contare che persino lo Stato paga i suoi fornitori anche con dodici mesi di ritardo. Infine abbiamo un cuneo fiscale (il prelievo del Fisco sui salari) davvero eccessivo che, dice giustamente il presidente di Confindustria Squinzi, «strangola» la nostra economia. E anche questo non è certo un incentivo per attirare investimenti dall’estero.

Tirate le somme, la crisi dell’occupazione non verrà certo rimediata in un anno. E anzi temo che si aggraverà finché non cominceremo a proteggerci. D’altra parte non arrivo a intravedere una soluzione migliore alla politica delle porte spalancate di quella di una concorrenza vigilata e corretta da una forte autorità europea che sia flessibile e attenta alle emergenze. Qualcuno ha idee migliori? Se così, tanto meglio. La mia proposta intende soltanto sollevare il problema. Cominciamo a discuterne, invece di continuare a fare i finti (o magari veri) tonti.

Giovanni Sartori
Corriere della Sera, 12 novembre 2012




2 Commenti

E.R.A.
E.R.A.

Il «Corriere» dei luoghi comuni<br />
<br />
<strong>Sartori, luogo comune sull'Europa che non c'è</strong><br />
<br />
Galapagos<br />
<br />
[justify]L'Europa è «un animale senza difese» nel cui contesto l'Italia fa proprio schifo. L'editoriale del professor Giovanni Sartori sul Corsera di ieri va giù duro sulla situazione economica attuale partendo dalla pochezza della Ue incapace di difendersi e difendere i propri cittadini. Per Sartori «l'Europa dell'euro è inerme, come se fosse votata al suicidio». Le critiche sono soprattutto per la gestione complessiva della politica economica, per l'incapacità di creare posti di lavoro o di conservare quelli esistenti, come nel caso dell'alluminio del Sulcis.<br />
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Le osservazioni di Sartori sono corrette: Eurolandia non usa gli strumenti (dazi, svalutazioni, stampa di moneta in abbondanza per acquistare titoli del debito pubblico e via dicendo) che tutti gli altri stati utilizzano. Insomma, Giovanni Sartori va alla carica con la stessa veemenza di un omonimo garibaldino nella spedizione dei mille. Tutto giusto, ma con una premessa errata che inficia tutto il ragionamento. Il professore infatti seguita a difendere la moneta unica, «unica colpevole» di questa situazione disgraziata.<br />
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Sartori dovrebbe sapere che le monete uniche sono l'ultimo atto di un processo politico, economico e sociale. A volte, come ci ha insegnato la storia, di conquista da parte di un impero di altre nazioni. Insomma,. la moneta e la finanza non possono stare al primo posto. Il Professore ne sembra parzialmente consapevole quando critica gli economisti che negli «ultimi venti-trenta anni si sono buttati in massa sull'economia finanziaria». E questo spiega anche perché spesso il Nobel per l'economia sia stato assegnato a studiosi di econometria, di teoria dei giochi e di finanza. Quello che servirebbe ora sono invece economisti diversi. Gente alla Marx, Schumpeter, Ricardo, per i quali la centralità è quella dell'economia reale, delle persone, della distribuzione dei redditi. E non del denaro fine a se stesso. E, invece, la moneta è trionfante e ha invaso la vita di tutti. Spesso mortificandola o distruggendola. I rapporti di Produzione rimangono al margine e il lavoro è diventata una appendice scomoda del capitale. In particolare in una area economica tenuta insieme solo da una moneta unica che a Sartori garba parecchio anche se perfino la solidarietà latita, come insegna la vicenda dei mancati aiuti Ue ai terremotati dell'Emilia.<br />
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Il professore va poi giù duro anche sull'Italia mettendo in fila una sfilza di luoghi comuni, di affermazioni tanto vere quanto .banali. Sulla lentezza della burocrazia, sull'eccessivo cuneo fiscale, sulla dinamicità delle imprese degli immigrati, sulle proposte per l'occupazione suggerite da Gallino che ha il torto di sollecitare l'intervento dello stato a sostegno dell'occupazione. Ovviamente non manca il solito becero attacco ai sindacati: beate le «imprese familiari che non hanno (per loro fortuna) la tutela della Camusso e dei nostri sindacati».<br />
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Sartori chiude con una proposta: «Concorrenza vigilata e corretta da una forte autorità europea che sia flessibile e attenta alle emergenze». «Qualcuno ha idee migliori?», si chiede Sartori nel finale dell'editoriale. Crediamo di sì. Anche se definire «idee» quelle del bravo politologo in tema di economia è francamente eccessivo.<br />
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Il Manifesto, 13-11-2012[/justify]

E.R.A.
E.R.A.

<strong>L'Europa è indifesa e troppo timida<br />
<br />
Perché serve discutere del problema esistenziale europeo di Sartori<br />
</strong><br />
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Giovanni Sartori sul Corriere della Sekira di ieri ha sollevato il problema della debolezza dell'Europa dell'unione monetaria, paragonandola a un "animale senza difese". Anche se l'esempio principale che Sartori porta può non essere del tutto convincente, il tema merita di essere sviluppato, perché il problema è reale e grave. Sartori dice che l'Europa è inerme, come se fosse votata per sua stessa decisione al suicido. E considera il caso dell'alluminio sardo e del Sulcis. Osserva che l'Alcoa se ne è andata perché la nostra energia elettrica è più cara, ma il suo prezzo non può essere abbassato, a causa del divieto dell'autorità europea sulla concorrenza. Ed argomenta che servirebbe una deroga a ciò al fine di difendere l'occupazione. Più in generale occorre dunque che lo stato crei direttamente occupazione, dato che l'economia di mercato in Italia è ostacolata da una pesante burocrazia, da tutele sindacali eccessive, da disfunzioni fiscali non facilmente rimediabili. Si potrebbe osservare che in Sardegna ci vorrebbe una politica di sviluppo più efficace, utilizzando i fondi regionali europei, e che sia le tutele sindacali corporative sia le oppressioni fiscali, vanno affronta- te da riforme, che l'Europa non ci vieta, semmai ci suggerisce. Sartori comunque ha centrato il cuore del problema, che consiste nel fatto che l'Europa dell'euro si è data molte regole, che riguardano l'economia di mercato, il rigore fiscale, l'ortodossia monetaria legandosi così mani e piedi, mentre le altre grandi economie, dagli Stati Uniti al Regno Unito, ai paesi asiatici emergenti non fanno altrettanto. Da noi sono vietati i sussidi di stato, perciò le multinazionali emigrano dove invece ci sono. Noi, di contro, mettiamo la Tobin tax e gli scambi finanziari vanno dove questa tassa non c'è. Inoltre l'Europa applica gli accordi internazionali di Kyoto sull'ambiente. Gli altri, invece, spesso non lo fanno. La Bundesbank, la banca centrale tedesca, vieta alla Banca centrale europea di comprare titoli pubblici a breve per abbassare gli spread eccessivamente elevati dei bond dei paesi più deboli a confronto con i titoli di stato tedeschi, argomentando che ciò viola il divieto di finanziare i governi. Ma la Fed, la Banca centrale inglese e quella nipponica lo fanno senza limiti. L'animale Europa, osservante di regole, non si difende dunque dai colpi bassi degli altri. Che fare? Vale la pena di parlarne.<br />
<br />
Il Foglio, 13-11-2012

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