L’Europa dei passi indietro

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VERTICE A BRUXELLES

Poche aspettative per oggi e domani, soltanto un «vertice europeo di tappa». In questa vigilia molti, tedeschi in primis, si affrettano a mettere le mani avanti sull’esito di un appuntamento che assomiglia fin troppo alla riedizione di quello di giugmo.E non perché il suo successo spinga all’imitazione. Al contrario. Perché, in poco meno di quattro mesi, gli impegni presi allora per creare efficaci barriere antincendio e fermare la crisi dell’euro si sono impantanati nei confusi meandri delle divergenze interpretative, perfetto paravento degli irrisolti conflitti di interesse e di poteri nazionali.

E così oggi e domani a Bruxelles si terrà un vertice essenzialmente ripetitivo, per confermare che, nonostante tutto, le promesse di giugno saranno mantenute: sulla supervisione bancaria unica da affidare alla Bce come sulla ricapitalizzazione diretta delle banche da parte dell’Esm, il nuovo meccanismo europeo di stabilità nel frattempo divenuto teoricamente operativo. Anche se quasi certamente il calendario originario non verrà rispettato.

È molto improbabile, infatti, che il nuovo sistema di vigilanza centralizzata riesca a scattare dal 1° gennaio anche se, al contrario del suo ministro delle Finanze, Angela Merkel insieme tra gli altri a Italia e Francia vorrebbe stringere i tempi. Germania a parte, a remare contro la scadenza ravvicinata ci sono anche altri Paesi, dentro e fuori dall’euro. Anche se dietro le quinte si starebbe preparando una soluzione ad hoc per la Spagna, qualora si facesse avanti ìn novembre con una formale richiesta di aiuti per le sue banche (o forse anche altro), per non costringerla a veder lievitare il debito dei 6o miliardi di cui ha bisogno (il 6% del suo Pil).

Strana Europa quella che si riunisce oggi e domani al vertice di Bruxelles. Malata di mutua sfiducia e crescente assenza di consenso popolare, da una parte sfida la relativa clemenza che perdura sui mercati rimandando le decisioni su vigilanza e codice di condotta dell’Esm e impedendo così alla Bce di far ricorso ai suoi "bazooka" anti-spread e non. Dall’altra, pur rallentando l’attuazione degli impegni di giugno che la doterebbero di un prezioso arsenale anti-crisi da mobilitare a breve, se necessario, non esita ad accelerare la corsa verso riforme radicali di medio termine: coraggiose ma forse premature quando le riforme già annunciate, vitali per i più deboli, segnano il passo per ragioni di comodo varie, di contrapposizione di interessi e freni elettoral-ideologici.

«Solidarietà e integrazione devono andare di pari passo» ha mandato a dire ieri a Berlino il presidente francese Francois Hollande. In perfetta sintonia con la posizione di Mario Monti. Tanto più che la pessima retorica populista del Nord, che si ostina a chiosare sul presunto "dolce far niente" del Sud, è smentita dai fatti. Nell’ultimo biennio il deficit medio dell’eurozona è crollato dal 6,5% al 3,2%, il debito viaggia ormai sotto il 92%. Negli ultimi otto mesi la bilancia commerciale è passata da un deficit di 27 miliardi a un surplus di 47, grazie alla ripresa dell’export mediterraneo, in particolare dì Grecia, Spagna e Italia. Il tutto tra recessione (-0,3%), disoccuiiaìinne oltre Pil%, salari in discesa e l’inflazione al 2,6% annuo.

Con il "sottile" patto europeo sulla crescita che procede a rilento, e la cosiddetta solidarietà europea che quando gioca lo fa a condizioni durissime per i malcapitati che la chiedono, pretendere anche, come fa Wolfgang Sciúuble, un’ulteriore stretta sulle sovranità nazionali in fatto di bilancio e riforme strutturali, diventa un esercizio politicamente spericolato. Tanto è vero che la Merkel ha fatto sapere che se ne parlerà al vertice ma con cautela. Dopo che l’eurozona ha già digerito 6 pack, fiscal compact e z-pack, cioè tre accordi che imbrigliano gli spazi di manovra dei Paesi membri e legittimano anche il diritto di intrusione europea negli iter decisionali nazionali, ora il ministro tedesco propone di creare un supercommissario europeo con ilpotere di respingere i bilanci nazionali o di sospenderne l’attuazione qualora non rispettino le regole di stabilità.

A garanzia dell’attuazione delle riforme economiche, poi, in futuro gli Stati dovrebbero firmare "contratti individuali" con Bruxelles: altra idea tedesca sul tavolo del vertice, sia pure presentata nel rapporto Van Rumpuy. Il contentino in tutto questo sarebbe la creazione di un fondo per l’eurozona in grado di stabilizzarla in caso di shock asimettrici odi distribuire aiuti ai riformisti più ambiziosi,
«Se dal 2000, invece delle raccomandazioni Ue ignorate ci fossero stati questi contratti, non saremmo arrivati alla crisi di oggi» commentava ieri un diplomatico europeo. «Prima di
andare oltre quello, che è già molto, che abbiamo già deciso su disciplina e controllo sui bilanci,
cominciamo a metterlo in pratica» gli replicava un altro, di idee opposte.

Vertice di tappa, certo, quello che va a incominciare. Ma con disgressioni sul futuro prossimo
e decisioni da mettere in bella copia già in dicembre, per avviare negoziati concreti nel
2013. A Bruxelles si annunciano scontri al calor bianco.

Adriana Cerretelli

Il Sole 24 ore, 18-10-2012




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