L’Europa dei lavori, intervista a M. Cacciari di A. Torno

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corriere della sera,05-04-2004 ,p.11
L'Europa deve dar vita a un'idea nuova di integrazione»
Dopo le dichiarazioni rilasciate al Times sul bisogno di abolire il multiculturalismo di Trevor Phillips, presidente della commissione britannica per l'uguaglianza razziale personaggio considerato molto vicino a Downing Street, abbiamo incontrato Massimo Cacciari, , preside della Facoltà di Filosofia dell'Università San Raffaele di Milano, che ha appena pubblicato presso Adelphi il saggio “Della cosa ultima”. Abbiamo posto a lui alcune domande sul desiderio inglese di Britishness», di britannicità, cercando di cogliere le conseguenze e, se ci sono, gli eventuali vantaggi. Il multiculturalismo, in altre parole, stando all'autorevole esponente, non è più di moda, non risponde più alle esigenze, anzi è causa di separazione tra le diverse comunità. Inutile negare che questo discorso ricadrà nel tempo sulle questioni italiane, anche se la nostra situazione sembra ancora lontana dagli scenari ora discussi a Londra.
Professor Cacciari, come giudica quanto ha detto Trevor Phillips sulla volontà di abolire il multiculturalismo?
«Mi sembra che il signor Trevor Phillips abbia idee molto vaghe sul concetto di multiculturalismo. Cercare oggi quella che viene chiamata 'britannicità” non implica necessariamente risolvere il problema del terrorismo, né è vero che in una società multiculturale qualche sua componente debba vivere creando più problemi che in una situazione diversa».
Forse c'è un principio…
«II principio che vale per ogni società è quello di superare lo stato di natura, l' “homo homini lupus”, ovvero che l'uomo sia un lupo per l'altro uomo».
Non le sembra che questo tentativo inglese sia un avvicinamento al modello del Melting Pot, a ciò che consideriamo la soluzione americana del
problema della convivenza delle diverse etnie?
«Mi sembra che negli USA, al di là delle enormi difficoltà di una politica di integrazione che sussistono dopo due secoli, il riconoscimento dei valori culturali delle minoranze sia un rispetto determinante. Per questo loro, anche se lo chiamano diversamente, praticano il fondo del multiculturalismo».
Mi scusi, ma cosa significa per lei multiculturalismo?
«Questo è il problema. Globalizzazione significa occidentalizzazione? Riteniamo che sia questo il destino che ci attende? O un obiettivo da perseguire? Dico: o globalizzazione come occidentalizzazione, o integrazione che significa dialogo tra diversi. Ma questo vuol dire “conservare le differenze”, “sopportare le diversità” e i conflitti che queste possono provocare, nel senso dialogico del termine. In un dialogo tra diversi noi rendiamo produttivo il conflitto».
Vale anche in Italia questo discorso?
«Ma è possibile che nella terra di Machiavelli non riusciamo più a sopportare il conflitto, la contraddizione, a renderla produttiva? Si rilegga il commento a Tito Livio del segretario fiorentino, dove si impara che la grandezza romana nasce dal conflitto tra patrizi e plebei».
Dunque, riassumendo…
«O abbiamo un'idea e la perseguiamo, cioè che i linguaggi dell'Occidente devono diventare uniti, e quindi nella negazione del diverso, o crediamo di vivere insieme nel dialogo,in un'integrazione dove il diverso si salva e si sopporta la contraddizione. E la stessa contraddizione diventa produttiva. Quello che è assolutamente impossibile, perché è una morta utopia, è l'idea di una convivenza tra separati,'idea del muro, perché nessun ghetto e nessuna muraglia potranno durare. Esse contraddicono la logica dell'età globale».
Molti confondono il multiculturalismo con il buonismo…
«Se il multiculturalismo si intende come buonismo vacuo, certamente produrrà effetti disastrosi. Ma esso non ha necessariamente questo significato. Mi sembrano battute. Lo credono coloro che non credono nel dialogo. E' un'immagine di comodo».
Secondo lei, professor Cacciari, cosa desidera Trevor Phillips?
«Lui non vuole la macedonia, vuole la marmellata monogusto. Occorre l'integrazione vera che avviene tra individualità, ricche della propria identità, del proprio linguaggio».
All'orizzonte c'è uno scontro tra le civiltà?
«Certamente se non ci si incammina su una strada che porta alla vera integrazione, che è l'integrarsi reciproco, dove si riconosce la necessità dell'altro per costruire la propria identità. Contrariamente, la prospettiva -lo ripeto- è la marmellata monogusto, il deserto omologante o il buonismo multiculturalista (che non farà altro che produrre razzismi) o l'impossibile disperata utopia di separarci con muraglie cinesi».
L'Europa che ruolo può svolgere?
«Dovrebbe dar vita a un'idea di integrazione. La cultura europea può custodire in sé questo progetto e renderlo politicamente efficace».
Le faccio l'esempio del Canada, dove il multiculturalismo è applicato alla lettera, tanto che nell'Ontario (è lo Stato dove si trova Toronto) i musulmani possono applicare la «sharìa», la legge islamica, nel rispetto delle regole generali..
«Vanno assolutamente rispettati tradizioni e costumi dei vari Paesi nei limiti in cui non si violano i diritti altrui. Tutti devono poter seguire le loro tradizioni e manifestarle».

Intervista a Massimo Cacciari, di A.Torno.

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