L’EUROPA CONVIENE? QUEI VALORI DA PRATICARE

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01/08/2004, Il Sole 24 Ore, pag. 1

L’EUROPA CONVIENE? QUEI VALORI DA PRATICARE


Di Giuliano Amato

Europa conviene? E' una domanda che molti europei, e molti italiani, si pongono di questi tempi più di quanto facessero sedici anni fa, quando Massimo Salvadori ed io la utilizzammo come titolo di un volume che curammo per l'editore Laterza. alla cui stesura parteciparono diversi e valenti colleghi, da Mario Monti, a Sabino Cassese, a Giuliano Urbani, a Giacomo Vaciago. a Franco Momigliano (che ci dette, credo, l'ultimo contributo della sua vita straordinaria). Eravamo allora nel trapasso tra il completamento del mercato interno, che si stava realizzando attraverso l'eliminazione delle barriere che avevano diviso i mercati nazionali, e l'avvio di politiche comuni in campo sociale, industriale e della ricerca con la prospettiva della moneta unica a fare da cerniera fra i due ambiti.
Eppure già in quella fase gli autori del nostro volume non dettero alla domanda le risposte univocamente e ottimisticamente positive suscitate in precedenza dal primo sviluppo del mercato comune. Qualcosa evidentemente stava cambiando e ci si rendeva conto che ben più di prima la convenienza dell'Europa era legata a condizioni che ciascuno doveva creare per sé, altrimenti si potevi trovare nei guai. I primi decenni delle nostra comune avventura europea erano stati quelli dell'integrazione che il gergo tecnico definisce “negativa”.
Per unire i nostri mercati nazionali non serviva infatti costruire cose nuove, bastava abbattere ed eliminare alcune di quelle che pre-esistevano, tariffe e barriere doganali, quote, divieti di esportazione, monopoli legali, cartelli e accordi fra imprese private che segmentassero distribuzione e prezzi lungo le linee dei confini nazionali. Ovviamente c'era sempre qualcuno che ci rimetteva e non mancavano resistenze di cui si facevano paladini gli Stati di appartenenza di coloro che ci rimettevano di più. Ma si trattava sempre di singoli o di gruppi e nell'insieme la larga maggioranza degli operatori e dei consumatoti finiva rapidamente per guadagnarci. In più, se davvero qualche paese si fosse trovato in difficoltà economiche più generali, c'erano sempre valvole di sicurezza per tirare il fiato, a partire dalle svalutazioni competitive. Insomma, in quei decenni l'opinione più diffusa era che “Europa conviene”.
Ma dall'integrazione negativa abbiamo voluto passare -o forse abbiamo dovuto passare- all'integrazione positiva. Intanto abbiamo fatto l'euro, vivendolo bensì come l'ultimo passo verso un mercato integrato in cui il differenziale fra le valute era rimasto come il più vistoso fattore distorsivo della concorrenza, ma aprendo così uno scenario totalmente nuovo e diverso. E poi il nostro mercato comune era diventato nulla più che un segmento di un più ampio mercato globale, rispetto al quale non potevamo non sentire il bisogno di rendere l'intera Europa più competitiva. Dall'euro nacque così il coordinamento delle politiche macroeconomiche e di bilancio nazionali con obiettivi di inflazione, di tassi di interesse e di indebitamento comuni; e dal fine della competitività nacquero gli obiettivi altrettanto comuni nei settori che prima ricordavo, dalla promozione di ambienti favorevoli alla nascita di nuove imprese alla migliore qualità della formazione, dall’innalzamento dei tassi di occupazione a quello degli investimenti in ricerca. Per questo si è parlato a tali riguardi di integrazione “positiva”. un'integrazione da realizzare non rimuovendo ostacoli pre-esistenti, ma creando condizioni inizialmente non esistenti.
È – come subito si capisce – una differenza tutt'altro che piccola, accentuata dal fatto che le azioni necessarie per realizzare gli obiettivi comuni non furono affidate a decisioni centrali di organi europei capaci di imporsi – come quelle di rimozione delle barriere agli Stati membri, ma rimasero nella responsabilità dei medesimi, E fu così perché così vollero gli Stati stessi, restii a cedere competenze a Bruxelles in materie che ritenevano loro. Certo si è che. da quel momento, ciascuno ha assunto su di sé la responsabilità delle possibili conseguenze negative da un lato dell'integrazione già raggiunta, in particolare a causa dell'euro, dall'altro della maggiore esposizione al mercato globale. Ed è qui che i comportamenti dei nostri paesi si sono differenziati e si è correlativamente differenziata la percezione della convenienza europea. Alcuni hanno marciato come treni nel tenere in ordine le loro finanze pubbliche, nel formare i loro giovani, nell'innalzare i loro livelli di occupazione e nel promuovere ricerca e sviluppo. Per loro, stare nell'euro non crea problemi (si pensi all'Irlanda e alla Finlandia) o non ne creerebbe se decidessero di entrarci (la Svezia). Altri non hanno tenuto lo stesso passo e sono più deboli davanti alla concorrenza internazionale, mentre il patto di stabilità dovuto all'euro è per loro una strozza che li soffoca sempre di più. Il Portogallo degli ultimi anni è, da questo punto di vista, un angoscioso caso da manuale. Nella sua condizione di debolezza economica, più ha cercato di rispettare il patto di stabilità, con tagli e riduzioni di spesa, più ha depresso la sua economia e più si è ritrovato con rinnovati squilibri di finanza pubblica.
Non a caso è stato proprio il Portogallo a chiedere con i toni più accesi che il Patto di stabilità venga modificato. E certo un patto che porta a questi circoli viziosi ha bisogno di modifiche, come io stesso ho sostenuto su queste colonne e come è anche interesse dell'Italia. Ma pur davanti alle sue rigidità, è tanto facile quanto sbagliato cadere nel qualunquismo antieuropeo e passare dalla parte di chi ha preso a dire che l'Europa non
conviene visti i vincoli che ci impone. Intanto, senza 1'euro, l'Italia pagherebbe quasi il doppio di interessi ed anche in assenza del Patto di stabilità avrebbe bilanci ancora più rigidi al solo scopo di non fare bancarotta. E poi guardiamoci allo specchio e confrontiamoci con i paesi che, assoggettati agli stessi vincoli, se la cavano molto meglio di noi. La conclusione è obbligata: dove il Patto di stabilità è sentito come una strozza. esso non crea un male che non c'è, ma amplifica e aggrava un male che c'è. Cerchiamo allora di ottenerne la modifica, perché neppure questo dovrebbe accadere. Ma ciò non basterà a eliminare il male e toccherà invece a noi a farlo: intanto adoprandoci con gli altri per le integrazioni di mercato incompiute (nel settore elettrico, nelle professioni, nella finanza), la cui incompiutezza pesa ovviamente di più sui paesi dell'euro. E poi praticando e non solo predicando quelle politiche di sviluppo e di adeguamento all'innovazione che hanno portato al successo i paesi europei di successo. Non sarà il lavoro di un giorno, perché, come dice giustamente Pistorio, ci vogliono anni perché attecchisca e dia frutti una ricerca di cui in partenza si è poveri. Ma è questa povertà a non convenire. Non è l'Europa.

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