L’Europa aspetta la Turchia ma si dimentica di Israele

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20/10/2004, Libero, pag. 1

Le riforme di Ankara non eliminano le contraddizioni

L’Europa aspetta la Turchia ma si dimentica di Israele


di MATTIA FELTRI
La Turchia ha appena modificato il codice penale e ha abolito la pena di morte e il reato di adulterio. L'impressione non è stata che dalle parti di Ankara si fosse diffuso un insopprimibile desiderio di rimontare qualche posizione nelle classifiche di Amnesty International. Semmai hanno ceduto alle richieste europee: la Turchia ha i conti apposto e rispettato tutti gli standard imposti dall'Unione, e dunque le carte in regola per entrarvi. Ma restava in sospeso la questione deidirittiumani, fino a qualche tempo fa non al primissimo posto nelle agende politiche dell'amministrazione turca. Quante volte, sui giornali anche italiani, si sono visti titoli del genere:«Turchia,preoccupazione della Ue per i diritti umani». Ora è stato smontato il patibolo, e per le donne tradire i mariti rimane un grosso rischio, ma non di natura penale. Si continua a parlare delle condizioni infernali delle carceri, ma basta fare un salto a Regina Coeli o a San Vittore per rendersi conto che nemmeno noi abbiamo di cui vantarci.
Le frettolose (e benvenute) riforme del governo Erdogan però non garantiscono nulla. Non è con la modifica di un codice che ci si trasforma in campioni della democrazia e della civiltà occidentale. Anche un paese filoislamico come la Francia non è così sicuro che accogliere la musulmana Turchia sia un'ottima idea. Il presidente Chirac è favorevole, molto meno lo è Giscard d'Estaing – estensore della Costituzione europea – secondo il quale «l'entrata della Turchia segnerebbe la fine dell'Unione». La sua capitale – ha detto l'ex numero uno dell Eliseo – non è in Europa, e il novantacinque per cento dei suoi abitanti sono asiatici. Secondo i sondaggi, tre francesi su quattro stanno con Giscard d'Estaing: qualcuno (pochi) è sulla linea della Lega di Umberto Bossi, e teme che abbracciare la Turchia significhi portarsi ilnemicoin casa; la maggior parte ne fa esclusivamente una questione geografica e culturale.
Il Corriere della Sera di ieri – con un editoriale di Sergio Romano – ha confermato le proprie perplessità. Romano ha scritto che il problema è stato male impostato. Secondo lui, gli sforzi di Ankara in questi anni sono stati evidenti e i risultati apprezzabili, per cui non avrebbe avuto senso trascurarli e punirli. Ma l'editorialista si domanda
che effetto avrà l'allargamento sul «vecchio nucleo storico europeo, composto da paesi che hanno maggiori affinità».
Già adesso, sebbene in Italia si maneggi la stessa moneta che si maneggia in Francia o in Germania, nessuno di noi si sente più francese o più tedesco di quanto si sentisse venti o trenta anni fa. Il famoso discorso sull'integrazione forse è una bella utopia, o forse presuppone un processo lunghissimo. Magari i figli dei nostri figli si dichiareranno europei, ma bisogna essere ottimisti per prevederlo: non abbiamo una lingua in comune (che bene o male ha unito l'Italia) e l'unico terreno su cui sembrava si potesse trovare un motivo (o un pretesto) di identità era quello delle radici cristiane. Ma dopo grandi polemiche sono state omesse dalla Costituzione. E così diventa più automatico l'arrivo della Turchia, con cui a maggior ragionel'Unione sarà tale soltanto sulle carte bollate. Rimane uno sterminato luogo di scambio economico, aperto ai paesi dell'Est ex comunisti e al cosiddetto Islam moderato. Punto.
Con queste premesse, appare ulteriormente bizzarro tanto smaniare a favore della Turchia e il silenzio assoluto su Israele. Che senso ha un'Europa con la Turchia e senza Israele, che ha rapporti commerciali e culturali quasi soltanto con l'occidente? È anche vero che Tel Aviv – assediata dal terrorismo islamico, impegnato a portare a termine il progetto di spazzare via il sionismo dal Medio oriente – non smania all'idea di dover discutere con i burocrati di Bruxelles e di Strasburgo, né tantomeno di doverne dipendere. Ma che a nessuno, in Europa, venga in mente di buttare lì la questione, di cominciare a ragionarci sopra, la dice lunga sullo stato delle cose nel nostro continente. Soprattutto in questo tempo di guerra.
Nell'edizione di sabato, il Foglio ha proposto uno spettacolare confronto
fra Francis Fukuyama (celebre politologo democratico, dunque di sinistra) e Charles Krauthammer, neoconservatore, vicino a Bush, al quale comunque non ha risparmiato critiche. I due si sono confrontati e scontrati su vari punti, uno dei quali riguardava Israele. Fukuyama crede che l'America non debba seguire la «dottrina strategica» di quello che però ha definito «un paese piccolo, vulnerabile e circondato da implacabili nemici», e dunque costretto «in una lotta senza quartiere contro una larga parte del mondo arabo e musulmano, con quasi nessun'altra strada percorribile se non quella del pugno di ferro». Krauthammer ha risposto: « È ovvio che gli Stati Uniti non si trovano nella stessa situazione di Israele, e allora? Non c'è affatto bisogno di essere Isreale per essere minacciati nella propria esistenza. Se Israele è il paradigma di una minaccia esistenziale, bisogna riconoscere che l'occidente non si è mai trovato esposto a una simile minaccia nel corso dei sei decenni di lotta antifascista e anticomunista…».
Il ragionamento di Krauthammer è parso convincente, ma l'aspetto più interessante risiede nel fatto che entrambi hanno riconosciuto in Israele un paese amico. Dalle loro parole non affiora nemmeno il dubbio che fra Israele e il mondo arabo si possa scegliere il secondo come interlocutore privilegiato. Da noi questo postulato non esiste. Gran parte degli italiani (e degli europei) considera il premier israeliano Ariel Sharon una specie di nazista e il suo popolo una banda di violenti prevaricatori. I nostri attivissimi pacifisti sono soliti accomunare il sionismo all'imperialismo angloamericano (come un mostruoso complotto internazionale) senza rendersi conto di aver così rilanciato una delle teorie più care ad Adolf Hitler (e un po'anche a Stalin). E si trascura che a Tel Aviv alloggia l'unica democrazia di tutto il Medio oriente. Accettando la Turchia, l'Europa compie un passo delicato e per molti versi discutibile. Ignorando Israele, ne sta compiendo uno sciagurato.


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