L’EURO TRACOLLA PIU’ NEI COMMENTI CHE NEI DATI

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L’EURO TRACOLLA PIU’ NEI COMMENTI CHE NEI DATI

A 1,31 sul dollaro, chi direbbe che l’euro è una valuta in disfacimento? Non certo i mercato. Sebbene abbiano visto il cambio sfiorare mesi fa 1,5. Eppure i commenti che si sentono sui mercati prefigurano scenari catastrofici. Ultimo quello apparso sul Wsj di tre giorni fa in cui si dava conto dei preparativi di due grandi banche per affrontare con i minori danni possibili la fine dell’euro e il ritorno alle monete nazionali. Il tracollo si maturerebbe a cavallo di fine anno, esattamente io anni dopo l’avvento della moneta unica. In quell’articolo non c’è alcuna sensazionale novità, poiché l’argomento si dibatte da tempo, almeno da quando Nomura uscì con un approfondito studio sulle conseguenze che un tale evento avrebbe per borse, bond e titoli di Stato. 
L’impressione è che anche questa volta l’enfasi sia più nei commenti che ne sono seguiti che nelle reazioni dei mercati. Il fatto che tutto si disgreghi in Europa sia possibile non significa affatto che sia anche altamente probabile. 
Anche Goldman Sachs s’è cimentata in scenari poco confortanti, riecheggiando i tre fantasmi tracciati da Dickens in A Christmas Carol. Ma, se il fantasma del passato è la «Grande recessione del 2007-2009» e quello presente altro non è che «la grande crisi della zona euro», il fantasma del futuro non è detto sia la fine dell’euro e la «Grande stagnazione» che ne seguirebbe. Osservando il sensibile calo nei rendimenti di breve periodo per i titoli italiani e spagnoli, l’impressione è che il fantasma del «Natale presente» possa venir scacciato: con le severe misure intraprese dal governo Monti e con un pizzico di buona volontà che ancora ci si aspetta dai politici europei e da quelli tedeschi in particolar modo. 
In ogni caso, con gli spettri ci toccherà convivere a lungo, sicché c’è poco di roseo nel 2012. Una recessione in Europa, specie nei Paesi periferici, è purtroppo una prospettiva reale. La speranza è che non induca a una contrazione mondiale. A voler essere ottimisti, si scorge anche qualcosa di positivo nella recessione in cui pare essere caduta l’Italia, poiché il forte calo delle importazioni e la
leggera crescita dell’export hanno migliorato sensibilmente il saldo commerciale del nostro Paese. Al netto delle importazioni di petrolio e al netto dei rapporti commerciali con la Cina, il nostro saldo (nominale) è quasi raddoppiato rispetto al 1999 e in termini reali s’è mantenuto al 4-5% del Pil. In questo modo, uno degli squilibri che minano la sostenibilità della valuta comune, e indirettamente è causa della crisi dei debiti sovrani, pare potersi attenuare in Italia. L’augurio è che non si sommino altre crisi nel resto del mondo. E la notizia che, in Cina, le finanziarie locali stanno ritardando i rimborsi dei prestiti concessi dalla Banca del Popolo non è propriamente rassicurante. 

Di Walter Riolfi 
il Sole24 ore, pag.14




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